Essere nata mi costringeva a vivere. Così assurda era la realtà. Erano tanti quelli che forse l’avrebbero voluto, ma che non erano nati.

Il latte della madre, di Nora Ikstena, Voland editore 2017, prima edizione originale 2015, traduzione di Margherita Carbonaro

Ho scelto di leggere questo romanzo nutrendo molte aspettative: si tratta della prima opera di letteratura lettone che leggo, è un romanzo con una forte connotazione storica, parla di emancipazione femminile e del rapporto madre-figlia. C’erano tutte le premesse per renderlo una lettura appagante; in effetti, le aspettative sono state ampiamente superate, grazie ad una scrittura lieve e poetica (le descrizioni ambientali sono incredibilmente belle), precisa e coinvolgente, e ad una storia emozionante ed emblematica.

riga Lettonia
Riga, Lettonia

La Lettonia ha un passato travagliato alle spalle, con un alternarsi di dominazioni che hanno visto prevalere la Russia (dopo la seconda guerra mondiale) e poi, dopo quasi cinquant’anni, tornare ad essere una nazione indipendente, che dal 2004 è anche entrata a far parte dell’Unione Europea.

Il romanzo è ambientato nel periodo più cupo: parte dal 1944 quando, le truppe hitleriane – dopo tre anni di occupazione e incalzate dai russi – lasciano la Lettonia in mano all’Armata Rossa; il paese, già provato dall’occupazione nazista e dai suoi eccidi, si trova ad affrontare le purghe del regime staliniano e a vivere sotto un regime opprimente, che cerca in ogni modo di annientare l’identità nazionale.

Il romanzo inizia proprio dall’arrivo dei russi e si dipana fino al 1989, quando in televisione vengono mostrate le immagini della caduta del muro di Berlino. La storia delle protagoniste è narrata attraverso le due voci di madre e figlia, in un’alternanza di capitoli in prima persona; a loro si aggiunge un’altra presenza femminile, cardine su cui entrambe girano: la nonna. Tre generazioni che vivono sulla propria pelle gli avvenimenti storici e il clima opprimente della “russificazione”. 

E altrettanto imperterrito si sviluppava in me un odio per quell’esistenza doppia e ipocrita, in cui le persone erano costrette a recitare due parti. Portare le bandiere alle parate di maggio e di ottobre, inneggiando all’Armata Rossa, l’esercito più potente del mondo, alla rivoluzione e al comunismo, e nella cucina di casa sciacquare via tutto con un bel bicchierino, farsi il segno della croce e aspettare gli inglesi che sarebbero arrivati attraverso la Daugava, per liberare la Lettonia dallo stivale russo.

La madre, che è un medico, – nata nel 1944 – e la figlia – nata nel 1969 – hanno un rapporto quasi rovesciato, dove è più la figlia a prendersi cura della madre, che deve fare i conti con la sua incapacità di accettare questa forma di oppressione che le ha tolto la possibilità di perseguire le sue aspirazioni professionali, e che la fa vivere con la costante sensazione di essere chiusa in una gabbia.

Quando camminavamo insieme, avevo la sensazione che fosse mia figlia a guidarmi. Così allegra, procedeva a passo svelto, sembrava danzare. Allegra come i ruscelli di marzo che correvano sulla strada, mentre nei punti in ombra resistevano i cumuli di neve.

La figlia, che è nata quando la situazione era già così e dunque non ha conosciuto un prima, vive in modo naturale la realtà, trovando gioia soprattutto nel rapporto di grande amore con la nonna che  la cresce, dato che la madre non riesce a prendersi cura di lei, o non vuole – fino ad un certo punto della storia – farlo. Da bambina, non riesce a capire il rifiuto a vivere da parte di sua madre e cerca in tutti i modi di starle vicino e di spronarla; crescendo e maturando, arriverà a capire da dove arriva il disagio, il rifiuto della vita e capirà anche perché sua madre non ha voluto allattarla quando era nata.

Da questa storia emergono in modo forte le due personalità, della madre e della figlia, che se all’inizio sono molto diverse per carattere e atteggiamento, col passare del tempo e col maturare delle consapevolezze da parte della figlia, si avvicineranno sempre più, nella fierezza di volersi vedere riconosciute per il proprio valore personale, per la capacità di esprimere i propri talenti e metterli al servizio degli altri e ribellandosi ai soprusi che vogliono privarle non solo della loro libertà ma anche del loro futuro.

Se la madre rappresenta la generazione che ha dovuto sottomettersi e che ha perso l’amore per la vita, la figlia incarna la speranza nel riscatto, nella realizzazione di quel cambiamento tanto agognato e che alla fine arriverà, a rischiarare il futuro dei giovani, ma troppo tardi per coloro che ormai sono nell’età più avanzata.

Non lo dissi mai a nessuna delle mie pazienti, non le incoraggiai mai ad abortire. Ma procreare, mettere al mondo un figlio in quel tempo e luogo mi appariva insensato come tutto quello che succedeva intorno. Eravamo condannati, tagliati fuori dal mondo, circondati da un’alta muraglia protetta da filo spinato e cani da guardia. Condannati a un’esistenza sonnolenta che bisognava chiamare vita.

Un romanzo molto profondo, che riesce a costruire perfettamente lo sfondo sociale e storico, a renderne la cupezza e il senso di oppressione; così come riesce a raccontare la complessità del rapporto tra madre e figlia, che qui viene esplorato attraverso tre generazioni.

Nora IkstenaNata a Riga nel 1969, Nora Ikstena è una scrittrice e saggista molto nota e stimata in Lettonia e all’estero. Attiva nella vita politica e culturale del suo paese, è considerata fra le personalità più autorevoli della letteratura baltica contemporanea. Le sue opere – che comprendono romanzi, raccolte di racconti, favole e scritti biografici – sono tradotte in diverse lingue e hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Il latte della madre (Mātes piens), uscito nel 2015 e vincitore del Dzintars Sodums e del Premio dei lettori (Lielā Lasītāju Balva), le è valso un grande successo di critica e pubblico.

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L’incipit potete leggerlo Qui