Da sempre mi domandavo cosa non andasse nella nostra vita. A casa non veniva nessuno, mai. Mio padre lo vietava. Quando qualcuno suonava al campanello, alzava la mano per farci stare zitti. Aspettava che l’altro rinunciasse, ascoltava i suoi passi sulle scale. Poi andava alla finestra, nascosto dietro le tende, e lo guardava vittorioso allontanarsi per strada. Nessuno dei miei amici è mai stato autorizzato a varcare la soglia di casa. Nessuna delle colleghe della mamma. C’eravamo sempre e solo noi tre nel nostro appartamento. Neanche i miei nonni ci erano mai venuti.

La professione del padre, di Sorj Chalandon, Keller editore 2019, traduzione di Silvia Turato, pagg 266

Un romanzo sconvolgente: non saprei che altro termine usare. Dolorosamente bello, aggiungo.

 Sorj Chalandon scrive con le sue lacrime. Dopo quelle versate per il tradimento del suo amico irlandese (Il mio traditore), quelle del massacro di Sabra e Shatila in Libano (La quarta parete), lo scrittore libera le lacrime della sua infanzia in La professione del padre. OLIVIER PÉROU

Un appartamento apparentemente come tanti, una famiglia come ce ne sono a milioni, mamma, papà e un figlio dodicenne. Ma no, questa non è una famiglia normale. È un micro-universo oppresso da un padre mitomane e violento, paranoico e anaffettivo. Un padre che dice di avere fatto mille professioni: agente segreto, pastore pentecostale, paracadutista, maestro di judo, calciatore, consulente politico di De Gaulle … Un uomo malato, che crea nella sua mente storie in cui lui ha sempre un ruolo centrale e allo stesso tempo sfuggente, un trasformista che vive sotto mentite spoglie e che ordisce trame politiche e sovversive. E sua moglie, vittima accondiscendente per paura, accetta e giustifica le violenze del marito liquidandole con un “lo sai com’è fatto tuo padre”. Sì, Émile lo impara bene come è fatto suo padre.

Il romanzo prende avvio dalla morte del padre, avvenuta nel 2011, per ritornare indietro nel tempo e ripercorrere, dal 1961, la vita della famiglia Choulans. La voce narrante è quella di Émile: il bambino prima, poi l’adolescente e infine l’uomo che deve fare i conti con la presenza del padre e i sentimenti che l’hanno accompagnata, anche a distanza di anni. Un racconto che si dipana lucido e spietato, senza però giudicare, descrivendo ciò che è stata la sua vita di fianco a quell’uomo.

Paura e rispetto, gli stati d’animo che aleggiano fin dall’inizio. Paura perché per un ragazzino dodicenne è impossibile non averne quando tuo padre ti picchia a sangue e nemmeno capisci il motivo, e dopo ti chiude nell’armadio – “la casa correttiva” – in camera sua; paura di non essere all’altezza delle sue aspettative; paura di non essere degno del suo amore. Rispetto perché se tuo padre riesce a farti credere di essere amico dei potenti, di avere amici nella CIA, di guidare la resistenza dell’OAS di Salan dopo il Putsch, e ti manda in missione, in piena notte, a scrivere sui muri della città o a recapitare lettere minatorie, e ti paventa la possibilità di entrare a pieno diritto nell’organizzazione, tu ragazzino dodicenne ci caschi, e fai di tutto per meritartelo. E sei fiero che tuo padre ti tratti come un soldato, tirandoti giù dal letto in piena notte per farti fare le flessioni. Un po’ meno quando, in punizione senza cena per una settimana, con lo stomaco vuoto e i lividi su tutto il corpo, ti addormenti spaventato e triste nell’armadio. E nessuno, nemmeno tua madre, viene a consolarti.

Piangevo prima dei colpi, per la paura. Dopo i colpi, per il dolore. Ma mai durante. Quando mio padre mi picchiava, fissavo un punto nella camera, la gamba del letto, il quaderno strappato, un libro gettato per terra, le sue pantofole di pelle. Pensavo a tutto quello che sarebbe sparito prima o poi. Perché si fermano, i colpi. Sempre, si fermano. Quando mio padre aveva male alle mani, mia madre urlava forte o io non mi muovevo più. C’era sempre un momento in cui il suo pugno ricadeva sul fianco. (..) Era come ogni volta. Si stava risvegliando. Si chiedeva chi fosse passato in casa nostra. Lo diceva il suo sguardo. Era sorpreso di vedermi ai suoi piedi.

Émile entra nel vortice delle missioni che il padre gli affida, se ne sente vieppiù protagonista, in un crescendo che, toccato l’apice dell’assurdità, crollerà con conseguenze difficili da controllare. E con nuove consapevolezze, con sempre maggiori distanze tra il ragazzo e i suoi genitori.

E con molti interrogativi su come uscire da una storia di vita di questo genere, come superare i traumi subiti.

Sarei stato triste, e solo. Infinitamente solo. Sarei stato infelice. Un dolore che veniva tutto da lui. E mi sarei rimproverato di volergli ancora bene.

Sorj Chalandon ha atteso la morte di suo padre per scrivere questo romanzo. Lo scrive dal punto di vista intimo del protagonista, mettendo a nudo tutti i suoi stati d’animo e sentimenti, l’amore conflittuale verso questo padre dispotico e violento, che però, soprattutto negli anni della fanciullezza, rappresenta l’unico legame familiare, insieme alla madre, su cui il ragazzino può contare. È tutto il suo mondo e per lui è disposto a sopportare tutto, a vivere nel terrore, a fare fronte agli attacchi d’asma, ai suoi insuccessi scolastici – l’unica materia in cui eccelle è il disegno, ed è il disegno a rivestire un ruolo quasi terapeutico. A sentirsi privato dell’amore che gli dovrebbe spettare, e delle cose più normali, come ricevere un dono a Natale o per il compleanno, invitare un amico a casa, andare dai nonni. Suo padre, con le sue fantasie e paranoie, è come una forza centripeta, che lo attrae a sé e lo tiene lontano dal mondo reale. E sua madre è un satellite che ruota solo attorno a suo padre, che ha paura di perdersi se qualcosa dovesse deviare la sua orbita. Qualcosa come il bene di suo figlio, ad esempio. È anche lei una vittima, anche se appare più spesso come un complice.

Chalandon, attraverso la sua scrittura concreta eppure poetica – mix perfettamente bilanciato grazie alla sua formazione sia di scrittore che di reporter – fa emozionare il lettore, ponendolo in totale empatia con il suo protagonista, attraverso il quale, come fosse una lente d’ingrandimento, il lettore è in grado di percepire ogni particolare, ogni minimo aspetto delle sue tribolazioni. E delle sue speranze.

Questo romanzo così personale e delicato, è molto diverso e particolare ma riprende molte delle tematiche che Chalandon ha affrontato nei romanzi precedenti: l’infanzia, la figura del padre, la guerra, l’eroismo. Il risultato è davvero notevole.

Sorj Chalandon è uno scrittore e giornalista francese, nato a Tunisi nel 1952. Ha iniziato nel 1973 come giornalista per “Libération”; ha collaborato come corrispondente per la testata per trent’anni per passare poi al settimanale satirico “Le Canard  Enchaîné”. Ha coperto i maggiori conflitti del secolo scorso, dal Libano all’Afghanistan, trovandosi più volte a diretto contatto con la guerra. I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e sul processo al criminale nazista Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi, “Il mio traditore”, “Chiederò perdono ai sogni” (Grand Prix du Roman de l’Académie française), “La quarta parete” (Prix Goncourt des lycéens, Premio Terzani).

Qui potete leggere l’incipit.