Trascinare in superficie ogni storia, sui fiordi dell’est e su Keflavík, per quanto brutta, perché se non osiamo ricordare, affrontare le cose, se indugiamo di fronte a ciò che fa male, che ferisce, che umilia, abbiamo finito di essere. O meglio: non riusciremo mai a essere le persone che siamo nati per essere. Diventiamo un’immagine falsata. Più superficiale. Inganniamo noi stessi. (..) Può essere difficile ricordare in Islanda, il vento sparpaglia tutti i pensieri e a volte soffia troppo forte e fa troppo freddo per pensare a fondo, l’energia se ne va tutta per tenersi caldi, e magari comporre una poesia, magari raccontare una storia. Io ho già cominciato. (pag 411/412)

I pesci non hanno gambe, di Jón Kalman Stefánsson, Iperborea editore 2015, traduzione di Silvia Cosimini, pagg. 440, copertina di Emiliano Ponzi

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Keflavík, Photo by: Lorenzo Taccioli

Che Stefánsson sia stato poeta prima che narratore, appare chiaro anche a chi non ne conoscesse la biografia, ma semplicemente leggesse alcune sue pagine. La poesia e la musica, i due elementi che costituiscono ed elevano l’essenza, superando i limiti, dell’essere umano:

C’è chi ha affermato che la poesia supera le altre forme di scrittura, e lo fa in tutto, profondità, suggestione, dolore, bellezza, anche inquietudine, che per sua natura la poesia è imparentata più con la musica che con le parole. (pag 128) Il mondo senza musica, è come il sole senza luce, una risata senza gioia, un pesce senz’acqua, un uccello senza ali. Come essere condannato ad abitare sul lato oscuro della luna, con vista sul buio e sulla solitudine. (pag. 319) La musica può dissipare le tenebre, strapparci alla tristezza, all’ansia, alla negatività e farci volare verso la gioia di vivere, la felicità di esistere, di essere qui e ora, senza la musica il cuore umano sarebbe un pianeta senza vita. (pag. 364)

Andrei avanti a suggerire citazioni, da questo poetico e filosofico romanzo, frasi, concetti, a decine, perché, nel raccontare la storia particolare – dei protagonisti – e generale – di una nazione  –Stefánsson allinea pensieri, come pianeti, come grani di un rosario che recita la disperazione e la gioia, la solitudine, l’amore, i silenzi, la bellezza.

La bellezza dura, al limite dell’impossibile, di una natura, di una nazione, l’Islanda, lontana dalle cartoline che fissano un’immagine turistica e pittoresca; l’essenza vera dell’isola vulcanica spazzata dal vento e dall’inclemenza di tempeste e di onde; la fragilità dell’uomo che cerca di opporsi e di resistere alle condizioni climatiche; la solitudine nell’incomunicabilità e nella violenza; i silenzi che dividono le persone come dei muri alti e spessi, che creano rimpianti, che scandiscono il trascorrere del tempo e la consapevolezza che esso va solo in avanti; la vulnerabilità e l’impotenza degli esseri umani che subiscono decisioni prese da chi ha più a cuore le leggi del profitto che quelle della felicità.

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Il racconto prende forma alternando il passato – remoto e prossimo – e il presente, tre piani che si congiungono, alla fine, non tanto nella dimensione temporale, ma in quella esperienziale, delle emozioni, dell’interiorità delle persone; voci e vite che dal passato passano il testimone al presente, un ripetersi di incomprensioni, di allontanamenti e di bisogno di dare un senso alle proprie azioni, di capire chi o cosa ha influenzato le decisioni.

I ricordi sono pietre pesanti che mi trascino dietro. È pesante ricordare? chiese Ari. No, solo le cose che rimpiangi o che vorresti dimenticare – il rimpianto è la pietra più pesante.(pag. 98)

Un passato remoto in cui l’economia e la vita delle persone erano legate ad un unico fattore: la pesca, la principale risorsa per il lavoro e il sostentamento di uomini, donne, famiglie. Una risorsa che nel presente non è più tale, a causa di un’economia globalizzata che trascende le particolarità dei territori, che attraverso la politica delle quote ittiche ha precipitato nella crisi economica intere comunità. Un passato prossimo in cui la risorsa principale era la base militare americana, che per anni ha determinato lo sviluppo di Keflavík, la cittadina più nera d’Islanda. E un presente dove non si può più contare né sull’una, né sull’altra.

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Dal passato emergono le figure dei nonni, Oddur e Margrét, e percorriamo le loro vite nei territori orientali, i turbamenti di un amore che nasce dalla tenacia e dai silenzi, e che poi si deve confrontare con la durezza della vita, con le prove a cui sottopone la fragilità degli esseri umani, che difficilmente ne escono indenni. Attorno a loro, e con loro, una rete familiare che bisogna percorrere per capire da dove proviene il protagonista Ari, per capire che il presente – e il futuro – sono il proseguimento del passato, e di esso portano nell’animo i semi che furono, a suo tempo, gettati, un’eredità di sentimenti che affiorano come rocce dal mare. Mare che è qui la grande metafora attraverso cui l’autore esamina i quesiti della vita, della morte, e del senso del nostro essere su questa terra.

Mare che fornisce sostentamento per la vita, che fa diventare adulti gli uomini, che divide le famiglie creando allontanamento, fisico e mentale, mare che circonda l’isola, ne definisce l’orizzonte e minaccia il tentativo di elevarsi.

Il racconto è un susseguirsi di salti temporali, di flash-back e di attualità: dai nonni, all’infanzia e alla giovinezza di Ari, alla sua vita di adesso. Accompagnati da una voce narrante che si rivela essere un cugino e amico intimo del protagonista, riusciamo a seguire questo percorso, all’apparenza tortuoso, ma che si disvela pian piano. E se in primo piano spiccano le vicende personali e particolari dei protagonisti, sullo sfondo ci sono i luoghi, le persone, un popolo; un destino comune che, di generazione in generazione, si fa saga familiare e nazionale.

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E se il matrimonio tra Oddur e Margrét aveva vacillato a causa di lontananza e silenzi, quello tra Ari e sua moglie si dissolve nella banalità di un martedì, con un gesto dirompente che spazza via ogni cosa e dopo il quale non resta che la fuga, la reticenza.

Probabilmente non diciamo mai tutta la verità. A volte per niente, tacciamo sempre qualcosa; per rendere la vita più gestibile, per evitare l’infelicità. Ma forse più spesso per illuderci, per farci più belli, forse più spesso ancora per codardia. Trasformiamo il silenzio in menzogna, lo trasformiamo in tradimento. Raramente diciamo tutta la verità e per questo non siamo mai onesti. (pag. 137)

La scrittura e il passo sono i due tratti distintivi di Stefánsson. La scrittura che, dicevo sopra, è poetica; talvolta intimistica, talvolta epica, una specie di tappeto magico su cui salire e volare sopra le teste delle persone, i tetti delle case, le pianure, le montagne, il mare. Il passo è quel ritmo particolare, che riesce a fare viaggiare in parallelo due momenti temporali distanti senza che ci si scolli mai dal presente.

Ma sono soprattutto le tante riflessioni che scaturiscono come fiammelle in grado di illuminare il buio.

La cosa che impedisce di dissociarci, di andare in pezzi, di diventare sventura, una ferita gocciolante o pura e semplice crudeltà, è la creazione letteraria, la musica: l’arte. Al contempo scusante e giustificazione della nostra esistenza, al contempo ricerca e stimolo, accusa e grido, e il motivo per cui riusciamo, nonostante gli opposti inconciliabili dentro ciascuno di noi, a vivere senza impazzire, senza andare in pezzi, senza diventare una ferita, una sventura, un’arma. Il motivo per cui ognuno può, nonostante tutto, perdonare a se stesso di essere un uomo. (pag. 78) La letteratura a volte sembra non avere confini e perciò continua a spingersi oltre, ad andare più avanti, più in profondità, più in alto, in cerca di ciò che non conosciamo e a cui eppure aspiriamo. (pag. 237)

Questo romanzo è tante cose: una saga domestica e nazionale, un romanzo di formazione, un condensato di riflessioni sul senso della vita, su cosa è importante e va preservato, sui limiti e la fragilità dell’uomo. È un canto corale, in cui i destini si incrociano, si sfiorano, si attraggono e si allontanano, a volte in un silenzio opprimente, altre con un grido assordante. È un canto d’amore alla natura, alle sue leggi, al paesaggio, al mare, ai pesci che vi abitano e agli uccelli che lo sorvolano.

Qui potete leggere l’incipit.

Qui trovate la recensione di Storia di Ásta.