Ancora pochi mesi e comincerà il Ventunesimo secolo. La Lettonia ha ottenuto l’indipendenza, ma fatichiamo ad abituarci a questa situazione inconsueta. Per i popoli vivere sotto governanti stranieri ha sempre significato vivere con una parte superiore estranea.(..) i popoli vengono messi alla prova, ciascuno in maniera diversa. Alcuni con terremoti e alluvioni, altri con eruzioni di vulcani o con la siccità. Noi lettoni per centinaia di anni siamo stati messi alla prova nella nostra resistenza e nella speranza che riotterremo la nostra parte superiore perduta, e che una volta per tutte impareremo a custodirla con rispetto.

Come tessere di un domino, di Zigmunds Skujiņš, Iperborea editore 2017, traduzione di Margherita Carbonaro

 Zigmunds Skujiņš è uno scrittore famosissimo nel suo paese, ma non solo. Come infatti ci fa notare la sua traduttrice in italiano nella postfazione del romanzo, nel mondo circolano più di sette milioni di copie dei suoi numerosi romanzi (una ventina), racconti, sceneggiature. E finalmente, grazie alla casa editrice Iperborea, da sempre al primo posto nell’importare le letterature del nord Europa, abbiamo la possibilità di leggere quello che è probabilmente il suo capolavoro.

riga Lettonia
Riga

Un romanzo (ma non solo) in cui è racchiusa la Lettonia: i suoi territori, i suoi popoli, i suoi dominatori, la sua lingua, la sua Storia. Come ho già avuto modo di dire nella recensione al romanzo di Nora Ikstena, autrice lettone vera rivelazione per me, la storia della Lettonia è travagliata e altalenante tra dominazioni straniere e tentativi di guadagnare l’indipendenza. Nel corso del Ventesimo secolo, in particolare, in queste regioni si sono consumati eccidi e deportazioni di decine di migliaia di esseri umani, da parte dei nazisti e dei sovietici, e la popolazione ha cercato di sopravvivere e tenere vive la propria lingua e le proprie tradizioni.

Skujiņš ci racconta la storia della Lettonia attraverso una trama che si dipana su due binari narrativi, che proseguono apparentemente senza toccarsi, mentre in realtà, attraverso le vicende dei protagonisti, passo dopo passo, arrivano ad essere sempre più connessi. Lo sono perché percorrendoli, in entrambi, attraversiamo le terre lettoni – Curlandia, Livonia –, la storia dei suoi abitanti vista su due linee temporali sfasate, e alcune rivelazioni che giungeranno alla fine del romanzo.

In una delle due narrazioni siamo nel Novecento e seguiamo la vita di una famiglia un po’ anomala e, sì, anche eccentrica. Il narratore è un ragazzino che vediamo crescere e farsi uomo, e che si troverà di fronte, in presa diretta, agli avvenimenti cruciali per il suo paese nel corso di cinquant’anni. Il ragazzo vive in un maniero alle porte di Riga con il nonno – personaggio chiave del romanzo -, una Baronessa baltico-tedesca, zia Alma e due altri personaggi che sbucheranno dal nulla: il fratellastro Jānis e l’Aviatore. Il ragazzino è stato affidato al nonno dai genitori – due artisti circensi – che hanno deciso di girare per l’Europa. Anche il fratellastro – nato dalla madre e da un signore giapponese –, dopo essere finito in orfanatrofio a Rotterdam a seguito della morte della madre, approda al maniero e sarà compito del nonno aiutarlo a crescere ed affermarsi in un ambiente dove i suoi occhi a mandorla lo rendono automaticamente “diverso”. Il nonno dispensa consigli, liquida le questioni con saggezza e ironia, escogita stratagemmi quando le situazioni prendono una brutta piega, arricchisce le sue osservazioni con rimandi storici, letterari e filosofici: è un uomo sempre elegante, con un abbigliamento un po’ retrò ma sempre impeccabile e gestisce un’impresa, insieme alla Baronessa, di trasporto con cavalli.

Il male non può essere sradicato, e il bene non può essere l’unico materiale da costruzione: i cambiamenti si manifestano in un gioco di combinazioni.

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Castello di Jelgava

L’altra narrazione, dai toni più surreali, è ambientata nel Diciottesimo secolo e prende l’avvio dai turbamenti della baronessa Waltraute von Brüggen (nome da ricordare!), nata von Hahn ma von Liven per parte di madre. La poverina ha perso – o almeno così pare all’inizio – il marito, il capitano Eberhard von Brüggen, centrato in battaglia da un colpo di artiglieria così devastante che “non è rimasto niente da seppellire”. Nel cercare notizie in merito alle circostanze della sua morte, fomentata dalle parole del conte Cagliostro (proprio lui!), approda alla residenza del capitano Bartolomejs Ulste (nome da ricordare!), il quale asserisce di essere stato al fianco del marito e come lui colpito. Ma la vera rivelazione è che le due metà dei rispettivi corpi sarebbero state “ricucite” insieme dall’innovativo genio Gibran, chirurgo dai poteri quasi soprannaturali. In realtà, questo non è che un espediente operato da Ulste per approfittare della credulità e della voglia di ritrovare il marito di Waltraute e così sedurla. La loro notte intima sarà il centro di molte riflessioni della donna che continuerà per molto tempo ad interrogarsi sulla vera identità dell’uomo con cui si è unita: suo marito per metà, ma quella inferiore del corpo e dunque non nella mente, e dunque si poteva dire che fosse veramente lui? È ovvio che, ai nostri occhi, la questione appare surreale e di calviniana memoria, ma per una quasi analfabeta donna del Diciottesimo secolo, che si muove in ambiente in bilico tra scienza e stregoneria,  tutto questo poteva apparire plausibile. Sotto la coperta dell’ironia e dell’irrazionale, condito con episodi esilaranti, viene fuori il tema centrale: quello dell’identità.

E l’identità è anche il perno attorno a cui ruota la prima narrazione: ecco il fil rouge che lega le due storie. Identità personale e identità di un popolo. Cosa significa essere lettone per il ragazzo protagonista della prima storia, per il suo fratellastro, per la Baronessa; così come per Waltraute cosa significa la discendenza tedesca contrapposta alla nascita nei territori baltici.

Il racconto in cui è protagonista Waltraute permette al lettore di conoscere quale fosse la vita nelle regioni lettoni – Curlandia, Livonia, Latgallia – e quali fossero i rapporti di potere tra la classe dominante – la nobiltà baltico-tedesca – e la popolazione locale; l’altro racconto si focalizza sugli anni più recenti e drammatici della storia dell’attuale Repubblica lettone: dal 1939, anno del patto Molotov-Ribbentrop, al 1991, anno della dissoluzione dell’Unione sovietica.

Un romanzo ricco, magistralmente condotto e sostenuto da una narrazione fluida e accattivante dove gli ingredienti principali sono l’ironia e la lucidità, perfettamente dosati sullo sfondo storico culturale della storia della Lettonia.

Qui potete leggere l’incipit.