Venire quassù era stata un’idea di mia madre. Sentiva il bisogno di tornare a casa dopo tutti quei funerali, aveva detto. Tutti quegli addii. Potevamo fare una vacanza insieme. Andare a trovare i parenti. Sapeva benissimo che il bisogno era mio. Lo avevo espresso. «Non so nemmeno pronunciare il mio nome.»

Isola, di Siri Ranva Hjelm, Iperborea 2018, ed. orig 2016, traduzione di Maria Valeria D’Avino, illustrazione in copertina di Federica Bordoni

faroe cascata

Isola” è uno di quei libri poetici e suggestivi che, mentre li leggi, ti fanno sentire il bisogno di fermarti, ogni tanto, e tornare indietro a rileggere qualche passo e poi di pensarci su, di lasciare che quelle parole – come le isole che compaiono e riappaiono in una notte – appartengano definitivamente alla realtà, che tu riesca a collocarle in un reale che ti appare sì lontano, geograficamente, ma che emozionalmente disegna le linee del cuore e degli affetti e il bisogno di sentirsi attaccati a una radice, a un fazzoletto di terra su cui sui stanno appiccicate tutte quelle cose che ti fanno dire “casa”.

Per me è stato un attimo entrare in sintonia con la protagonista; ho molto in comune con lei. E come lei, ho cercato di tornare alle mie origini, ai ricordi di infanzia che, con gli odori, i sapori e alcune fugaci visioni, sono stati la via accidentata per affermare me stessa, per dire cosa sono e da dove vengo.

L’autrice questo percorso lo racconta per immagini in un modo unico, poetico, vibrante, e la traduttrice ci regala questo gioiello in un italiano sublime. Tanto per dire:

Gli uccelli si lanciano dentro e fuori dalla parete rocciosa, dentro e fuori dalla realtà, come proiettili scintillanti. (..)

Le nuvole avevano divorato la montagna, erano rotolate giù e avevano steso una tonaca di pioggia sul campo. (..)

Il monte canta a mezza voce, il vento dorme raggomitolato sul tetto. La luce sta nell’ultimo residuo della notte come una caramella in una carta opaca. (..)

La nebbia cominciava a diradarsi, si strappava come latte cagliato e si ritirava in tutte le direzioni.

Sono solo alcuni esempi, presi a caso sfogliando tra queste intense pagine.

Faroe mappa

Le isole Faroe (Fær Øer) sono un arcipelago formato da 18 isole, immerse nell’oceano Atlantico settentrionale, tra l’Islanda e la Norvegia; sono il territorio autonomo danese situato più a nord. Le isole Faroe, con i suoi 50,000 abitanti, sono un paradiso naturalistico, con un paesaggio unico, con i villaggi di pescatori e le case colorate, con l’erba che cresce sui tetti. Le isole sono collegate tra loro con tunnel stradali, strade rialzate e ponti, e le più lontane con traghetti. Con la loro fauna, sono un paradiso per gli appassionati birdwatching. I loro abitanti hanno un carattere forte, indipendentista e fiero della propria lingua e tradizioni, come del resto tutti gli isolani.

Faroe Streymoy-Isole-Faroe
Streymoy

Tutto questo è presente nel romanzo – di ispirazione autobiografica – e descritto così bene da farlo vedere al lettore come se lo stesse osservando da lì, affacciato ad una finestra o appollaiato su una roccia.

faroe casa erba

La protagonista è nata a Copenhagen ma la sua famiglia, da parte di madre, è originaria delle Faroe, dell’isola di Suðuroy. I suoi nonni Fritz (abbi) e Marita (omma) avevano lasciato l’isola negli anni Trenta, in cerca di migliori condizioni lavorative e di vita. E proprio i nonni sono il collante che legano la protagonista al suo passato, alle radici affondate in queste terre uniche, di cui vorrebbe sentirsi parte appieno, lei che nemmeno sa parlare la lingua faroese e pronunciare correttamente il suo nome.

Quel weekend raccontai a me stessa che ero nata a Vágar, a Gásadalur, un mattino insieme alla pioggia. Volevo che un germe di me fosse spuntato qui e vi appartenesse, fosse parte della pietra, dell’aria verde.

I nonni, soprattutto Fritz, si sono lasciati alle spalle un mondo, geografico e affettivo, un arcipelago fluttuante di isole e ricordi, che è rimasto appeso alla loro memoria, che ha costruito un sentimento di nostalgia duraturo. Marita lo ha tenuto nascosto nel cuore, mentre Fritz lo ha lasciato uscire e seminare nel cuore della nipote. E Marita:

Lei sopportava con pazienza. Era il vetro intorno alla nave in bottiglia su cui lui navigava, la prua sempre rivolta verso casa. Quando lei morì, io pensai: ecco, ora abbi andrà alla deriva.

La protagonista, con sua madre e suo padre – che chiama affettuosamente la tarantola – torna tra le isole, si immerge nel paesaggio scabro e frustato dagli elementi naturali, e grazie alla memoria estesa della sua famiglia – soprattutto delle prozie ancora in vita – ricostruisce il puzzle delle sue origini. Il presente della narrazione del suo viaggio, è alternato al racconto del passato dei nonni, con cui lei riesce così abilmente ad immedesimarsi, da rendere le sue parole vere e contestualizzate, ricostruendo le loro vite e i loro sentimenti dagli anni Trenta al presente. E ciò che ne viene fuori è il quadro di quella che l’autrice definisce la migrazione, che si compie in tre generazioni, e di cui lei rappresenta il terzo anello:

La terza generazione è una coperta troppo corta: è totalmente disinvolta e libera da condizionamenti culturali oppure è a casa solo per metà, padroneggia a metà la lingua, si costruisce un’identità nel solco dell’aratro sulla roccia, porta la data d’arrivo del suo sangue impressa sulla fronte come un tatuaggio, ma è un tatuaggio che si è fatta da sé con la biro, e pronuncia il proprio nome con orgoglio tra gli stranieri, a mezza voce tra i compatrioti.

Faroe Vagar by Janos Palotas

Isola” è un romanzo denso, un viaggio doppio di andata e ritorno, una sliding-door tra mito e realtà, un rimpatrio a Itaca, quell’isola che nonno Fritz intravedeva nelle nebbie del nord; un’isola che poteva immergersi e riemergere, un confine da varcare con larghe falcate, saltando da un masso all’altro come quando si guada un fiume.

Jacobsen fotoSiri Ranva Hjelm Jacobsen (1980) Cresciuta in Danimarca da una famiglia originaria delle isole Faroe, dopo gli studi umanistici si dedica alla scrittura e collabora con diversi quotidiani e riviste. Con il suo primo romanzo, Isola, ispirato alla sua storia personale, si impone subito all’attenzione di pubblico e critica per l’originalità della sua voce poetica, tanto da essere affiancata ai grandi cantori del Nord, William Heinesen, Einar Már Guðmundsson, Jon Fosse e Jón Kalman Stefánsson.

Link all’editore; l’incipit lo trovate qui.