Perché a volte sembra che un’unica strada porti alla felicità e alla disperazione, e allora che fare? com’è possibile vivere? (..) Da una parte quello che appare agli occhi di tutti, (..) dall’altra c’è un universo segreto. C’è tutto quello che tralasciamo di dire, che nascondiamo, che ci rifiutiamo di ammettere. È lì che risiedono le nostre paure. Tutto quello che speriamo e che non otteniamo, o che non abbiamo la forza di conquistare. Tu lo chiami il mondo della poesia, e lo prendi come pura finzione. Ma che ti piaccia o no, questa maledetta poesia a volte è l’unica cosa capace di definire l’esistenza per com’è davvero.

Storia di Ásta, di Jón Kalman Stefánsson, Iperborea editore 2018, traduzione di Silvia Cosimini, pagg 479

E di poesia c’è n’è davvero tanta in questo intenso romanzo. Costruito attorno ad una storia struggente, immerso in paesaggi nordici estremi e indimenticabili, denso di riflessioni sulle questioni universali, intriso di letteratura e musica.

L’autore conduce il lettore attraverso pagine dense, dove ogni parola, ogni frase, sta al suo posto preciso e necessario, e dice qualcosa di significativo. Racconta la storia di Ásta, come il titolo annuncia: un titolo diretto, esplicativo, senza ammiccamenti. Una storia che parte dal suo concepimento e dalla scelta del suo nome, e passa attraverso tragedie familiari che lasciano cicatrici insanabili; una bambina, una adolescente, una donna e poi una anziana che impariamo a conoscere attraverso la sua voce e le voci di chi le è stato dato in destino, di chi ne ha fatto una persona da amare e di chi l’ha abbandonata, di chi ha provato a capirla e di chi si è allontanato da lei.

Lo stile narrativo scelto dall’autore è già di per sé rimarcabile. Non una narrazione lineare e condotta attraverso un solo punto di vista, ma una costruzione poliedrica. Talora è lei stessa che, attraverso le sue lettere, si racconta; in altri capitoli c’è un narratore che si fissa su alcuni personaggi – come il padre che è caduto da una scala e riflette sulla sua vita – attraverso i quali si viene a conoscenza di segmenti dell’esistenza della protagonista, e poi c’è l’autore stesso, lo scrittore che si rifugia in un luogo isolato, per tirare le somme e riflettere. Un apparente disordine labirintico che, se all’inizio spiazza un po’ il lettore, andando avanti conferisce alla narrazione un movimento che crea un effetto polifonico, un ritmo che varia continuamente e che aggiunge punti di vista diversi e arricchisce l’introspezione.

fiordi norvegesi lonely planet
Lonely planet

Il lettore è attratto dalle vicende di questa accidentata vita, dalle conseguenze di certe scelte e sente aumentare il fascino che i personaggi complessi e tormentati inevitabilmente esercitano.

Nella vita di Ásta niente sembra procedere in modo lineare; abbandonata dalla madre a sette mesi e allevata da una balia che la ama profondamente, interrotto il rapporto col padre per diversi anni, è una adolescente scontrosa e ripiegata su sé stessa, che si ritrova in una fattoria sperduta nei fiordi occidentali dove vengono inviati gli adolescenti problematici. Allo stesso tempo, è capace di amare senza risparmiarsi, come accade con Joseph, così come di affogare in una solitudine che la spinge verso uomini che non le danno niente. Ne seguiamo le vicende nel suo viaggio della vita, e nel viaggio geografico che si dipana in Islanda, in Norvegia, a Vienna e a Barcellona.

Ci si imbatte in tante riflessioni, in queste pagine: sul senso della vita, sulla capacità di amare, sull’assenza, sugli errori, sulla nostalgia e i rimpianti, sulla morte. C’è una colonna sonora che mette ancora più a fuoco i personaggi, così come mille citazioni letterarie che fanno capire come questi popoli siano legati alla lettura e trovino in essa materia per arricchirsi e pensare.

E c’è, di fondo, un interrogativo: è possibile raccontare davvero una vita, una persona, in tutte le sue sfaccettature? È possibile cogliere il senso di scelte, di sentimenti e di azioni? Forse no. Come dice nell’epilogo l’autore.

È impossibile raccontare una storia senza sbagliare, senza intraprendere percorsi arrischiati, o senza dovere tornare indietro, come minimo due volte – perché viviamo contemporaneamente in tutte le epoche.

Potete leggere l’incipit qui.