Si rivide, tanti anni prima, quando era ancora giovane, una mattina ch’era andato a Siena a comprare delle vernici per il Tagliaferri. Si era infilato in un corteo di studenti in via Banchi di Sopra. Contestavano le idee dei borghesi, rivendicando il diritto a un mondo meno ipocrita; stare fra loro gli aveva dato, per una volta, un senso di appartenenza, quasi d’ebbrezza, e s’era unito a loro, dimentico del vero motivo per cui si trovava in città

Pag.150

Il campo di Gosto, di Anna Luisa Pignatelli, Fazi editore 2023, pp. 224

Gosto, Agostino, Neri è appena andato in pensione e decide di prendersi il suo tempo che gli resta da vivere senza smanie; finalmente, dopo una vita di duro lavoro, può fermarsi a riflettere, a ritornare col pensiero agli anni che si è lasciato alle spalle.
Il pensiero rievoca i volti che hanno popolato la sua sua esistenza; la moglie Zelia, Azelia, il fratello Giacomo che era ragioniere, il suo datore di lavoro, Guelfo Tagliaferri per il quale faceva le consegne, l’odiato padre, Berto, che faceva il minatore a Montici e che era morto sul lavoro, la figlia Mirella, con cui deve fare i conti, un paio di amanti con cui si era consolato, e poi il fatto di non avere amici. Gosto, al contrario della moglie che ha sempre guardato tutti con diffidenza, vuole, ha sempre voluto, nutrire fiducia nel prossimo, così come la convinzione che chiunque fosse in grado di distinguere il bene dal male, gli aveva permesso, nel corso dell’esistenza, di sentirsi meno solo.

Gosto era nato a Montici; in quel paese aveva fatto le elementari e le medie: il Papini, suo insegnante d’italiano, notando la sua inclinazione alla lettura, lo aveva spronato a non lasciarsi andare alla durezza di una vita fatta solo di lavoro manuale. E così aveva fatto Gosto, coltivando e mantenendo la sua curiosità, e il suo sapere apprezzare la bellezza della vita nei particolari semplici e naturali, come un campo punteggiato di olivi, lo scintillio delle acque di un fiume, e continuando a leggere. Ma, finite le medie, il babbo lo aveva mandato a bottega a lavorare. Da quando si era trasferito a Castelnuovo, i libri li trovava, usati, in uno scaffale del bar Virtus, a disposizione dei clienti.

Il lavoro che aveva ottenuto dal Tagliaferri – un signorotto locale, arrogante e viscido – consisteva nel fare le consegne col furgone in un ampio giro di chilometri, fino anche alla capitale; ciò gli aveva permesso di passare molto tempo in giro per le campagne e i paesi, e proprio durante uno dei suoi giri aveva conosciuto la ragazza di Montici che sarebbe poi divenuta sua moglie.

Suvereto (Li) Foto by Pina Bertoli

Montici era un piccolo borgo circondato da mura di pietre di tufo, sovrastate da un terrapieno su cui vegetavano le piante degli iris dai fiori violacei e vellutati e una fila di olivi centenari.
Le viuzze umide e strette erano costeggiate da quelle che erano state le case dei minatori, dei bottegai, degli artigiani. Sulla via principale s’affacciavano due chiese, dei palazzetti antichi, di cui due occupati un tempo dalle scuole, e una grangia medievale all’uscita del paese. La strada proseguiva verso il santuario della patrona, su un poggio dominato una volta da un tempio degli etruschi, di cui restavano delle pietre intagliate. Da lì si poteva ammirare il paesaggio collinare, con le sue valli e i suoi campi punteggiati di cipressi, a segnare i sentieri.

Pag.20

Quando si era trasferito a Castelnuovo aveva trovato un paese più strutturato, che si era via via ingrandito e dotato di fabbriche e attività economiche. Anche gli abitanti gli erano sembrati diversi: semplici e ospitali quelli del paese natale, più altezzosi e sprezzanti quelli di ora, specialmente i proprietari terrieri e di piccole e medie imprese, convinti di potere eludere regolamenti e leggi, e dediti ad accumulare denaro. Questo ambiente non gli era proprio piaciuto, era l’esatto contrario del suo carattere, e così, di comune accordo con Zelia, avevano deciso di stabilirsi in una frazione appena fuori il paese, in una piccola casa colonica. Ma mentre Gosto pensava a condurre la sua vita senza curarsi più di tanto degli altri, Zelia – disincantata e arrabbiata con la vita – era completamente succube del suo non sentirsi accettata, della cattiveria che secondo lei dominava gli animi delle persone che vivevano lì intorno. Dopo avere sperimentato la cattiveria in famiglia, Zelia non aveva più fiducia in nessuno. Anche dopo la nascita della figlia Mirella, Zelia non era riuscita ad integrarsi e alla fine se ne era andata, tornando a vivere nel suo paese di nascita.

Fin dai primi tempi Gosto non aveva saputo come trattare quella creatura volubile che, crescendo, era diventata testarda, presuntuosa e sempre più diffidente, quasi lui fosse stato un avversario da giudicare e sconfiggere

Pag.30

Rimasto da solo, dopo che Zelia se ne è tornata a vivere dalla madre, senza amici, guardato di traverso dai compaesani che, nonostante siano passati anni, continuano a considerarlo “uno di fuori”, senza l’amore dell’unica figlia Mirella, che lo teneva a distanza ed era interessata solo agli aspetti materiali , a Gosto non resta che affezionarsi al “campo tondo” del suo podere Focaia – che aveva ricevuto da Danilo, il suo padrino di battesimo -; oltre a curare l’orto, il suo sogno sarebbe stato quello di piantarvi un oliveto.

Per lui il suo campo aveva quasi più importanza del podere, nonostante sapesse che Focaia valeva di più: gli pareva che non ci fosse niente che avrebbe voluto in cambio, perché ai suoi occhi non c’era niente d’altrettanto bello e d’altrettanto desiderabile.

Pag.35

Quando Gosto aveva ricevuto il podere era in stato di avanzato abbandono, ma lui si era rimboccato le maniche e con l’aiuto di un muratore era riuscito a poco a poco a rimetterlo in sesto, investendo nella ristrutturazione di Focaia i soldi per l’affitto che vivere lì gli permetteva di risparmiare. Ma il suo cruccio era la figlia Mirella che insisteva affinché lo vendesse e le cedesse una parte del ricavato. Del tutto insensibile al fatto che per il padre quel podere rappresentasse l’appiglio alla vita necessario ad andare avanti, Mirella e il marito – uno spregiudicato politicante locale, divenuto assessore e poi vicesindaco solo per potere manovrare a suo favore – pensavano solo a metterci sopra le mani.

Suvereto (Li) foto by Pina Bertoli

In fondo Mirella e suo marito non sono che l’espressione di un comune comportamento: in paese chi è ricco spadroneggia e gira a suo vantaggio ogni cosa e chi ha pochi mezzi, o un animo gentile, come quello di Gosto, non può fare altro che soccombere. Ecco allora la grettezza dei compaesani, le ipocrisie, i soprusi, le malelingue orchestrate ad arte per infangare il nome di un uomo e coprire le proprie malefatte: un quadro piuttosto avvilente e opprimente che pian piano si delinea nel racconto di Gosto. E su tutto, l’avidità e la grettezza della figlia, che pur di impossessarsi del podere e venderlo per ripianare i debiti che lei e il marito hanno contratto, è disposta a qualsiasi cosa.

Autrice dalla voce forte e ben riconoscibile, Anna Luisa Pignatelli offre ai lettori un racconto amaro e profondo, che, attraverso brevi ricordi, traccia la parabola esistenziale di un uomo riflettendo allo stesso tempo sull’iniquità e la crudeltà del mondo. Gosto è un vecchio solo, stretto tra il luogo inospitale in cui si trova a vivere e la malvagità dei suoi compaesani, ma è anche il ritratto di chi non ha mai perso la fiducia nel prossimo e ha mantenuto intatto il suo amore per la vita.

Molto evocative le descrizioni dei luoghi, che ci portano in una Toscana antica, a sud di Firenze, nel cuore delle dolci colline verdeggianti e dei borghi che le popolano, le strade costeggiate dai cipressi, i filari di viti e di olivi.

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

Toscana di nascita, Anna Luisa Pignatelli ha trascorso molti anni fuori dall’Italia, fra cui diversi in Tanzania, Portogallo, Corea del Sud e Guatemala. È molto conosciuta in Francia, dove, nel 2010, ha vinto il Prix des lecteurs du Var con la traduzione della raccolta di racconti Nero toscano. Con Ruggine (Fazi Editore, 2016), molto apprezzato dal pubblico e dalla critica, ha vinto il Premio Lugnano 2016. Sempre per Fazi Editore, nel 2019, è uscito Foschia.

Suvereto (Li) Foto by Pina Bertoli