Mi sono calato nei panni di Alexander Igorovič von Wrangel zu Ludenhof per penetrare più a fondo nel cuore di questa storia realmente accaduta. Ho potuto leggere dal quaranta al cinquanta per cento dei suoi pensieri nelle memorie e nelle lettere. (..) Ho eliminato tutte le vaghezze dietro le quali si è dovuto nascondere, ho colmato le lacune. E tuttavia ho voluto, anche nella mia immaginazione, rendere giustizia ad Alexander. Non ho modificato, abbellito né alterato nessuno degli avvenimenti della sua vita. Lo stesso vale per gli altri protagonisti di questo libro, Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Marija Dmitrievna Isaeva ed Ekaterina Osipovna Gengross, anche se osservo tutti e tre con gli occhi di Alexander.

Il giardino dei cosacchi, di Jan Brokken, Iperborea editore 2016, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo

Ecco come spiega la sua operazione narrativa l’autore, proponendo ai lettori di compiere un salto nel tempo, e rivivere l’amicizia tra i due personaggi, le loro vicissitudini, e l’epoca in cui hanno vissuto. Un’operazione estremamente difficile: documentarsi deve avere richiesto tempo e sforzi di sintesi, ma soprattutto riuscire a calarsi nel personaggio e costruire un memoir così credibile non è da tutti. Del resto siamo di fronte a Jan Brokken, un grandissimo conoscitore – definirlo erudito sminuirebbe la sua vena ironica – della storia della Russia e dei paesi baltici, che ho già avuto modo di amare durante la lettura di quei meravigliosi libri che sono Anime baltiche e Bagliori a San Pietroburgo.

L’operazione è particolarmente riuscita perché  Alexander von Wrangel (che abbiamo già incontrato in “Anime baltiche” pag 331, nel capitolo 10) è un testimone d’eccezione della vita di Dostoevskij, in virtù della loro amicizia e della volontà di von Wrangel di aiutare lo scrittore ad affrancarsi dalle misere condizioni in cui viveva, scaturite dalla sua condanna e dall’esilio in Siberia.

Dostoevsky_1872
Dostoevskij ritratto da Vasilij Perov nel 1872

Il romanzo si apre sul momento forse più drammatico della vita di Dostoevskij, quando di fronte al plotone d’esecuzione, scampa la morte all’ultimo minuto.

Fëdor Dostoevskij ricevette la massima pena per aver letto una lettera di Belinskij a Gogol’ in uno degli incontri a casa di Petraševskij. Una condanna folle: la lettura in una cerchia ristretta di una lettera di uno dei nostri critici letterari più famosi (Belinskij) a uno dei nostri maggiori scrittori (Gogol’) era motivo di un’esecuzione giudiziaria.

Alexander, allora un ragazzo, è testimone di questa atroce farsa, ma l’incontro con lo scrittore avverrà più tardi, proprio in Siberia, dove Alexander si reca in veste di procuratore giudiziario.

Anch’io finii in Siberia qualche anno dopo. Ma con una grande differenza: io mi trasferivo all’Esta volontariamente, scegliendo per semplice curiosità un’esistenza in quel mondo ancora quasi del tutto inesplorato. (..) Optai per un incarico nell’angolo più remoto e deserto della Siberia sudoccidentale, vicino al confine del Governatorato di Ilijskij, la Cina di allora, e al dominio degli ex khanati di Kokand e Taškent. Il distretto di Semiplatinsk.

Alexander parte da Pietroburgo con un grande dolore nel cuore, la morte della madre che amava immensamente. Anche Dostoevskij aveva patito lo stesso lutto, e questo è sicuramente uno dei sentimenti che più li accomuna. Tra di loro inizia un’amicizia che è più empatica e generosa da parte di Alexander; invece vincolata alle necessità materiali, ai tentativi di farsi annullare la condanna – che von Wrangel cercherà di ottenere dal nuovo zar – e all’ansia di non riuscire a pubblicare le proprie opere e ad affermarsi come scrittore da parte di colui che invece diverrà uno delle più affermate firme della letteratura russa dell’Ottocento.

Dostoievski casa museo 2
casa museo di Dostoevskij a Pietroburgo

Nel periodo siberiano, i due trascorrono molto tempo insieme, soprattutto nella dacia semi diroccata fuori Semipalatinsk, in una campagna desolata e assolata nella calura estiva: Il giardino dei cosacchi, un nome evocativo per Dostoevskij, e che i due amici abbelliscono ornandola di aiole fiorite e piantando verdure, facendola diventare meta dei pellegrinaggi delle signore bene e dei notabili della triste cittadina.

Alexander racconta anche gli amori impossibili che ciascuno di loro vive in quel periodo tormentato. Testimonia le precarie condizioni salute dello scrittore, tra attacchi di epilessia e sbalzi d’umore. Ci mette a parte dell’ansia creativa dello scrittore, di come tutto quello che vive, le personalità più disparate con cui viene a contatto, diventino materia prima delle sue opere. Lo scrittore mostra la sua anima tormentata, la sua difficoltà nei rapporti con gli altri, le debolezze più che umane che indirizzano il suo umore, facendogli spesso perdere di vista l’ovvietà e la necessità di mantenere vivi certi rapporti, soprattutto quello di amicizia con Alexander.

Dunque una lettura necessaria e appagante per chi ammira lo scrittore, per conoscere un lato magari non visibile a tutti, che passa attraverso il vissuto di una delle persone che più gli hanno testimoniato amicizia e dedizione, Alexander von Wrangler. Una lettura interessante anche sotto l’aspetto storico, che ben rende l’idea di come era vivere quei tempi tumultuosi – lungo l’arco di circa dieci anni, dal 1849 al 1860 -, di quali fossero le condizioni di chi veniva esiliato in Siberia, e di come la società che si reggeva su questo mondo artefatto fosse impregnata fin nel midollo di bassezze e corruzione.

Un racconto fluido che si snoda in modo intrigante, ovviamente ben saldo nelle fonti di riferimento, senza apparire noiosamente erudito.

Potete leggere l’incipit qui.