Giungemmo al termine della strada percorribile. Il Jebel Shams, con i suoi 3048 metri sul livello del mare, la vetta più alta di tutta la penisola Araba, dominava mille metri sopra il plateau senza impressionare più di tanto. Lo spettacolo vero e proprio andava in scena sul bordo del plateau. Una voragine spaventosa per un attimo tolse il respiro. Perfino i pochi uccelli che si libravano in cielo parevano scansare il canyon che si stendeva davanti a noi. Un’alternanza non ben delineata di pareti di rocce striate e declivi dalle pendenze arcigne conduceva alla base, dove lo sguardo incontrava il luccichio prodotto dai raggi che accendevano la poca acqua presente nell’alveo. Un sentiero ricavato ai piedi del muro di roccia correva sotto di noi; visto da quassù aveva l’aspetto di un filo sfuggito alla matassa. C’era anche un bandolo, il villaggio abbandonato di As Sab. Pietre scure con delle strisce bianche simili a cicatrici, alberi forzuti con radici d’acciaio per poter fare il loro dovere in questa landa petrosa, caprette acrobate in bilico sui rami e il vuoto vertiginoso. (pag. 54)

 

Viaggio in Oman, di Paolo Luigi Zambon, Alpine Studio 2018, pagg. 215

In questo mese di pausa forzata per motivi personali l’unica consolazione è stata la lettura del nuovo diario di viaggio di Paolo Zambon, un autore e viaggiatore di cui vi avevo già parlato a proposito del suo precedente libro, “Inseguendo le ombre dei colibrì”.

Zambon è riuscito a portarmi lontano, nel Sultanato dell’Oman, un territorio di raro fascino, raccontato giorno per giorno sulla rotta avventurosa che l’autore e la sua compagna di vita Lindsay, hanno percorso a bordo di uno scooter. Il loro è un modo di viaggiare lento, perché la lentezza permette di fermarsi nei luoghi, di assaporarne le atmosfere, di conoscere le persone del posto, condividendo con loro un pasto, una visita ad un luogo speciale, ascoltando i loro racconti che parlano del passato e del presente, godendo di una ospitalità generosa e amichevole. Oppure partecipare ad un matrimonio, con i suoi rituali tradizionali, i festeggiamenti. Sia che si tratti di omaniti che di immigrati dal subcontinente indiano (quasi la metà della popolazione totale), le loro voci arricchiscono chi si prende il tempo di ascoltarli, per rendere il viaggio una scoperta non solo del paesaggio ma anche dell’umanità che lo popola.

Scoperta che ci conduce in un paese circondato da due mari, quello d’acqua e quello di sabbia, punteggiato di zone verdi mantenute con il sapiente uso di canalizzazioni dell’acqua che risale alle tradizioni secolari di questo popolo; un paese dove ci si imbatte in villaggi e città del passato, ormai abbandonati, e in città caratterizzate dalla modernità; un paese dove convivono ricchezza e povertà; dove milioni di lavoratori provenienti soprattutto da India e Bangladesh lavorano in condizioni quasi disumane, privati persino del passaporto per essere più controllabili, e dove le comunità locali conducono una quasi sonnacchiosa vita tranquilla. Un paese in bilico tra voglia di progresso e forti legami con la tradizione, tra tolleranza religiosa e qualche spinta verso una concezione più integralista dell’islam. Un paese che ha nel suo territorio paesaggi unici e straordinari.

 

Oman NizwaOman Nizwa 2

 

(sopra, Nizwa, credits muscat-expo.com)

Avevo apprezzato lo stile di Zambon nella precedente lettura ma in questo nuovo diario è riuscito a sorprendermi ancora di più. Mi piace il suo modo di raccontare il viaggio, che non è mera cronaca di luoghi e di chilometri, ma un connubio ben equilibrato tra il realismo della descrizione accurata e fedele alla poesia dello sguardo che va oltre. Le descrizioni dei luoghi hanno una potenza evocativa ammaliante, una forza che cattura il lettore e lo trasporta in quella geografia aspra e maestosa. Gli occhi del lettore non vedono ma l’immaginazione è così vivamente stimolata, che si ha davvero la sensazione di essere lì. Inoltre Zambon racconta anche la storia e la cultura del Sultanato, inserendo nel racconto dei luoghi anche i riferimenti ad un passato che non è molto conosciuto; almeno, per quanto mi riguarda, non sapevo quasi niente di questo stato, se non che è uno dei paesi dell’area col maggior sviluppo tecnologico e un clima sociale e politico tranquillo, oltre che una ormai nota meta turistica. Nel racconto apprendiamo le tradizioni di questo popolo, conosciamo la loro cucina, il loro stile di vita ancorato al passato e proiettato nel futuro.

(sopra, interno del volume, con cartina del viaggio e scatti dell’autore)

 

Proseguendo nel viaggio, ecco l’inizio del capitolo dedicato al Dhofar:

Ci vollero tre giorni e 840 chilometri per raggiungere Shisr, giù nel Dhofar, ultima regione omanita prima del caos yemenita. Una lingua d’asfalto in condizioni perfette lasciava Nizwa, seguendo la rotta sud-ovest, e aveva come destinazione finale Salalah, capoluogo del Dhofar. Una linea nera che osava infilarsi in un ambiente di rara desolazione per collegare le due estremità dell’Oman. Ad Adam due catene montuose, che apparivano come i dorsi di capodogli spiaggiati e pietrificati, cingevano la macchia verde attorno alla quale s’era sviluppata la cittadina. Famosa per essere il luogo in cui la dinastia Al Busaid, da cui discende l’attuale sultano Qaboos, ebbe origine; fu Ahmed bin Said a fondarla nel 1749. Quei due cetacei rocciosi fungevano anche da portale di ingresso ad una specie di buco nero magico. Uno spazio che lambiva la marea di sabbia del Quarto Vuoto. E vuoto fu l’ambiente che ci circondò per tre giorni. Le giornate scandite da cerimonie dal sapore atavico di alba, accampamento, tramonto e firmamento. (pag. 73)

 

Oman Salalah
Salalah, credits y-oman.com

In questo affascinante diario Paolo Zambon racconta il viaggio compiuto nel Sultanato dell’Oman. Un viaggio avventuroso a bordo di uno scooter, insieme alla compagna Lindsay, con pochissimo bagaglio e tanta voglia di scoprire un mondo e una cultura e di lasciarsi catturare da paesaggi incredibili e unici. Un libro scritto in modo molto coinvolgente, regalando al lettore la sensazione di essere a bordo di quella moto, di vedere quei luoghi, di sentirne gli odori, il caldo del giorno e il fresco della notte, di posare lo sguardo sui volti delle tante persone incontrate, di ascoltarne i racconti. Partiti da Al Qabil, i due viaggiatori sono scesi verso sud, attraversando con una direttrice netta tutto l’interno del paese, fino a giungere al confine con lo Yemen. Sono poi risaliti lungo la costa, fino alla capitale, e da lì, in direzione nord ovest, fino a raggiungere la Penisola di Musadam, exclave omanita al confine con gli Emirati Arabi Uniti. 

Un libro che mi ha trasportato in un paese affascinante, seppur con le sue contraddizioni, ma che merita sicuramente di essere visitato e conosciuto. Una lettura che consiglio vivamente a chi sceglie l’Oman come meta del prossimo viaggio.

Qui potete leggere l’incipit.