Nel giugno del 1929 Federico García Lorca parte dalla Spagna per approdare a New York – ed in seguito a Cuba – dove è atteso per una serie di conferenze alla Columbia University. Un’occasione creata da Fernando de los Ríos, suo antico maestro e allora professore alla Columbia. Vi rimarrà fino all’aprile del 1930: sarà così spettatore del più grave tracollo economico americano, le cui devastanti conseguenze cambieranno i destini di milioni di persone.

black tuesday new yorkIl viaggio si concretizza in un momento difficile della sua vita, nel quale il successo e l’apprezzamento sono controbilanciati da una crisi interiore dovuta al suo orientamento sessuale, che vorrebbe potere vivere liberamente ma che sente minacciato dal giudizio sociale dell’ambiente provinciale spagnolo in cui vive. Allontanarsi dalla patria e venire a contatto con una realtà così diversa, sarà per Lorca una fonte di ispirazione, portando a maturazione temi e riflessioni che già gli giravano in testa, violentemente accesi dalla realtà contraddittoria e dolorosa davanti alla quale si trova spettatore: prenderà vita la sua ultima raccolta poetica, il suo testamento poetico, politico e sociale, la sua opera della maturità, che però non riuscirà a vedere pubblicata perché sarà barbaramente ucciso. La raccolta uscirà postuma nel 1940.

Il suo impatto con gli Stati Uniti, colti nella città padrona dell’economia, non è positivo: Lorca  provava una profonda avversione verso il capitalismo e l’industrialiazzazione massiva, responsabili della alienazione dell’essere umano, considerato come forza lavoro senza volto, sfruttato e, nel caso della popolazione afroamericana, discriminato.

I suoi componimenti poetici si alzano quindi come un grido contro l’ingiustizia e la discriminazione, proprio nel momento in cui quelli che lui considera i mali sociali fanno esplodere una crisi senza precedenti e dagli effetti disastrosi.

Premesso ciò, oggi vorrei parlare dello splendido volumetto edito da Archinto che raccoglie le quindici lettere ai familiari e il testo della conferenza in cui Lorca illustrava la raccolta poetica su cui stava lavorando.

Le lettere sono state raccolte da Claudia Tacchi da due fonti diverse: quattordici furono pubblicate sulla rivista “Poesia” di Madrid nel 1985 da Christopher Maurer (esperto della corrispondenza lorchiana); la quindicesima, cosiddetta di Eden Mills, fu pubblicata sul supplemento letterario del quotidiano “ABC” nel 1990.

Nelle lettere traspare il dualismo del comportamento di Lorca rispetto ai suoi familiari: lui “è al tempo stesso la gloria e la preoccupazione della sua famiglia: di qui l’insistenza nel cercare di apparire più che normale, poeta sì, e appassionato di musica e Andalusia, e anche sulla via della celebrità, ma soprattutto bravo ragazzo”.

Il poeta scrive delle lettere dense di particolari della sua vita di studente di inglese, delle amicizie che frequenta e dei viaggi che intraprende su invito. Un racconto fluido e minuzioso, attento al personale stato d’animo così come a ciò che vede intorno a lui e che lo stupisce. Traspare il continuo sforzo di rassicurare i familiari rispetto alle sue condizioni di vita nella città, alla facilità con cui si è inserito, alle tante amicizie strette. Insomma un po’ come tutti i figli quando si recano all’estero per motivi di studio, anche Lorca si premura di non destare alcuna preoccupazione a casa. E parla anche di molte amicizie femminili, come a voler rassicurare, anche su questo versante, rispetto alla sua “normalità”. Ma leggendo tra le righe, non si fatica a mettere da parte questo velo protettivo. Se la Spagna è lontana, ma ben nota, l’America è, invece, tutta nuova e terribilmente vicina. E Federico lo confessa subito e non c’è accoglienza, non c’è amicizia di spagnoli importanti e affettuosi, che gli impedisca di vederla come una “Babilonia palpitante e che rende folli”.

Davvero da non perdere la lettura della conferenza “Un poeta a New York” : un passepartout che vi aiuterà a comprendere la raccolta poetica, con le parole del poeta stesso. Ve ne lascio uno stralcio:

(…) Ho detto “un poeta a New York” e avrei dovuto dire “New York in un poeta”. E quel poeta sono io. Semplicemente; io che non ho ingegno né talento ma che riesco a scappare dal bordo fosco di questo specchio del giorno, a volte prima di molti bambini. Un poeta che viene in questa sala e che vuole illudersi di essere nella sua stanza e che voi … loro, siate suoi amici, e che non ci sia poesia scritta senza occhi schiavi del verso oscuro né poesia parlata senza orecchie docili, orecchie amiche dove la parola che scaturisce porti, attraverso di esse, sangue alle labbra o cielo alla fronte di chi ascolta.

(…) Prima di leggere a voce alta e davanti a molte creature dei poemi, quel che si dovrebbe fare è chiedere aiuto al duende, perché questo è l’unico modo in cui tutti possono capire senza aiuto dell’intelligenza né dell’apparato critico, superando instantaneamente la difficile comprensione della metafora e catturando, con la stessa velocità della voce, il disegno ritmico del poema. Perché la qualità di una poesia di un poeta non può mai essere apprezzata alla prima lettura, soprattutto questo genere di poemi che leggerò e che, essendo pieni di fatti poetici esclusivamente all’interno di una logica lirica e fittamente collegati al sentimento umano e all’architettura del poema, non sono atti a essere compresi rapidamente senza il cordiale aiuto del duende.

Beh, il resto lo lascio al vostro godimento…

Piccola spiegazione sul duende: è un concetto difficilmente traducibile con un solo vocabolo. É l’incantesimo, il carisma che una persona possiede e che gli altri percepiscono; qualcosa che emana dalla persona, una specie di energia, diciamo. non è un qualcosa che si acquisisce o si impara: è innato, una specie di dono.