ll romanzo psicologico è un genere di romanzo nato tra l’Otto e il Novecento, nel clima di crisi e di tensione che caratterizzò la letteratura di quegli anni: da una parte, una chiusura nella propria interiorità, dall’altra una forte esigenza di realismo. Davanti ai drammi della guerra, si intende la letteratura come mezzo di autoanalisi e riflessione profonda su di sé.  La sua nascita è parallela alla pubblicazione delle teorie psicanalitiche di Sigmund Freud (1856-1939), che per primo si dedica nell’ambito della psicologia all’esplorazione dell’inconscio: grazie a lui si arriva alla conclusione che “l’Io non è padrone in casa propria”, dovendo sempre mediare fra le istanze di un Es istintuale e quelle di un Super-Io proibitore.

Il romanzo psicologico ha una linea di discendenza diretta dal romanzo di formazione, dal romanzo storico, e dal romanzo epistolare; soprattutto dall’inizio del XX secolo, appaiono in esso personaggi dalla psicologia incerta, quasi sempre disorientati, in balia dei loro tumulti interiori e incapaci di affermarsi nella società, spesso impossibilitati ad intessere relazioni sentimentali: i cosiddetti inetti antieroi.

In questo tipo di narrazione la fabula è debole, quasi inesistente e focalizza tutta l’attenzione sui meccanismi mentali dei personaggi. A dominare in questo genere vi è il mondo interiore dei personaggi, i loro processi psichici, le emozioni che derivano dal profondo, gli stati d’animo e le riflessioni consce o inconsce. Nelle Lettere di casa nostra comparvero romanzi come La coscienza di Zeno di Italo Svevo (1923) e Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello (1926). I due autori, influenzati anche dalle nuove scoperte della psicoanalisi di Sigmund Freud, crearono personaggi i quali, più che vivere esperienze nel mondo esterno, compiono un “viaggio” nel proprio mondo interiore. Essi però non trovano facilmente una via d’uscita e spesso le loro riflessioni diventano pensieri fissi, manie, che rendono la loro vita angosciosa e piena di paure.

L’attenzione degli scrittori si sposta dalla descrizione oggettiva a quella soggettiva; prevale la focalizzazione interna, sia in prima che in terza persona e si utilizzano il discorso diretto, il discorso indiretto libero, il flusso di coscienza, dove viene scritta qualunque cosa passa per la mente del protagonista senza punteggiatura e il monologo interiore, una particolare tecnica narrativa che permette allo scrittore di esporre, in modo spontaneo, i pensieri, i ricordi e le emozioni dei protagonisti. I piani temporali si mescolano senza una vera e propria successione logica, dal momento che seguono il corso dei pensieri dei personaggi. Lo spazio e il paesaggio hanno un ruolo secondario, infatti diventano lo specchio degli stati d’animo del protagonista. La trama è caratterizzata da frequenti flashback e lunghe pause, dedicate a descrizioni soggettive e a sequenze riflessive.

Principali autori del racconto psicologico, oltre ai succitati Svevo e Pirandello, sono James Joyce, Gustave Flaubert, Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Michail Jur’evič Lermontov, Henry James e Oscar Wilde, che hanno aperto la strada ai successivi autori. I romanzi che rientrano in questo genere sono davvero molti e dunque presento brevemente i “classici” del genere più alcuni romanzi di autori contemporanei. Naturalmente vi prego di arricchire questa rassegna con tutti i vostri suggerimenti.

Partiamo dalle lettere francesi dove troviamo alcuni tra i più noti esempi. Tra essi spicca Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust: in quest’opera dalla struttura circolare (suddiviso in sette romanzi) è racchiusa tutta l’evoluzione del pensiero dell’artista; per tremila pagine Marcel, io narrante, combatte contro la sua mancanza di volontà, la sua bassa autostima, la sua fragilità fisica e psichica, il tempo che scorre troppo veloce, per arrivare finalmente a prendere la grande decisione: scriverà un romanzo sugli uomini e sul tempo. Quindi la Recherche si trova ad essere sia il libro che si è appena letto, sia, in seconda lettura, il romanzo che Marcel ha trovato finalmente la forza di scrivere. Il rosso e il nero di Stendhal (1783-1842), romanzo psicologico ambientato in età napoleonica e che si configura anche come un romanzo d’amore, dal momento che l’umile ma brillante protagonista Julien Sorel si scopre innamorato di due donne allo stesso tempo, mentre cerca di farsi strada nella società ingiusta e ostile che caratterizza la Francia della Restaurazione.

La letteratura russa ha grandi esempi di questo genere: a partire da Fëdor Michajlovič Dostoevskij che con I fratelli Karamazov  è l’esempio più complesso e approfondito di romanzo psicologico ottocentesco, segnato da una vasta gamma di contraddizioni e dall’eterna lotta fra il bene e il male, fra la fede e la ragione, fra l’amore e l’odio.

Uno dei maggiori esempi, soprattutto rispetto alla tecnica di scrittura del flusso di coscienza, viene dall’Irlanda, con a Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane (che vi consiglio nella traduzione di Cesare Pavese) di James Joyce (1882-1941), un romanzo psicologico considerato sia un’autobiografia, sia un’allegoria universale dei trionfi e dei fallimenti umani, al cui interno si avvicendano riflessioni e drammi individuali, esperienze artistiche e scoperte introspettive sempre più consapevoli, che accompagnano il protagonista dall’infanzia alla maturità.

Passando all’Inghilterra, troviamo Virginia Wolf con La signora Dalloway: acquistare dei fiori per un ricevimento è per la signora Dalloway un ottimo pretesto per dare voce alla propria interiorità e per riflettere sulle tante scelte che ha compiuto con ingenuità, attraverso un lungo e toccante flusso di coscienza che in questo romanzo psicologico fotografa nei minimi dettagli la vulnerabilità e la perenne incertezza della condizione umana.

Da Praga arriva Il processo di Franz Kafka (1883-1924), un romanzo psicologico che – avviene in La metamorfosi – pone l’accento sull’oppressione invisibile ma implacabile di cui sono spesso vittima gli individui, i quali nonostante le loro angosce non si rivelano fino in fondo capaci né di sfuggire all’assurdità del mondo né di superare quella solitudine che li fa vivere separati da tutti gli altri.

L’idea della decadenza in un romanzo di ambiente borghese non era affatto nuova, dato che Zola, Bourget e tanti altri avevano già trattato questo tema. La novità che Thomas Mann introduce con I Buddenbrook. Declino di una famiglia è che al processo di decadenza di una famiglia della borghesia mercantile lubecchese si affianca una attenta ricostruzione sociale e soprattutto un importante e notevole approfondimento delle componenti psicologiche dei personaggi, in particolare Hanno, Tony e Tom. Rimane invece ai margini del libro la ricostruzione storica del periodo trattato.

Tornando a casa nostra, uno dei maggiori esempi è Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello (1867-1936), L’autore nel romanzo si concentra sulla crisi identitaria dell’individuo, sulla frammentazione della sua identità e sul divario insormontabile tra il modo in cui ciascuno percepisce sé stesso e quello secondo il quale viene percepito da tutti gli altri. L’unica via d’uscita sembra quindi la rinuncia a conoscersi e a non disunirsi, che inevitabilmente lo porterà allora alla pazzia. Dal punto di vista stilistico, Pirandello qui utilizza molto il monologo del soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, il cui significato è senza dubbio di portata universale.

Considerato una pietra miliare del primo Novecento, fra i romanzi psicologici e non solo, La coscienza di Zeno di Italo Svevo (1861-1928) narra la storia di Zeno Cosini, un inetto per eccellenza che diventa simbolo dell’uomo moderno e dei suoi limiti interiori. Il suo diario permette di introdurre per la prima volta a pieno titolo la psicanalisi in letteratura, e spalanca le porte a una personalità che si sente sempre inquieta e inadeguata.

Senilità è il secondo romanzo di Italo Svevo, pubblicato a Trieste nel 1898. Il protagonista del romanzo è Emilio Brentani, un uomo inetto, irresoluto, lacerato tra la brama di amore e piacere e il rimpianto per non averli goduti. Svevo affronta il problema dell’inettitudine, dell’incapacità da parte del protagonista di gestire la propria vita interiore e sentimentale. L’indecisione, l’inerzia con cui Emilio affronta le vicende della sua vita lo portano a chiudersi nei suoi ricordi, in uno stato di torpore o vecchiaia spirituale, al quale allude il titolo Senilità.

Tra i romanzi psicologici più vicini a noi vi segnalo questi:

Il male oscuro, di Giuseppe Berto

Romanzo psicologico per eccellenza della seconda metà del Novecento, apparso per la prima volta nel 1964 in casa Rizzoli, Il male oscuro ottenne subito un grande successo, vincendo nello stesso anno il Premio Viareggio e il Premio Campiello. L’apprezzamento critico che ne seguì, tuttavia, non colse forse pienamente la grandezza di quest’opera e della figura di Giuseppe Berto nel panorama della letteratura italiana del secondo Novecento. Il libro è stato tradotto in francese, inglese, spagnolo e tedesco

Comparato con le opere di quell’epoca caratterizzata da una società in piena espansione, Il male oscuro, come nota Emanuele Trevi, appare come «lo specchio, frantumato ma straordinariamente nitido, di un intero mondo, di un’epoca storica», un capolavoro assoluto dotato di «un’autorevolezza paradossale, che si basa sulla travolgente energia degli stati d’animo». Come i grandi libri, il romanzo presuppone una genealogia. Berto ha ammesso più volte il suo debito con La coscienza di Zeno di Svevo e La cognizione del dolore di Gadda, dalla quale ricavò il titolo stesso del suo libro. Il male oscuro, tuttavia, segna una svolta fondamentale rispetto a queste opere precorritrici: non descrive semplicemente una nevrosi, ma la mima e la incarna. Il suo linguaggio è la manifestazione stessa del male, «l’epifania tragicomica della sua oscurità» (Trevi).

L’analisi del vissuto dell’autore è condotta mediante l’uso del flusso di coscienza senza interposizioni narrative.  La prosa del romanzo è volutamente povera di punteggiatura, al fine di rendere lo scritto un ininterrotto flusso di coscienza, riproducendo l’instabilità interiore del tempo codificato e l’idea di quel che l’autore avrebbe potuto dire, in sede di analisi, proprio al suo psicanalista. Berto dissolve la struttura narrativa e fa del suo libro una novità assoluta nel panorama letterario italiano novecentesco. L’autore nel romanzo rivela i diversi avvenimenti della sua infanzia, in primo luogo il suo rapporto difficile con il padre (che lo spinge verso la depressione in seguito alla morte del genitore) e poi il suo complesso di Edipo, quindi l’ambigua e latente conflittualità sessuale nonché lo smodato desiderio di gloria del protagonista, a sua volta all’origine di forti sensi di colpa.

La trama segue la descrizione dell’attuale stato della malattia (che dura complessivamente un decennio), il matrimonio e la nascita della figlia Augusta, in un continuo alternarsi di flashback. La costante ricerca di medici più o meno esperti, dopo varie vicissitudini, spinge il protagonista a rivolgersi a uno psicoanalista (Nicola Perrotti, anonimo nel romanzo) che risolverà in parte i suoi problemi. Dichiarato guarito dal medico, scopre il tradimento della moglie, in seguito al quale lascia la famiglia e decide di ritirarsi in Calabria.

Nel suo continuo interrogarsi sulle cause che gli procurano tanto dolore fisico, l’autore non smette mai una sorta di dialogo con Dio, la Madonna e Sant’Antonio da Padova; unisce suppliche ed invettive nel linguaggio proprio della sua terra (la campagna veneta). Pur non frequentando la chiesa e i Sacramenti, né il cimitero, egli trasfonde sempre nel suo testo un clima di sofferta religiosità, che si sublima nella frase finale, in cui chiede di essere congedato

Blu, di Giorgia Tribuiani, Fazi 2021

Ginevra, per tutti Blu fin da bambina, ha diciassette anni, frequenta il liceo artistico ed è una ragazza solitaria intrappolata in un mondo tutto suo fatto di rituali ossessivi e gesti scaramantici. I suoi genitori sono divorziati e Blu vive con la madre, una donna che lavora molto ed è spesso fuori casa. Blu ha un fidanzato, che non riesce a lasciare perché divorata dai sensi di colpa, un ragazzo che vorrebbe amare e di cui, invece, sopporta appena la presenza. L’unica cosa che ama davvero è l’arte, e disegnare risulta un’attività in cui dimostra di avere talento. Così, quando durante una gita scolastica assiste a un’esibizione di performance art, resta folgorata da quel modo di esprimere l’atto creativo e dall’artista stessa, fino a sviluppare per lei una vera e propria ossessione. A questo punto, i pensieri maniacali si fanno via via più opprimenti, finché la sua determinazione a essere una brava ragazza la porta a vivere uno sdoppiamento della personalità subdolo e pericoloso. Un romanzo forte e diverso che ci trascina nella mente claustrofobica di un’adolescente, prigioniera di azioni morbose e incomprensibili manie, sino a svelarne il delirante meccanismo. Il ritmo serrato, imprevedibile, e la densità della scrittura rendono in modo perfetto il tormento psicologico della protagonista e l’incessante lotta interiore per sconfiggere il suo doppio.

Sofia si veste sempre di nero, di Paolo Cognetti, Minimum fax 2017

Nelle sue storie, cesellate con la finezza di Carver e Salinger, Paolo Cognetti ha sempre saputo rappresentare con intensità l’universo femminile. Ed è ancora una donna la protagonista di “Sofia si veste sempre di nero“, un romanzo composto da dieci racconti autonomi che la accompagnano lungo trent’anni di storia: dall’infanzia in una famiglia borghese apparentemente normale, ma percorsa da sotterranee tensioni, all’adolescenza tormentata da disturbi psicologici, alla liberatoria scoperta del sesso e della passione per il teatro, al momento della maturità e dei bilanci. Con una scrittura precisa e intensa, Cognetti ci regala il ritratto di un personaggio femminile: una donna torbida e inquieta, capace di sopravvivere alle proprie nevrosi e di sfruttare improvvisi attimi di illuminazione fino a trovare, faticosamente, la propria strada.

Niente di vero, di Veronica Raimo, Einaudi 2022

Prendete lo spirito dissacrante che trasforma nevrosi, sesso e disastri famigliari in commedia, da Fleabag al Lamento di Portnoy, aggiungete l’uso spietato che Annie Ernaux fa dei ricordi: avrete la voce di una scrittrice che in Italia ancora non c’era. Veronica Raimo sabota dall’interno il romanzo di formazione. Il suo racconto procede in modo libero, seminando sassolini indimenticabili sulla strada. All’origine ci sono una madre onnipresente che riconosce come unico principio morale la propria ansia; un padre pieno di ossessioni igieniche e architettoniche che condanna i figli a fare presto i conti con la noia; un fratello genio precoce, centro di tutte le attenzioni. Circondata da questa congrega di famigliari difettosi, Veronica scopre l’impostura per inventare se stessa. Se la memoria è una sabotatrice sopraffina e la scrittura, come il ricordo, rischia di falsare allegramente la tua identità, allora il comico è una precisa scelta letteraria, il grimaldello per aprire all’indicibile. In questa storia all’apparenza intima, c’è il racconto precisissimo di certi cortocircuiti emotivi, di quell’energia paralizzante che può essere la famiglia, dell’impresa sempre incerta che è il diventare donna. Con una prosa nervosa, pungente, dall’intelligenza sempre inquieta, Veronica Raimo ci regala un monologo ustionante.

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