Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Sonata d’inverno

INCIPIT

Era una bellissima giornata; splendeva il sole e l’aria era tiepida. Chi ne aveva il tempo si affrettava a uscire nel caso quello fosse l’ultimo caldo prima dell’arrivo dell’inverno. Mr Arnold Nettle, il nuovo impiegato del telegrafo, si fermò per qualche minuto fuori dal suo alloggio prima di incamminarsi verso l’ufficio postale. Aveva il collo lungo, sottile e l’aria piuttosto delicata; in effetti era malato ed era venuto a lavorare lì per sfuggire all’inverno in città. Era arrivato la sera precedente, in un’atmosfera fredda, piovosa e deprimente, ma quel primo giorno il sole splendeva come a volergli dare il benvenuto. Dappertutto ormai gli alberi erano quasi spogli, ma qualche foglia dorata pendeva ancora dai rami scuri. Le linee nere e curve e le foglie dorate sembravano dipinte sul pallido cielo grigio. I raggi tiepidi spuntavano dalle nuvole impalpabili ma la terra si era già indurita in previsione dell’inverno ed era insensibile al sole.
Solo i bambini e i gatti del paese si lasciavano illudere da quel tepore. Il piccolo Alexander Clark, il bimbo della casa in cui alloggiava Mr Nettle, si tolse i vestiti in mezzo alla strada. Sua sorella Pauline, quando lo vide, lo schiaffeggiò fino a farlo piangere. Lo rivestì, sempre tenendolo saldamente per un braccio e strattonandolo di tanto in tanto, cosicché i singhiozzi gli uscivano a intermittenza. Poi lo lasciò seduto sul bordo del marciapiede. Un passante gli diede mezzo penny perché smettesse di piangere, ma il ragazzino della porta accanto glielo rubò quando nessuno poteva vederlo e Alexander, ancora in lacrime, prese a camminare tutto solo per la strada.
Sua sorella Pauline andò all’ufficio postale. Doveva fare delle compere per sua madre, ma voleva vedere il nuovo inquilino. La sera prima era arrivato tardi e quella mattina la madre non le aveva permesso di portargli la colazione in camera ma l’aveva fatto lei stessa. Pauline entrò e chiese un modulo per un telegramma. Arnold Nettle glielo diede. Era un giovane strano e vestito meglio di tutti i ragazzi del coro. Lei gli sorrise, poi si fissò i piedi e cominciò a strisciarne uno sul pavimento. Alzò di nuovo lo sguardo come se non riuscisse a trattenersi dal ridere. Nettle pensò che stesse ridendo di lui. Arrossì. La sua timidezza era evidente e, per di più, aveva una paura smisurata delle ragazze.
Le cime degli alberi più alti erano quasi completamente spoglie; si allungavano sullo sfondo del cielo grigio. Più su, sulla collina, tre piccoli abeti svettavano davanti a una casa bianca. Contro il bianco dei muri il loro verde sembrava più scuro. Olivia, la maggiore delle due sorelle che vivevano lì, scendeva dalla collina in un abito di lana bianca. Mentre avanzava tra gli alberi spogli e lungo la strada grigia e accidentata era difficile dire se quella figura bianca evocasse l’idea dell’estate che abbandona tristemente la terra o dell’inverno che le si avvicina furtivo.
Pauline si voltò per guardarla mentre le passava accanto, ma non perché fosse attratta dai significati simbolici che le si potevano attribuire, a interessarla era il suo vestito. Entrambe le sorelle Neran indossavano sempre begli abiti e per di più erano molto graziose. Olivia aveva un viso pallido, tondo e largo, occhi un po’ tristi e le ciglia ricurve che le davano un’aria innocente e infantile. Quando passò davanti all’ufficio postale, Arnold Nettle la vide dalla finestra. Voltò il lungo collo sottile per guardarla e quando uscì dalla sua visuale si sedette nuovamente alla scrivania e arrossì un poco cercando di non darlo a vedere.
Ma la sera, dopo quella bella giornata, si alzò il vento e nel cielo fluttuavano grosse nuvole grigie. Violente raffiche irruppero nel villaggio squarciandone la quiete, abbattendosi su porte e finestre e facendo cozzare orribilmente i rami degli alberi gli uni contro gli altri. Il vento soffiò a quel modo per tutta la notte e al mattino le foglie dorate erano state strappate via dai rami spogli e giacevano sul duro terreno freddo e nelle strade, sotto gli zoccoli dei cavalli e le ruote dei carri. Il vento era gelido e pungente. Era arrivato l’inverno.

Dorothy Edwards

Recensione

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