Oggi vi propongo una vetrina piena di novità: settembre è un mese di grande fermento nelle case editrici, tra nuove uscite, festival letterari, presentazioni… e allora immergiamoci in questa prima boccata d’aria libresca!

Durante una premiazione letteraria l’affabile Guy Courtois, venditore di incipit che, a suo dire, ha fatto le fortune di Thomas Mann, Franz Kafka, Albert Camus e molti altri, lascia il biglietto da visita a uno scrittore in crisi. Fra i due s’instaura allora una fitta corrispondenza e prendono il via varie storie che procedono parallele o si intersecano: uno scrittore smarrito racconta la sua prima volta nel suggestivo Caffè dei Timidi e nella rinomata Casa degli Scrittori a Bucarest; una donna misteriosa, seduta fra i libri parlanti della libreria Verdeau a Parigi, trascrive la propria quotidianità… Bizzarri personaggi, apparentemente scollegati fra loro, si rincorrono in questo romanzo vertiginoso di singolare fascino. Leggi la mia recensione.

Dall’autrice di Hotel Tito (mia recensione), arriva ora un’opera sull’identità incatenata dalle convenzioni, sul potere liberatorio del rispetto e della sensibilità verso gli altri.
Una madre, una figlia, la sua compagna, tre donne ma una non può e non vuole esserlo. Tre punti di vista diversi, inattesi, radicali. Lucija, la figlia, è costretta da un incidente a vivere segregata nel proprio corpo e immersa nel proprio pensiero. Nell’inerzia assoluta delle membra ma nella mobilità dello sguardo e della sensibilità prende atto di cosa significhi essere prigionieri di se stessi e degli altri, subire la volontà e i desideri altrui. Attorno a lei si muovono sua madre e Dorian, che dopo Lucija prendono la parola per raccontare la propria storia. Dorian quando incontra Lucija è ancora Dora, una donna con dentro un uomo, poi ha scelto di iniziare la transizione della propria identità; da quando ha l’aspetto di un uomo tutto è cambiato nella sua vita, «basta alzare la mano, richiamare l’attenzione perché si venga presi sul serio, pagati di più, perché non si venga derisi, sfruttati, non si diventi oggetto di battute». Dorian comprende e ama Lucija ma non è mai stato accettato dalla madre di lei, perché per questa donna la reazione naturale nei confronti del diverso è reprimerlo, ripudiarlo e punirlo. Eppure soffre a sua volta, succube da sempre della dittatura dell’altro: del padre, del marito, della suocera, della società. È una madre con due figli, Tomislav e Lucija, un maschio e una femmina: non li uccide come Medea, ma li divora per amore. Quando sarà lei a raccontarsi restituirà uno straordinario resoconto della propria vita segnata da ruoli e doveri, silenzio e dolore. In Figli, figlie, Ivana Bodrožić immerge i suoi personaggi nella violenza trasmessa dalla famiglia e dalla società senza cercare facili colpevoli. La sua è una storia delicata e drammatica, narrazione di corpi, femminili e maschili, di aspettative biologiche, sociali, ideologiche, dei limiti che pongono nella ricerca del proprio carattere e del proprio destino. È un’opera che è stata acclamata per il suo stile e la forza emotiva, che mai accoglie tesi scontate e prive di sostanza, e che racconta una delle storie d’amore più tenere e tormentate della recente letteratura europea.

«Nessun’altra città è così piena di vuoto». Al volgere del millennio i grandi vuoti di Berlino, le cicatrici lasciate dal ventesimo secolo sul tessuto della città, si riempiono: dei sogni di una generazione che da tutta Europa ne fa il luogo di una promessa; del desiderio di chi vi cerca la trasgressione e l’estasi dei rave e dei sex party; delle nostalgie degli expat di tutto il mondo, fra cui moltissimi italiani, che a Berlino hanno cercato una nuova vita, fortuna o oblio. Scrivendo di Berlino, Vincenzo Latronico scrive il romanzo di formazione di una generazione.

«La chiave di Berlino è il racconto di una città e di chi l’ha attraversata negli ultimi venti anni. Latronico fa i conti con la falsa coscienza collettiva e individuale scrivendo un libro politico, profondo e commovente su ciò che è irrimediabilmente perduto, su ciò che resta, ma soprattutto sulla possibilità di un’utopia che non assomiglia né a un rimpianto, né a un’idealizzazione».

Veronica Raimo

Vincenzo Latronico si trasferisce a Berlino poco più che ventenne per una ragione che non è chiara nemmeno a lui. Quel che è certo è che, almeno all’inizio, è troppo forte il richiamo della città: piena di vuoti in cui far crescere la propria vocazione e di ombre in cui nascondersi, Berlino è la città in cui essere giovani nei primi vent’anni del ventunesimo secolo. Raccontandone le complessità – la memoria storica ancora ustionante, il mercato immobiliare sempre più votato alla speculazione, la vita notturna tra emancipazione e consumismo, la gentrificazione denunciata dagli stessi che se ne fanno agenti – Latronico scrive un vero e proprio romanzo di formazione, personale e generazionale allo stesso tempo. Una storia europea di emozionante lucidità. Come già è stato il suo Le perfezioni, candidato allo Strega.

«Sono arrivato a Berlino nel 2009. Ci vivo ancora. Me ne sono andato, sono tornato. Nel corso del tempo ho avuto vari motivi per restare: più o meno validi, più o meno vulnerabili ai negoziati con la durezza dell’inverno e la nostalgia».

Vincenzo Latronico

Gerolamo è una strana creatura, un ragazzo di venticinque anni che vive in una città di mare, abita da solo, mangia spesso dalla zia. Ha qualche amico e nessun lavoro, esce di sera e di notte, dorme la mattina. Aspetta, ma non si sa bene cosa. Lo agita un desiderio quasi violento di diventare adulto e al tempo stesso porta dentro di sé un Gerolamo precedente, bambino e adolescente, che non lo vuole abbandonare. Eppure nella sua attesa, nell’immobilità, nell’indecisione sospesa tra dubbi e inesperienza, nella paura costante di perdersi, Gerolamo è travolto dall’intensità e dalla meraviglia di quanto gli accade. Ha un amico che sta molto male, un altro che finalmente si è innamorato, un pappagallo da accudire per qualche giorno, la ragazza del piano di sopra sul punto di partorire. Fuma molte sigarette, beve volentieri, ma soprattutto Gero spera che giunga un momento in cui le cose cambino, in cui per lui e per tutti quelli intorno a lui arrivi il «punto di rottura», un bagliore di chiarezza che squarcia le nubi piene di pioggia, la realtà finalmente tirata a lucido, la vita che si mette a scorrere nella direzione giusta. Alla sua seconda opera Bernardo Zannoni racconta il mondo degli umani con la fantasia e la profondità emotiva con cui aveva narrato la società degli animali ne I miei stupidi intenti. Scrive un romanzo che ha i tempi scomposti e incoerenti della giovinezza, lo sguardo in cui si fondono dolcezza e crudeltà di chi ha fame di vita, la comicità e l’assurdo delle menti che si avviluppano su se stesse. Dalle sue incursioni appassionate, fiabesche, avventurose, scaturisce un disegno di sorprendente realismo, un ritratto pieno di curiosità e di premura, al tempo stesso divertito e sgomento di fronte a quegli strani esseri che compongono il genere umano.

Un viaggio affascinante all’interno della complessità di una società in transizione, uno sguardo alle sfide e ai cambiamenti che delineano l’attuale panorama indiano, attraverso tematiche cruciali quali la globalizzazione, le disuguaglianze socio-economiche e le dinamiche identitarie in evoluzione.

L’Indian Institute of Technology è un sogno per tutti i giovani indiani che desiderano raggiungere il successo e sfondare nel mondo della finanza. Soprattutto per chi, come Arun, è nato in una casta inferiore e ha conosciuto un’infanzia di privazioni e durezza. Per questo, quando viene ammesso nella prestigiosa università di Delhi, Arun sa di avere tra le mani il lasciapassare per un futuro diverso, la possibilità di riscattarsi dalla sorte dei genitori. Ma le cose per lui non vanno come aveva sognato: sempre tormentato dal timore di essere smascherato come intruso, non sa condividere la feroce ambizione degli altri studenti, quello sfrenato desiderio di fama e ricchezza che li porterà a valicare le barriere sociali. Così, mentre gli amici, terminati gli studi, conducono una vita in stile Gatsby, tra lusso, feste e una estrema libertà sessuale, Arun si ritira con la vecchia madre in un piccolo villaggio sull’Himalaya dove, immerso nel paesaggio vasto e silenzioso, si dedica al lavoro di traduzione. Il suo idillio solitario si interrompe però con l’arrivo di Alia, una giovane donna che sta raccogliendo materiale per scrivere un libro sui suoi vecchi compagni dell’IIT. Affascinato, Arun si lascia trascinare in quel mondo da cui era fuggito e si trova davanti a una verità incontestabile: «Per troppi uomini come noi essere liberi ha significato profanare gli ideali e i valori che guidano la maggior parte degli esseri umani». Se vuole occupare un posto vicino ad Alia, Arun si troverà costretto a scegliere: non solo da che parte stare, ma che persona vuole essere.

Le elezioni si avvicinano e Franco Gavaglià, sindaco di un esteso comune di montagna, punta alla riconferma. Peccato che lui, dopo anni di sedentarietà e pranzi di lavoro, all’uomo di montagna non somigli più: mani callose, fisico asciutto e rughe scavate dalle intemperie sono stati soppiantati da un’obesità decisamente cittadina, che potrebbe respingere molti elettori. Per vincere, Gavaglià ha bisogno di essere affiancato da un eroe della vita alpina, una figura che incarni agli occhi della comunità il sacrificio, l’operosità, la tradizione. Suo padre, per esempio. Si dà il caso, però, che il padre di Franco sia un uomo odioso, egoista, feroce, che ha infierito fin quando ha potuto sulla moglie e sul figlio, sfruttandoli e schiavizzandoli. Per fortuna in campagna elettorale la verità non ha alcun peso, se si sa camuffarla bene, e Franco ha imparato fin da bambino l’arte di mentire per evitare le bastonate. Il problema sta semmai nel convincere il padre ad accompagnarlo agli estenuanti appuntamenti che la campagna esige – sedarlo non sembra sufficiente. Qui entra in gioco Leda, la figlia del sindaco, l’unica in grado di ammansire il patriarca: sia pure con riluttanza, la giovane si presta a seguire i due, per affetto, e per evitare che accada il peggio. Comincia così un’incredibile campagna elettorale, in cui l’opportunista Gavaglià si mostra disposto a tutto pur di vincere. Claudio Morandini ritorna alla montagna e alle aspre contraddizioni che la caratterizzano, rendendola questa volta teatro di una storia amara, ma condita di pungente e irresistibile ironia.

Un ritorno alle origini alla ricerca delle radici. Un viaggio dal Nord al Sud dell’Italia, per ritrovare un luogo magico e ideale. Un racconto corale intenso e appassionante. Leggi la mia recensione.
Situato sul fianco di una montagna, non lontano dal mare, separato dal resto della vallata da un ponte malfermo che gli abitanti non attraversano mai, Appetricchio è il posto dove tornare per far pace con noi stessi e capire chi siamo. È qui che è nata Rosa, la madre di Mapi e Lupo, gemelli di Brescia che ad Appetricchio hanno trascorso tutte le vacanze della loro infanzia. In paese vivono personaggi stravaganti: la maggior parte di loro si chiama Rocco, in onore del santo patrono, nessuno ha un cognome e ognuno parla un dialetto che sembra una lingua straniera, strana e imprevedibile. Andando in auto verso Appetricchio, i protagonisti ricordano con nostalgia le avventure semplici e i rapporti genuini vissuti in quel posto che è sempre rimasto nei loro cuori, fino a svelare, con un inaspettato colpo di scena, il motivo che li ha tenuti lontani per un periodo così lungo della loro esistenza. Un romanzo unico e originalissimo, dall’atmosfera avvolgente e piena di rimandi, capace di creare un sentimento nostalgico di forte immedesimazione con la descrizione del paese sospeso nel tempo che qui assume una valenza quasi universale.

Un audace giallo ambientato nelle valli gallesi, un commovente ricordo di dolore e rinascita e una rigorosa biografia storica.
Rosalind Bone è una ragazza di rara bellezza; a sedici anni, è scomparsa da un giorno all’altro, si dice che sia stata attirata lontano dalle valli gallesi dal glamour di Londra. Sua sorella, Mary non è dotata della stessa bellezza, vive all’ombra del ricordo della sorella, una foto custodita in un cassetto, non lascia mai Cwmcysgod, il paesino in cui vivono; decenni dopo, la foto nascosta di Rosalind affascina la figlia adolescente di Mary, Catrin, sedici anni quanti ne aveva Rosalind l’ultima volta che è stata vista. Nel corso di un’estate, un incendio doloso e un omicidio riveleranno la verità, facendo esplodere le certezze locali. La narrazione audace, le osservazioni liriche e un cast che include uno spacciatore ottantenne, danno vita a un romanzo pieno di domande sulla forza femminile.

Babylon è insieme una riflessione sulle contraddizioni dell’America contemporanea, un romanzo sul tradimento del sogno americano e un coming of age tenero e onesto, profondo e provocatorio, che ha la grazia e il ritmo di una commedia.
Andrés è un professore universitario figlio di immigrati latinoamericani. Vive a New York con il marito Marco, ma la loro relazione è in crisi dopo un tradimento. Convinto che la distanza possa sanare le ferite, Andrés torna nella sua cittadina natale nei sobborghi di Long Island per prendersi cura dei genitori, e partecipa suo malgrado a una rimpatriata del liceo. Ma tornare significa riscoprirsi vulnerabile, ed esporsi ai ricordi che affiorano prepotenti: Andrés rivive la paura e la sfida di sentirsi un outsider nel piccolo mondo della provincia; incontra il suo primo amore, Jeremy, ora sposato e con figli; e rivede l’amica Simone, ricoverata in un ospedale psichiatrico. E mentre ripercorre il passato che hanno condiviso, l’amicizia e la passione che li ha tenuti insieme anche nei momenti più bui, Andrés si ritrova a scegliere tra un antico sogno di gioventù e la certezza del presente, tra illusioni e speranze. Babylon è una lucida metafora dell’America di oggi, dove razzismo e conflitto sono ormai sedimentati nel tessuto delle relazioni, famiglie, coppie, amicizie. Con una voce onesta e provocatoria, in cui risuona l’eco delle lingue che oggi popolano il paese, Alejandro Varela racconta di uomini e donne che resistono e non si arrendono a un futuro di esclusione, e che costruiscono la propria felicità ogni giorno, un amore alla volta.

Teheran, 1979. Behsad, giovane rivoluzionario comunista, lotta per un nuovo ordine dopo la cacciata dello Scià. Ci trascina nelle sue azioni clandestine, ci confessa le sue speranze per un nuovo Iran e ci racconta come, nel cuore della lotta, abbia incontrato l’amore della sua vita, Nahid. Dieci anni dopo, Behsad e Nahid si trovano in Germania. Insieme ai loro figli, Laleh e Morad, sono fuggiti dall’Iran dopo l’ascesa al potere di Khomeini. La tessitura delle loro vite racconta ciò che è rimasto di una rivoluzione perduta, l’oppressione, la resistenza, il desiderio assoluto di libertà, l’attaccamento alle proprie radici, e poi lo strazio dell’esilio, la doppia cultura, la non appartenenza a un mondo dotato di nuove e incomprensibili regole, il tutto cantato da quattro voci indimenticabili che si sprigionano, nella notte, come un’epopea; finché il canto si fa immagine che resta indelebile, quando l’adolescente Laleh filma il nonno perché trasmetta un messaggio al figlio lontano – “Behsadjan, dice alla fine, Behsadjan, Salam. La sua voce suona così debole. Behsadjan, come stai? Io spero che tu stia bene, figlio mio. Si zittisce e inghiotte e il suo inghiottire fa rumore”. Un ritratto di famiglia macchiato di sangue ed esilio, politico, umano, contemporaneo e terribilmente illuminante sulla situazione in Iran. Venduto in oltre 80.000 copie in Germania, Di notte tutto è silenzio a Teheran racconta quattro decenni di un popolo in lotta.