Metti la mia mano

Metti la mano
sulla mia fronte
come se la tua mano
fosse la mia mano.
Sorvegliami, come se
mi si volesse uccidere
come se la mia vita
fosse la tua vita.
Amami, come se
tu lo volessi
come se il mio cuore
fosse il tuo cuore.

 

Il dolore

Il dolore è un postino grigio, muto,
col viso scarno, gli occhi azzurro-chiari;
gli pende giù dalle fragili spalle
la borsa, scuro e logoro ha il vestito.

Dentro al suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timido egli sguscia
di strada in strada, si stringe alle mura
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. Ed ha una lettera per te.

 

Attila József, ungherese, era figlio di un operaio e di una lavandaia. Nacque in un quartiere popolare di Budapest, in una casa povera; aveva due sorelle più grandi. Il padre, quando lui aveva tre anni, se ne andò di casa e la madre non aveva i mezzi per crescerlo. Così, venne preso in carico da un ente assistenziale che lo dette in affido ad una coppia. I nuovi genitori lo portarono a vivere in una fattoria; poteva essere una buona soluzione, invece, in quella fattoria ci stava malissimo, sfruttato e malnutrito, tanto che seppur fosse ancora piccolo, scappò e se ne tornò a Budapest, dalla madre.

Una madre che lui amò tantissimo, a cui dedicò poesie toccanti, che morì giovane, a soli quarantatré anni. Di nuovo solo, fu sostenuto dal cognato, che si preoccupò di fargli frequentare la scuola superiore. Dopo il diploma, si iscrisse all’Università di Szeged, alla facoltà di Lettere e Filosofia, ma venne espulso a causa di una poesia, considerata antinazionalista. Si intitolava “Con cuore puro”.

Con cuore puro

Non ho padre, né madre,

non ho Dio né patria,

non ho culla, né sepolcro

non ho bacio, ne amante.
Da tre giorni non mangio,

né molto, e né poco.

I vent’anni son un potere,

I venti anni li vendo.
Se non li vuole nessuno,

li prederà il diavolo.

Con cuore puro svaligerò,

se devo anche ammazzerò.
Mi prenderanno ed impiccheranno

dalla terra benedetta sarò seppellito,

e nascerà l’erba portatrice della morte

sul mio meraviglioso cuore.”

 

Si dette da fare: cambiò molti lavori e intanto continuò a scrivere. Fondò la rivista letteraria “Parola bella”. Lasciò l’Ungheria e se ne andò prima a Vienna poi a Parigi dove frequentò anche la Sorbona, ma senza laurerarsi.

Tornò in Ungheria dove cercò di mantenersi con un lavoro presso l’Istituto di Commercio Estero. Le sue condizioni di salute, però, lo costrinsero a lasciare anche questo impiego. Soffriva di schizofrenia; era in cura presso una psicoanalista, che però, contribuì soltanto a peggiorare le sue condizioni. Soprattutto era deluso dalle incomprensioni, dal non essere apprezzato e dall’emarginazione a cui fu sottoposto.

attila-jozsef-and-marta-vago

Anche l’amore con Márta Vágó, finito male a causa della disparità sociale, contribuì a inasprire i suoi malesseri.

La sua vita finì a soli trentadue anni; fu travolto da un treno, forse per un incidente, forse volutamente.

La sua opera poetica si sviluppa intorno ai temi della povertà rurale e cittadina, dell’alienazione legata alla lotta di classe, così come l’opposizione alla deriva fascista che sempre più, tra le due guerre, prendeva piede.

Attila Jozsef statua

Riporto alcuni stralci di un articolo di Paolo Di Paolo, che era apparso su La Stampa qualche anno fa, quando il governo conservatore di Viktor Orbán annunciò di volere rimuovere  la sua statua. L’annuncio dette il via a fortissime proteste di intellettuali e gente comune e la decisione venne quindi rivista.

Animato dallo spirito del ribelle e dalla lucidità del visionario, Attila resisteva al proprio tempo ingrato, provava a non cedere, come un melo selvatico – l’immagine è sua – che resiste all’uragano. E così è diventato uno dei simboli delle proteste contro il governo Orbán, contro la progressiva riduzione della libertà di espressione e dissenso, contro modifiche a una costituzione che si fa pericolosamente meno democratica.

«Su una spalla del povero c’è il mondo»: il giovane József scrive l’epica dei senza-niente, chiede a Dio di sgombrare il mondo dal male, con una disperazione pari allo slancio di un «minuscolo cuore», che balbetta, che spera, mentre «sempre più diventa buio». Se c’è una cosa che ha imparato subito è che si impara da tutti i lavori. Da bambino faceva il guardiano ai maiali, e anche nel sudicio ha imparato qualcosa – la quiete e la voracità. Ha venduto acqua nei cinema, il film era lo stesso per giorni: così ha imparato la bellezza dei dettagli. Ha fabbricato girandole di carta, e ha imparato che cosa sono i colori. Ha recapitato pacchi, e così deve essergli venuto in mente un verso che avrebbe scritto anni dopo: «Il dolore è un postino grigio». Ha fatto lo strillone di giornali, e così ha imparato che le notizie da gridare di solito sono cattive. È stato mozzo su una nave, è stato contabile e istitutore.

È stato quasi tutto, Attila József. Ma più di tutto avrebbe voluto essere un filosofo e un poeta. Un professore gli disse: le due aspirazioni non vanno d’accordo, meglio tentare la fortuna altrove. Ma la fortuna non si è mai presentata alla porta di Attila. Postini grigi invece sì: recapitavano per lui giorni disperati senza soldi e senza lenzuola, a Vienna. Eppure non ha mai smesso – né a Vienna, né a Parigi, a Cagnes-sur-mer, o nella sua Budapest – di scrivere versi. Ha creduto nella poesia e nella rivoluzione, questo ungherese nato all’inizio di un secolo feroce, così come ha creduto nei propri vent’anni: «I vent’anni la mia forza / i vent’anni li vendo». Non aveva eredità da spendere che non fosse la sua stessa energia.

http://www.lastampa.it/2013/07/17/cultura/attila-jzsef-cos-sognava-il-figlio-della-lavandaia-mAPUTxyJsOwo0USCj0UenJ/pagina.html