Vivevano due vite. C’era la realtà tangibile, che li circondava; c’erano le immagini. Li circondavano anche quelle.

Le perfezioni, pag. 57

Le perfezioni, di Vincenzo Latronico, Bompiani 2022, pp. 144

Vincenzo Latronico mostra la vita di una coppia – e della società in cui vivono – per immagini. Lo fa a partire dall’incipit, in cui descrive minuziosamente la casa in cui la coppia, Anna e Tom, vive a Berlino; il lettore/spettatore osserva l’immagine come attraverso la carrellata di una macchina da presa, un movimento lento che permette di cogliere ogni particolare, fino a definire l’immagine di insieme. La casa perfetta, di tendenza, instagrammabile all’infinito, un serbatoio inesauribile di like. Uno scarto laterale dello sguardo, una perdita momentanea di fuoco, ed ecco che ci si sente come di fronte ad un set allestito per una ripresa cinematografica, o un palcoscenico. Una perfezione costruita, frutto di scelte consapevoli ma anche influenzate dalla bolla in cui la coppia vive.

A Berlino Anna e Tom vivevano a tutti gli effetti in una bolla, più stretta e insulare di quelle che si stavano creando sui social media. In un certo senso, si erano radicalizzati. Parlavano un inglese malcerto con altri che non l’avevano per prima lingua. Vivevano in un mondo in cui tutti accettavano una riga di coca ma nessuno faceva il medico o il pasticcere o il tassista o il professore delle medie. Transitavano esclusivamente in appartamenti pieni di piante e caffetterie con un ottimo Wi-Fi. Alla lunga era inevitabile convincersi che non esistesse altro.

Le perfezioni, pag. 79

Ad abitare quella casa – un punto di arrivo, dopo decine di traslochi e notti ospitati da amici e sistemazioni temporanee – una coppia che ha lasciato l’Italia per inseguire un progetto di realizzazione personale e professionale; li vediamo nel decennio di passaggio dai venti ai trent’anni, quel periodo in cui si tende a gettare le basi del proprio futuro, in cui si insegue un sogno di felicità e pienezza. Una coppia che rappresenta quella generazione che è nata e cresciuta nell’era di internet e dei social network; internet come piattaforma virtuale di vita personale e poi lavorativa, le nuove professioni legate al web, un nuovo stile di vita, un nuovo modo di comunicare e interagire, l’unico modo con cui sono cresciuti di pari passo all’evoluzione del virtuale.

Grazie alle competenze acquisite, hanno scelto professioni di graphic design consone al loro potenziale espressivo; infatti Anna e Tom condividono un hobby che nel tempo si è trasformato in un buon lavoro, «fanno per soldi quello che un tempo avevano fatto per passione». Lavorano nel soggiorno di casa, con ritmi scelti da loro, che gli permettono di unire lavoro e interessi. Hanno scelto di vivere nella città universalmente riconosciuta come la più vivace dal punto di vista culturale e sociale, la città delle libertà, la città cosmopolita dove è più facile incontrare expatriats che tedeschi, la città senza limiti, senza inibizioni, politically correct in ogni aspetto.

Il loro lavoro di creativi che possono lavorare da qualunque posto – il divano di casa, una caffetteria, un luogo di vacanza – li tiene al riparo dalle frustrazioni che la loro stessa generazione patisce in lavori sottopagati, in un ambiente di competitività estrema, che sfociano in fasi di burnout e crisi esistenziali. Loro in fondo sono dei privilegiati. Eppure.

Eppure una sottile ombre di insoddisfazione si allarga sempre di più, oscura la felicità così a portata di mano, annacqua il desiderio sessuale, appiattisce ogni passione. Anche quando cercano, spinti da un sincero impulso di rendersi utili per il prossimo, di attivarsi nel sociale; alla fine resta un senso di inadeguatezza, di frustrazione. Alla fine passare tutta la giornata, seppur comodi e rilassati, nel ristretto perimetro della propria abitazione diventa soffocante. Uscire per raggiungere il posto di lavoro, magari in una sede di coworking, prendere i mezzi può diventare desiderabile, una routine all’esterno, con possibilità di stabilire anche contatti, scambiare due parole.

Per le generazioni passate era stato molto più facile capire chi essere, da che parte stare. (..) Oggi le scelte erano troppe e ognuna si dilatava in una selva di biforcazioni che finiva per escludere ogni possibilità di cambiamento drastico. Il futuro più rivoluzionario che erano capaci di figurarsi era la parità di genere nei consigli di amministrazione, le auto elettriche, il vegetarianesimo. Anna e Tom invidiavano non solo chi aveva potuto lottare per un mondo radicalmente diverso, ma persino chi era stato in grado di immaginarlo.

Le perfezioni, pag. 80-81

Ecco che Anna e Tom cominciano a pensare di cambiare vita, di cambiare anche città, e quando si presenta l’occasione di un lavoro nel loro campo ma con sede a Lisbona, affittano la casa di Berlino e si trasferiscono. Il trasferimento solletica e risveglia un certo senso di avventura, apre nuove prospettive anche sul futuro, perché, una volta esaurito l’incarico a Lisbona, cosa vieta di trasferirsi in un’isola greca o in Sicilia? Ma le delusioni sono sempre a potata di mano… e alla fine la vita ritorna a girare in un loop ripetitivo, già testato; una prospettiva di felicità a portata di mano che era forse rimasta allo stadio di promessa, ma che col passare del tempo aveva mostrato quanto ciò che si ottiene senza sforzo probabilmente alla lunga lascia delusi. Oppure basta un intervento del caso, e una nuova prospettiva si apre, e si può provare a rincorrere una felicità che appare sempre al prossimo passo, al prossimo cambiamento.

Il romanzo di Vincenzo Latronico racconta la crisi generazionale dei millennials che hanno provato a seguire una strada diversa. Non ci sono dialoghi, si percepisce una volontaria presa di distanza della voce narrante, un volontario intervento a tagliare la tridimensionalità dei personaggi, che vengono raccontati, osservati come attraverso un filtro. Anche gli umani che ruotano attorno a loro – a Berlino come in madrepatria – sono delle presenze mi verrebbe da dire simili a un coro fuori campo. E in realtà non se ne sente la mancanza, anzi tutto appare così molto più a fuoco, perché è chiaro che stiamo osservando il tutto mirando a quell’unità cellulare – infatti il narratore si riferisce sempre a “Anna e Tom”, mai all’uno o l’altra singolarmente.
L’alternanza temporale genericaPresente, Imperfetto, Remoto, Futurodefinisce l’aspetto “liquido” delle loro esistenze, colte per immagini, così come le si vedono nei feed dei social network. Un’esposizione pubblica continua, un mostrare la propria vita, ciò che si fa, i luoghi che si frequentano, come una continua messa in mostra, tesa a rassicurare che ebbene sì, esiste davvero, si è felici davvero, le foto sono lì a dimostrarlo. Ma quando poi questa sublime impostura si sfalda, tutto si svuota, fino a perdere di significato, fino a rimpiangere qualcosa di concreto, di reale.

Alla fine di una strisciante ansia da prestazione, di una nevrosi comune di ricerca della perfezione, non resta, forse, che accettarsi, magari reinventandosi nelle diverse fasi della vita, senza volersi vestire di abiti che non ci appartengono, con flessibilità e consapevolezza che anche se si è fatta una scelta sbagliata, si può sempre cambiare rotta.

Un altro pregio del romanzo è la resa di una Berlino in continuo mutamento, che dalla caduta del muro continua a cambiare e a reinventarsi.

Vincenzo Latronico (Roma, 1984) ha pubblicato quattro romanzi con Bompiani; l’ultimo, Le Perfezioni (2022), ha vinto il premio Mondello ed è in corso di traduzione in diciassette paesi. Ha tradotto decine di romanzi, concentrandosi soprattutto sui classici, e sta curando per Bompiani una riedizione delle opere di George Orwell. Collabora con Il Post e insegna alla Scuola Holden. Vive a Berlino.

Romanzo candidato al Premio Strega 2023 da Simonetta Sciandivasci, con la seguente motivazione:

Anna e Tom sono due nomadi congiunti. Italiani emigrati a Berlino, abitano e lavorano in un appartamento fotogenico, integrati nella comunità urbana di berlinesi adottivi, fatta di adulti esordienti, operosi e progressisti. Tutti molto simili a loro. Non c’è neanche un parvenu (e che sollievo).

Si sono trasferiti perché volevano di meglio: volevano stare bene. E stanno bene. Un bene placido e stabile, che contiene e dà forma al loro amore, e che a un certo punto comincia a impensierirli. Si stanno accontentando? Perché tutto li lambisce e niente li segna? La libertà è la scomparsa della tensione? Dalla casa ai ruoli alle relazioni, tutto quello che hanno costruito li rispecchia: non hanno obbedito che a loro stessi. Eppure, anche quella loro realtà si rivela insoddisfacente, estranea, forse persino inautentica, come se, nel crearla, avessero usato le mani e i sogni di qualcun altro. Qui risiede la ragione profonda per cui siamo migranti e nomadi: non aderiamo mai fino in fondo, mai per sempre, alla vita che facciamo, e non c’è modo di confezionarne una che prima o poi non ci si rivolti contro, che non ci risulti artefatta, e allora dobbiamo poterci spostare. Finiamo sempre con il prosciugare i territori, le case, gli affetti, le soddisfazioni.

Latronico è questo che indaga, e lo fa attraverso una storia d’amore perché indaga anche l’amore, e cosa in questo tempo lo alimenta e lo struttura.

Lo propongo perché non conosco altri romanzi che raccontino la migrazione come spinta, inquietudine, e natura dell’uomo, arcaica e futura. Non conosco altri romanzi interessati, in questo modo, al presente. Non conosco altri scrittori capaci di farmi dire che Sally Rooney si è sbagliata, sul conto della sua generazione, che poi è la stessa di Latronico, e anche la mia: la nostra ambizione non è essere persone normali. L’ambizione di Anna e Tom è potersi definire nel cambiamento, riconoscersi senza doversi identificare e avere «un cuore che batte più rapido e più lento, insieme». Lo propongo per la scrittura, così precisa da mettere in comunicazione e a nudo i protagonisti senza mai farli dialogare: non una parola tra virgolette. Lo propongo perché dà un contorno solido e luminoso alla dimensione morale della mia generazione. E perché è un romanzo senza intenzioni: a Latronico interessa lo sguardo, e basta.