“Žute dunje iz Stambola”
La cotogna di Istanbul, Paolo Rumiz, Feltrinelli ed.
“Incoraggiate coloro che vogliono
aprirvi una finestra nella mente
serbatene con cura le parole
nel chiuso di una bella cassapanca
come si fa con le mele cotogne
e per un anno intero i vostri panni
avranno la fragranza delle idee.”
Aristofane, Le vespe
Se cercate un libro speciale, uno di quelli che una volta letti non si dimenticano più, una storia che vi rimarrà così impressa da desiderare di raccontarla, a vostro piacimento, nelle sere in compagnia, ebbene: lo avete trovato.
Paolo Rumiz, il Maestro, è un continente sconfinato di meraviglia, di fascino e di affabulazione: tutte le sue opere sono pregnanti ma in questa ballata “da leggere soltanto ad alta voce”, veramente riesce a superare persino se stesso. Qui si mescolano e si completano a vicenda il fascino della storia narrata, le atmosfere delle locande, l’amarezza per le terre martoriate da una guerra assurda, la metrica dell’endecasillabo errante, il ritmo del piede e lo stomaco stretto dalla malinconia, i passi del viandante che battono il terreno producendo rumori di inquietudine.
Nelle due presentazioni a cui ho assistito qualche anno fa (sul web potete facilmente trovare molte registrazioni, sia ufficiali sul sito dell’editore che su youtube), Rumiz spiegava che era uscito a pezzi dalla guerra bosniaca, moralmente e professionalmente; ciò che aveva visto in quel contesto – il massacro degli innocenti perpetrato a Sarajevo e nella Bosnia – lo aveva segnato profondamente e in maniera incancellabile, al punto da fare vacillare ogni certezza, compresa quella di potere continuare il proprio mestiere. A distanza di qualche anno, quando il suo giornale lo invia di nuovo a Sarajevo per testimoniare come la città vive la fine del conflitto, Rumiz conosce una vedova, di qualche anno più giovane di lui, vestita di nero, di una bellezza greca, imponente, estremamente colta, che lo accompagna nella parte della città che non aveva potuto vedere, durante la guerra, a causa dei cecchini. Rumiz rimane stregato da questa donna che lo porta “oltre la linea d’ombra” – una specie di Persefone – e che gli racconta la sua storia eccezionale. Grazie a lei riesce a parlare della Bosnia, di Sarajevo – la città del serraglio – e dello scempio perpetrato.
È così che la canzone della cotogna di Istanbul, la sevdalinka bosniaca, entra nella testa di Rumiz per non uscirne più; inizia a scavare il solco della memoria, della malinconia, del compimento del destino secondo una linea già tracciata. Fa affiorare il dolore rimasto sepolto, i racconti raccolti negli anni di cammino tra genti e popoli, una galleria di personaggi con storie drammatiche; diventa una specie di cartina al tornasole. La canzone parla dell’amore struggente tra due giovani, amore osteggiato dai genitori e destinato tragicamente a non realizzarsi: la ragazza si ammala e chiede al ragazzo di portarle una cotogna di Istanbul, poiché solo quella potrà guarirla. Il giovane parte per Istanbul, sta via tre anni ma quando torna con la mela, la ragazza è morta. La donna da cui Rumiz riceve questa storia, gliela fa rivivere sulla sua pelle; anche lei è malata e anche lui – come per un disegno del destino – in quel periodo si reca proprio ad Istanbul per lavoro e lì incontra, al bazar, un venditore di cotogne e in quell’attimo ha immediatamente la certezza che la donna di Sarajevo sia morta.
Rumiz, nei suoi anni da viaggiatore nel ventre dell’Europa, ha sentito mille storie, racconti da focolare e da locanda, storie di uomini e donne, di amore e di morte, memorie delle guerre dei Balcani, e in questa ballata tutto ciò che si è sedimentato nel tempo, riaffiora e prende forma di racconto in versi perché, dopo avere a lungo riflettuto sul modo più coerente di raccontarla, ha capito che la forma più simile al racconto orale, che possa cioè esprimere la stessa forza della parola detta, altro non può che essere la scrittura in versi. Temeva di dovere costringere questa immensa storia nella gabbia delle regole metriche, e invece “il groppo di storie personali si è sciolto nel fiume del racconto”: il ritmo del cuore che batte, dei piedi che calpestano il terreno e del respiro che stabilisce la cadenza, appoggiati sugli endecasillabi, hanno definito un corso impetuoso, libero e fluido.
Al ritmo si aggiunge la potenza delle parole che, come esseri viventi, attraversano terre e genti, vestono abiti diversi per esprimere concetti del tutto uguali e alla fine finiscono per assomigliarsi. Così, quando Max – protagonista della storia – si chiede se le parole saudade e sevdalinka siano parenti, riceve questa spiegazione:
“È questo il nomadismo delle voci
le parole son esseri viventi
in una gabbia non le puoi rinchiudere
loro si accoppiano come gli pare”
La ballata racconta la storia di una donna e dei tre uomini che hanno popolato la sua vita: tre amori con contratto a termine, per motivi diversi, ma con lo stesso fardello emotivo.
Maša Dizdarević, “dagli occhi di nera ciliegia”, ad un passo dal matrimonio con l’amato Vuk, vede svanire il suo sogno. Accusato di avere ucciso una donna in un hotel, viene condannato a quindici anni di galera. Lei non vuole rinunciare a fare fruttare il suo corpo e quindi gli dice che sposerà un altro ma con la condizione che quando Vuk uscirà di prigione, tornerà da lui. Ed è proprio così che andranno le cose; ma il destino non lascerà a lungo che l’amore tra Maša e Vuk si compia. Vuk viene ucciso nel pieno della guerra che assedia Sarajevo; Maša a quel punto potrebbe ancora tentare di andarsene, di rifugiarsi in Russia col marito Duško e le figlie; invece decide di rimanere nella città martoriata e crea una scuola dove i bambini rimasti soli possono rifugiarsi e ricevere cibo ed educazione. È il suo modo di opporsi alla barbarie, di resistere alla furia sanguinaria che sventra la città e decima le sue genti.
Rimanendo a Sarajevo, Maša si imbatte in Max, ingegnere austriaco inviato nella città per valutare la possibilità di costruire un ospedale. È l’incontro fatale, la folgorazione di due anime che si intuiscono subito attratte. Max conosce il dolore della città attraverso i racconti di lei, che gliela mostra sotto la sua vera luce:
“Ricordati, gli disse, qui si celebra
la vittoria del luogo sulle stirpi
e con la voce commossa cantò
l’ostinazione delle vecchie pietre
e la beltà bastarda delle figlie
dei matrimoni misti della Bosnia
contro le etnie cosiddette “pulite”.
Poi sulla linea d’ombra lo condusse
nei posti che la guerra aveva chiuso
agli occhi degli umani.”
Max è affascinato da questa donna, dal “nome suo bisillabo e frusciante / come di fiume di mare e di vento / che passa sopra i prati”: “il nome suo fu come talismano / fu Cabala, ansimare di dervisci / un lento sciabordio sulla battigia.”
“Ebbe di nuovo voglia di toccarla
ma vide in lei un burrone insondabile
e cosa fosse non seppe capire”.
Maša e Max si incontrano per salutarsi in una locanda e lei gli canta la sevdalinka della mela cotogna di Istanbul. È come una specie di condanna a non potersi più liberare del pensiero di lei, di cercarla con struggente malinconia nei ricordi e nei luoghi; fin quando si ritroveranno per una tragica circostanza e vivranno un breve quanto intenso amore.
Non voglio troppo dire sulla storia per lasciare intatto il suo fascino; mi piace soffermarmi su alcuni aspetti.
Sulla cotogna, ad esempio: il suo significato simbolico, il suo potere di vincere sulla morte:
Il vecchio disse piano “La cotogna
non sopravvive soltanto all’inverno
ma è anche il solo frutto che col tempo
è capace di rendere più forte
l’odore suo e non farlo illanguidire.
È brutto, tutto pieno di bitorzoli
ma con l’età diventa più rotondo
più morbido, direi, più femminile.
È vita, forza, sostanza e profumo
frutto che resta per sempre fedele
e con il suo colore giallo-oro
diventa una promessa di ricchezza.
Ha preso il nome, lontano da qui
in un villaggio di nome Kydones
perduto tra le gole d’Anatolia
e l’hanno amato i Greci e gli Ottomani.
La cotogna si mangia la seconda
sera del Capodanno gli Ebrei
per non dire del fatto che i cristiani
la usano gustare a San Martino
che torna di novembre, il giorno 11
per propiziare un’annata più dolce.
E l’11, tu pensa, nella cabala
è il numero fatidico che indica
un nuovo inizio, la resurrezione.”
Ecco che la ballata ci attira nelle volute fascinose del racconto mitico e compie il suo tragitto. Vediamo materializzarsi secoli di storia e cultura tramandate nei racconti dei vecchi ai bambini, perché è così che la tradizione orale ha mantenuto vive le storie, le leggende, rimaste cucite assieme nei passaggi generazionali come una solida stoffa.
E ancora, sulla cotogna, quando Max, nel buio della cantina di un amico, ne sente il profumo:
“gli aperse un cesto pieno fino all’orlo
di frutti brufolosi giallo elettrico
dal profumo che dava il capogiro
fatto di pera, di pesca e limone
qualcosa, disse, che non era affatto
preludio di un sapore ma l’essenza
(..) era un frutto
che ancora conteneva il fiore in sé
qualcosa che ti dava la certezza
che a fine inverno tornasse la luce:
era Sole e al tempo stesso Luna”
C’è davvero tanto della vita da nomade di Rumiz: qui confluiscono la sua storia personale, le memorie di guerra, i racconti sentiti a casa sua a Trieste, le persone incontrate nelle terre d’Europa, le culture esplorate, i cammini compiuti. Tutto quello che ha assimilato e digerito, amalgamato e buttato fuori a ritmo di torrente, di acqua che scroscia, di ruzzolare di pietre. Il capitolo 9, in cui Max compie il suo cammino per tornare dall’Austria a Sarajevo – a piedi e senza mappa, orientandosi solo con le stelle e la memoria – è figlio delle strade battute dal piede di Rumiz. Ed è ancora che lui che parla, più avanti:
“Sono stato a Bisanzio e non ho dubbi:
è davvero impossibile capire
la Bosnia, le sue valli e le foreste
il suo destino, la sua soggezione
a un potere lontano e imperscrutabile
il suo odore di cuoio e sigarette
l’occhio caucasico delle sue donne
la sua vitalità e la sua tristezza
non puoi capire, se sei forestiero
la pazienza infinita dei suoi vecchi
e il rito misterioso del caffè.
(..)
Non puoi capire nulla dei Balcani
se non vedi quel lume che ti chiama
luce dispersa alla fine del mondo
la sola cosa immobile in un traffico
di navi, pesci, uomini e gabbiani.”
Max non potrà fare altro che raccontare e raccontare, infinite volte, la storia di Maša:
“La narrazione è figlia del cammino,
non è con una penna o con le mani
ma con i piedi che credo si scriva.”
Incipit qui
Affascinata dalla prosa di Rumiz e da questa intrigante recensione! Lo leggerò senz’altro. Grazie
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Grazie a te, poi sono curiosa di sapere se ti è piaciuto!
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Certamente!
Se non l’hai già letto ti straconsiglio Il Ciclope, sempre di Rumiz. Un libro splendido!
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E’ uno di quelli che non ho letto, in effetti. ma presto colmerò questa lacuna! grazie del consiglio
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Splendida recensione, davvero, mi hai fatto innamorare del libro prima ancora di leggerlo, cosa che farò sicuramente appena posso
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Fammi sapere se ti è piaciuto!
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ogni cosa riferisca a istanbul merita di essere letta(e vissuta) grazie non l’ho letto e me lo appunto💙ps grazie del tuo commento un ti spi…are troppo se no tocca dare soldi ai’tena😂😘
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vedo che ci siamo intese…. ;)))
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