La mia vita. Cercando di ricostruire mio padre ero stata obbligata a volgermi all’indietro, a ricordare cose che credevo già di ricordare, a tentare di ricordare cose cancellate; ero stata costretta a esaminare il mio passato che mi sembrava dato tutt’intero, evidente. La storia di mio padre, dunque, come una grande conchiglia madreperlata, sotto la valva conteneva la mia: la mia, che già credevo di possedere e in cui invece trovavo una nuova linea, una nuova verità, La mia vita vera, qualsiasi cosa avessi deciso di farne. (pag. 286)

Città sommersa, di Marta Barone, Bompiani 2020, pagg. 296, candidato al Premio Strega 2020

Appena voltata l’ultima pagina di questo denso e inquietante romanzo, mi sono presa una pausa di riflessione. Una pausa indispensabile a lasciare uno spazio di decantazione necessario, e opportuno. Come schiacciare il tasto “pause” e subito il “rewind”; non tanto – non solo – del libro, ma anche della mia memoria personale. Perché il libro giustappone la componente personale, del rapporto padre-figlia – non sempre idilliaco, specialmente dall’adolescenza -, e la componente pubblica, intesa come la realtà che ci sta intorno e che, specialmente rispetto al passato, non sempre siamo in grado di decifrare. E, in questa specifica connotazione, il libro mi ha fatto molto riflettere; anch’io ho conosciuto mio padre andando a ritroso nella sua vita e nei fatti privati e pubblici, ricostruendo molti tasselli a posteriori e – nel mio modesto esisto – scrivendo un romanzo, e con questo, arrivando ad una riconciliazione.

Quello di Marta Barone è un libro che nasce dalla necessità divenuta via via più pressante di sapere, di attraversare il territorio accidentato di una vita che ti ha preceduta, e generata, impervio e largamente sconosciuto. Un territorio che pensavi caratterizzato in un certo modo, e che invece, per una casuale coincidenza, una scoperta fatta dopo la morte del padre, scopri essere ben altro. Di più, diverso, sconvolgente, ma non di meno tuo.

Stampa 11-dicembre-1979
11 dicembre 1979

Ma questo libro, nel percorso di ricostruzione di una memoria personale, deve fare i conti con una pagina di Storia, con i fatti accaduti nell’arco di una ventina d’anni, culminati negli anni di piombo, assumendo così una valenza più ampia, indagando una pagina della storia contraddittoria di una città e di coloro che l’hanno attraversata.

Il libro di Marta Barone è, sostanzialmente, tre cose: la storia della nascita di un libro, la storia di un uomo, la storia di una città. Questo come primo livello; livello che però si dirama, come se partissimo dal tronco di un albero per salire verso tutte le sue biforcazioni. E per comprendere un uomo dai contorni sfuggenti bisogna espandere tutte quelle propagazioni, percorrerle alla ricerca di indizi, testimonianze, immagini.

Trovavo molto irritante il contrasto tra la sua personalità nel privato (..) e il comportamento posticcio, artefatto, che a volte assumeva quando c’erano altri; era come se interpretasse, sovraccaricandola, l’immagine che pensava o desiderava loro avessero di lui. (..) Questo aveva appestato tutto. Così ormai quasi ogni volta che esprimeva un’emozione di qualsiasi tipo io ci sentivo una nota falsa, un impulso esibizionista che magari in quel momento nemmeno c’era. Ma io ero implacabile. Non gliene lasciavo passare una. (pag. 26)

Dopo la morte del padre per un cancro al fegato, Marta Barone si ritrova con la madre (da cui il padre si era separato dopo tre anni dalla nascita della figlia) a fare i conti con un’assenza; un rapporto, quello tra Marta e suo padre, carico di frizioni, impantanato nella difficoltà di comunicazione, soprattutto negli ultimi anni di vita. Un padre di cui sa di sapere poco ma quanto poco lo scoprirà negli anni successivi, quelli che le sono serviti per ricostruire un’esistenza che non immaginava nemmeno a grandi linee. Il libro verrà dopo, prenderà forma man mano che i contorni si definiscono, alcuni nettamente, altri rimanendo sfocati. Un libro che nasce dall’esigenza di sapere.

La sua ricerca parte da un vecchio faldone che spunta fuori quando sua madre riordina le carte: una memoria difensiva di un processo d’appello, in cui il padre era imputato di partecipazione a banda armata. Una rivelazione sconvolgente, di quelle che non possono lasciare indifferenti, di quelle che fanno scaturire milioni di domande, di dubbi, di quelle che capovolgono ogni sicurezza.

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Per rispondere a queste domande, non si può che affrontare la storia dei movimenti politici che sorsero in quegli anni caratterizzati da una forte emigrazione interna – dal sud- e dalle difficili condizioni di vita e di lavoro degli operai a Torino, delle proteste che dilagavano, gli scioperi, le manifestazioni, fino agli anni di piombo, quelli che insanguinarono le strade e di cui oggi vediamo quasi una rimozione dalla memoria.

È proprio vero che a un certo punto i morti tornano a cercarti, e ti devi sedere al tavolo con loro. (pag. 138)

A poco a poco, Leonardo Barone emerge dalla nebbia che, per Marta, avvolge il suo passato. Attraverso ricerche, viaggi e testimonianze di chi lo ha conosciuto negli anni giovanili, l’autrice prova a ricomporre l’identità del padre che non ha conosciuto, gli anni febbrili delle battaglie al fianco degli operai e della sinistra radicale extraparlamentare protagonista delle proteste, la militanza nel Pcim-l – Partito comunista italiano marxista-leninista -, ma anche dell’infanzia pugliese a Monte Sant’Angelo e degli studi universitari a Roma, dove è iniziata la sua adesione alle istanze di giustizia sociale nel gruppo “Servire il popolo”.

La figura che Marta credeva banale, confusionaria e sbadata, si rivela invece densa di sfaccettature: medico, operaio, agitatore, rivoluzionario, brillante oratore, altruista fino allo stremo, infaticabile difensore dei deboli, associato suo malgrado alle azioni di Prima linea, alle frange più violente dell’eversione, incarcerato, processato e poi finalmente prosciolto; capace ogni volta di ricominciare vita, amicizie, relazioni. Un uomo “entusiasta e sentimentale”,  che sulla sua storia sorvolava, evitando di parlarne soprattutto alla figlia.

Di lui non sapevo granché. Oltre al fatto che quando siamo giovani ci limitiamo a constatare che i nostri genitori esistono. (pag. 23)

Man mano che le ricerche di Marta riportano a galla la storia personale di suo padre e quella generale, capiamo che la “Città sommersa” è suo padre, ma anche la Torino in cui lei ha vissuto per anni ignara di quanto sia accaduto, anche a pochi metri da casa sua. Una città, e un uomo, che portano addosso i segni delle lotte, delle violenze, delle morti, senza che lei ne abbia mai avuto coscienza. L’indagine diventa quindi anche l’esplorazione di una parte di sé che era sommersa, che non poteva trovare espressione ma che premeva, inconsciamente, per essere riconosciuta. Andando alla ricerca di suo padre, scopre che alla fine non sono così diversi, che forse hanno perso una grande occasione a rimanere così estranei l’uno all’altra. Le ricerche che conduce sul versante storico, invece, mettono in luce il divario generazionale tra coloro che hanno partecipato attivamente alla lotta politica, nella grande maggioranza rimanendo entro i confini della legalità, perché spinti da un ideale, e quella generazione a cui l’autrice stessa appartiene, che è invece scivolata in una generale disillusione, persa nell’individualismo e soggiogata al consumismo, in cui sempre più la solitudine e la mancanza di prospettive e progettualità rischia di allontanare definitivamente dalla realtà.

Avrei voluto che questa storia me la raccontasse lui. Avrei voluto avere il tempo di sentirla. Ma in un certo senso sono consapevole che il libro esiste perché non c’è più l’uomo.(pag. 285)

Qui potete leggere l’incipit.

Barone Marta

Marta Barone è nata e vive a Torino. Traduttrice e consulente editoriale, ha pubblicato tre libri per ragazzi.