Dan si chiedeva ancora perché avesse detto di sì. Soldi facili, forse. Ma più che altro la mancanza assoluta di direzione nella sua vita. (..) La sensazione non tanto di essere bloccato sempre nello stesso punto quanto di ruotare costantemente su se stesso. (..) Un foglio su cui mettere il suo nome, e che potesse lanciare la sua vita in una direzione nuova. Era stanco di vivere come Ceneraccio, di fare piccole, continue deviazioni per poi ricomparire con qualcosa che agli altri pareva del tutto inutile. Sì, solo che la vita di Dan Kaspersen non era fatta d’altro che di deviazioni. (pag. 73)

Il lungo inverno di Dan Kaspersen, di Levi Henriksen, Iperborea 2020, traduzione di Andrea Berardini, pagg. 340

Un romanzo di cui mi è piaciuto tutto. Anche la copertina di Ryo Takemasa (di cui vi ho parlato QUI), che riassume visivamente l’atmosfera del libro, l’ambientazione nordica in uno sperduto paesino norvegese al confine con la Svezia, i colori del gelido inverno, con temperature che si aggirano sui meno venti, e la neve che cade soffice e che si trasforma in un tappeto scricchiolante. “La neve cadrà sulla neve caduta”, il titolo originale.

Norvegia fattoria

Dan, Daniel, Kaspersen è il protagonista: ha trentasette anni e, appena prima di Natale, ritorna al suo paese, dopo avere scontato due anni di prigione per spaccio di droga. Droga che lui si era caricato in macchina in Svezia e che aveva portato al suo paese; un’avventura finita con l’arresto. Il suo, perché il complice, Kristian Thrane – ricco rampollo e suo amico fin da bambini – scarica su di lui tutta la responsabilità e la fa franca. Un conto in sospeso.

Dan torna al paese per assistere al funerale del fratello minore, Jakob, che si è suicidato; ma a metà rito se ne va, non regge il peso di quella morte, i sensi di colpa lo attanagliano. Jakob, il suo fratellino, il suo unico e vero compagno, il legame familiare sopravvissuto alla morte improvvisa dei genitori per un incidente, Jakob il bravo ragazzo e la sua inspiegabile decisione di togliersi la vita. Senza lasciare un biglietto, senza spiegare i motivi del gesto. E per Dan non rimane che sentirsi ancora più solo, schiacciato dal peso del rimorso perché, quando è uscito di galera, non è tornato subito a casa e, se lo avesse fatto, magari avrebbe potuto salvarlo.

Appena un mese fa ero su una branda in galera a fissare il soffitto. Pensavo a quale sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto appena uscito. (..) Non mi veniva in mente niente a parte andare. (..) La possibilità di andare ovunque volessi. (pag.250)

Torna alla loro fattoria, ormai vuota e fredda, ma con un unico pensiero: ripartire. Vendere la fattoria e andarsene; dove, non lo sa, ma sente solo di non riuscire a rimanere. Oppresso da questa necessità di fuggire, e immerso nei ricordi, non riesce a fare altro che girovagare nei dintorni del paese e della fattoria a cercare tracce di ricordi, di cose fatte col fratello, di segni lasciati in giro come indizi delle loro esistenze quando erano unite. Dan e Jakob sono figli di un predicatore pentecostale e l’educazione religiosa che hanno ricevuto è il sostrato su cui poggiano i suoi pensieri, le domande, i rimorsi; Dan ricorda le domeniche passate in giro con i genitori nelle comunità religiose, i versetti della Bibbia, ciò che, col tempo, si è sedimentato e ha lasciato delle tracce indelebili. E riflette spesso:

Il punto non è che non ci credeva più; no, non aveva perso la fede, nemmeno dopo la morte dei suoi, ma non ne aveva abbastanza per sostenere gli altri. Per lui la fede era qualcosa a cui appoggiarsi quando tutto si faceva buio, due mani giunte che diventavano una casa quando il vento soffiava troppo forte. Ma quel che c’era di buono in lui era sempre stato come una bomba a orologeria, e non riusciva nemmeno a immaginare come sarebbe stato credere senza tutto il buio che si portava dentro. Come ci si sentiva a essere buoni? (pag. 130)

Lo sceriffo del paese, Markus Grude, vecchio amico di suo padre, è comprensivo con lui, ma l’ispettore Rasmussen no. Ha un figlio drogato e non riesce a perdonare a Dan di essersi sporcato le mani con lo spaccio. Così, pochi giorni dopo l’arrivo di Dan in paese, quando il nonno di Kristian Thrane, ricco e anziano possidente, viene picchiato fino a ridurlo in fin di vita, gli occhi dell’ispettore sono puntati dritti su Dan. Gli sta col fiato sul collo, aumentando così la voglia di Dan di andarsene una volta per sempre, di rifarsi una vita altrove. E, se non fosse per il fatto che lo zio Rein – fratello di suo padre e suo unico legame familiare in vita – è chiuso in un ospizio nella cittadina di Kongsvinger (che è anche la città natale dell’autore), avrebbe già fatto i bagagli.

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Kongsvinger

Col passare dei giorni, Dan conosce un’amica di Jakob, Mona, l’unica a dimostrargli vicinanza, a credere che non sia lui l’autore dell’aggressione e, soprattutto, a non fargli pesare il passato, la prigione o le motivazioni che ce l’hanno portato.

Dan si aggrappa a lei, ma è tormentato dai rimorsi, dalle domande sulle reali motivazioni che possono avere spinto suo fratello a togliersi la vita. Non lo avrebbe mai creduto capace di un gesto simile, non combacia col carattere di suo fratello. Mona, che è stata amica di Jakob, comincia a raccontargli quegli ultimi due anni di vita di Jakob, le sue amicizie, la sua vita.

Man mano che la trama si svolge, i piani narrativi si intrecciano: seguiamo il filo dell’indagine, delle pressioni su Dan da parte dell’ispettore per risolvere il caso dell’aggressione; poi c’è il filo più intimistico, il vuoto che Dan sente dentro di sé e il ripercorrere il legame col fratello, e in senso più ampio, con la famiglia;  a questi, si somma il filo diciamo della crisi esistenziale, quel senso di inadeguatezza che Dan prova da prima dell’arresto e della morte del fratello, quel girare in tondo senza prendere una direzione precisa, quel partire per non stare, anziché per seguire un progetto. A questi piani si aggiunge quello sentimentale, perché la presenza di Mona nella sua vita assume sempre più importanza, smuove i suoi sentimenti e gli accende qualcosa dentro.

E anche la fattoria, da fredda e solitaria, inizia a scaldarsi, a riprendere l’aspetto di una casa, a farsi accogliente. A prendere le sembianze di un luogo in cui si può vivere. E a fargli capire suo fratello:

Dan succhiò il caffè dalla zolletta e di colpo gli sembrò di sentire il sapore della vita di Jakob. Mattina dopo mattina si era seduto lì, a guardare il mondo prendere forma. (..) Suo fratello non viveva a intermittenza, ma con movimenti lenti, attraversando mattine che non gli si lanciavano mai contro. A Dan sembrava di capirne la ragione. Era il senso di appartenenza. La capacità di star lì in cucina a guardarsela tutta, quella luna, invece di corre per il mondo e scorgere solo pezzetti di disco lunare dal finestrino polveroso di un treno o nei riflessi di una pozzanghera accanto al marciapiede. (..) La certezza che il tempo non è qualcosa che se ne va, ma qualcosa che continua a tornare. (pag. 259)

Ma il destino, che non è stato propizio con Dan fino ad allora, continua a metterlo alla prova. Per lui niente si può conquistare facilmente.

Naturalmente cosa accadrà dovrete scoprirlo leggendolo… E non me ne vorrete, perché questo romanzo riserva sorprese fino all’ultima pagina. Un romanzo, dicevo all’inizio, che mi è piaciuto tantissimo. Bella e movimentata la trama, coerente e senza inutili esagerazioni, capace di “acchiappare” il lettore e tenerlo inchiodato alla pagina fino alla fine.

Molto ben riusciti i personaggi, Dan in primis ma anche Mona, lo sceriffo, lo zio Rein e Kristian. Tutti hanno una loro personalità ben strutturata e si muovono coerentemente. Anche i dialoghi sono naturali e diretti, aiutano a capire i personaggi e i loro rapporti. Spettacolare la capacità di rendere l’ambientazione naturale: va bene che l’autore parla di luoghi che ben conosce, ma farli immaginare con così vivida maestria a chi mai ci si è recato, è tutta un’altra storia. Sarà che io amo particolarmente i paesaggi nordici, ma davvero certe pagine mi hanno emozionato e fatta sentire lì.

Ma, su tutto, la capacità di farci partecipi dei sentimenti di Dan, del suo senso di spaesamento – chi nella vita, non si è mai chiesto: e adesso dove vado? –, dello sgomento per la perdita del fratello e dei sensi di colpa, del dolore per quella fratellanza spezzata, per la paura di vedere svanire dai ricordi persino il volto amato con sui si è condiviso tutto, per il senso di solitudine che ti strizza lo stomaco quando intorno non ti resta più nessuno. Dan così umano, che ha commesso un errore di cui si pentirà per tutta la vita; Dan che però sente risvegliarsi qualcosa in lui quando Mona lo accetta per quello che è, senza pretendere di cambiarlo né fargli pesare il passato.

Una storia che non è sentimentale, ma che parla di sentimenti, e lo fa anche con quella dose di ironia che evita la caduta nel drammone; uno stile fresco e attuale, quasi cinematografico.

E come ogni film, questo romanzo ha una colonna sonora: i pezzi dei Ramones, che Dan ama e continua ad ascoltare mentre gira in auto per le strade del paese, i cantautori locali, e tra questi pezzi anche scampoli dei brani composti dall’autore stesso, che è anche un compositore e musicista.

A questo proposito, vi consiglio di leggere questa intervista:

I libri, la musica e la Norvegia di Levi Henriksen

Qui potete leggere l’incipit.

Qui vi ho parlato del suo romanzo Norwegian blues