Gli animali sono stati spesso protagonisti o comprimari nella letteratura, fin dall’antichità e a tutte le latitudini: ecco i miti in cui troviamo gli dei con sembianze animali, la cicala e le formiche o la lepre e la tartaruga delle favole di Esopo, e poi Fedro, e via via passando per Zanna bianca e Il richiamo della foresta di Jack London, La fattoria degli animali di George Orwell, il Flush di Virginia Woolf, La collina dei conigli di Richard Adams, Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach e via discorrendo.

Lo sappiamo, gli uomini attribuiscono agli animali vizi e virtù a seconda del rapporto che essi intrattengono con loro, spesso li utilizzano per veicolare una morale, un insegnamento, oppure per esprimere una critica alla società. Oggi vi propongo cinque romanzi recenti che vedono protagonisti animali; partiamo dal sorprendente romanzo d’esordio di Bernardo Zannoni, Vincitore del Premio Campiello 2022 – Premio Bagutta Opera Prima 2022 – Premio Salerno Letteratura 2022 – Premio Fiesole Narrativa Under 40

La lunga vita di una faina, raccontata di suo pugno. Fra gli alberi dei boschi, le colline erbose, le tane sotterranee e la campagna soggiogata dall’uomo, si svela la storia di un animale diverso da tutti. Archy nasce una notte d’inverno, assieme ai suoi fratelli: alla madre hanno ucciso il compagno, e si ritrova a doverli crescere da sola. Gli animali in questo libro parlano, usano i piatti per il cibo, stoviglie, tavoli, letti, accendono fuochi, ma il loro mondo rimane una lotta per la sopravvivenza, dura e spietata, come d’altronde è la natura. Sono mossi dalle necessità e dall’istinto, il più forte domina e chi perde deve arrangiarsi. È proprio intuendo la debolezza del figlio che la madre baratta Archy per una gallina e mezzo. Il suo nuovo padrone si chiama Solomon, ed è una vecchia volpe piena di segreti, che vive in cima a una collina. Questi cambiamenti sconvolgeranno la vita di Archy: gli amori rubati, la crudeltà quotidiana del vivere, il tempo presente e quello passato si manifesteranno ai suoi occhi con incredibile forza. Fra terrore e meraviglia, con il passare implacabile delle stagioni e il pungolo di nuovi desideri, si schiuderanno fra le sue zampe misteri e segreti. Archy sarà sempre meno animale, un miracolo silenzioso fra le foreste, un’anomalia. A contraltare, tra le pagine di questo libro, il miracolo di una narrazione trascinante, che accompagna il lettore in una dimensione non più umana, proprio quando lo pone di fronte alle domande essenziali del nostro essere uomini e donne. I miei stupidi intenti è un romanzo ambizioso e limpido, ed è stato scritto da un ragazzo di soli venticinque anni. Come un segno di speranza, di futuro, per chi vive di libri.

Kerava, 1986. Nelle stalle del Circo Finlandia nasce una tenerissima elefantina che la sua padrona, Lucia Lucander, decide di chiamare Emilia in omaggio alla moglie del direttore, vecchia gloria della pista circense. Emilia dimostra grandi talenti, riuscendo già a sei mesi a sventolare la bandiera finlandese in mezzo alla pista. Ma non dura. Nel giro di poco entra in vigore una legge che proibisce l’uso di animali selvatici a scopo di intrattenimento, e di colpo per Emilia non c’è più posto. Dopo un periodo al Grande Circo di Mosca e favolosi spettacoli sulla transiberiana, Lucia ed Emilia rientrano in Finlandia e vengono accolte in una fattoria-allevamento di polli. Nel frattempo si è immischiata anche l’Unione Europea, inasprendo ulteriormente la regolamentazione sugli animali selvatici, e per questo attorno a Lucia e all’elefante si forma un premuroso circolo di amici sempre pronti ad aiutarle e sostenerle. Perché non portare Emilia in Africa, tra i suoi simili, propone qualcuno. E sia! La decisione è presa di concerto e si decide che Emilia, con Lucia e il fidanzato Paavo in groppa, dovrà raggiungere il porto del lago Saimaa – la porta per l’Africa – distante 400 chilometri, attraversando città e foreste sterminate. Chi conosce Paasilinna saprà cosa aspettarsi da questi chilometri in sella a un elefante. E così tra orsi inviperiti, scienziati folli, risse con animalisti complottisti, negozi distrutti, suicidi sventati e altre paasilinnate di ogni sorta, ci si ritrova come sempre nella lavatrice ridente e canzonatoria dell’autore finlandese, che ci intrattiene con piglio conviviale e al contempo feroce. Ma attenti, anche questa volta sotto il frastuono del ridere spietato, c’è una luccicante e ben affilata punta di amarezza. Anche questo è Paasilinna, l’amaro che ti ride in faccia, ti fa ridere e, passata la confusione, ti fa anche pensare.

Nelle campagne del Minnesota, una donna di una certa età che vive insieme al marito è la voce narrante di questo libro. Con loro vivono quattro galline: Hennepin CountyGam GamGloriaTestanera. Hennepin County è la gallina alfa, Gam Gam è quella timida che aspetta in un angolo finché le altre non hanno finito di mangiare (e anche per questo, per il suo essere fragile, è la più amata dalla coppia), Gloria è lenta e si distrae facilmente, Testanera è casinista. Il tema sottostante che lo pervade di pagina in pagina è invece la maternità, più precisamente la mancanza della maternità. Il titolo originale in effetti è Brood, che tradotto letteralmente in italiano è “covata”. La protagonista non nasconde quanto avesse desiderato un figlio e quanto avesse sofferto per un aborto spontaneo. La protagonista ha rivolto tutte le sue premure sulle galline: per loro è affettuosa e premurosa ma anche ansiosa fino a svegliarsi di notte per controllare che siano vive. Scritto con umorismo e profondità, questo romanzo vi colpirà al cuore.

Questo romanzo arriva dal sud dell’India ed è il primo mai pubblicato in Italia in traduzione dal tamil. Come sempre, il catalogo di Utopia rivela sorprese! Ma veniamo alla trama.Graziosa come un gatto e nera come la notte, Punacci è la giovane capra che una coppia di anziani pastori riceve in dono da una figura avvolta nel mistero. Nelle mani vuote dei suoi nuovi padroni è una risorsa preziosa, un miracolo che promette ricchezza. Nonostante le apparenze, infatti, la capra rivela un animo combattivo e cerca di farsi strada nel piccolo mondo che le è concesso di vedere, tra il capanno dei due coniugi e i campi da pascolo circostanti. Le altre capre del gregge la invidiano e la maltrattano, fino a quando Punacci non conosce il mondo esterno e le sue leggi, abbandonandosi perdutamente al primo amore. Alla felicità di chi può condividere la vita con qualcuno che ne comprenda la storia e le aspettative, tuttavia, seguono presto emozioni e consapevolezze più amare. Punacci, ormai adulta, proverà il dolore della costrizione e l’annichilimento di chi perde tutto senza riscatto, in un turbine di sentimenti che la porteranno a interrogarsi sul senso della vita e sul valore della morte, fino all’alienazione. La storia di questa capra nera, però, non è solo un percorso alla scoperta di sé e dell’altro, ma la metafora attraverso la quale si esprimono coloro che non hanno voce né nome. È un inno contro la dipendenza e i vincoli, un canto all’impotenza umana rispetto ai limiti della storia e della società. Proprio come una capra, infatti, l’uomo corre senza meta, incurante di coloro che restano indietro, finché non resta indietro a sua volta.

Come ormai saprete, ho tre bassotti “riciclati” (cioè salvati dalle grinfie di padroni improbabili e deleteri) che amo molto, in special modo il decano Napoleone; dunque non potevo non proporre questa favola tenera e profonda. Una fiaba sull’amore, l’amicizia e il grande potere dei sogni impossibili.

Platone è un bassotto dal pelo lungo e la coda a pennello. Un cane da salotto, di quelli nati per fare compagnia agli uomini. A Yuri, per esempio, studente di filosofia “con gli occhiali sempre appannati”. Ma durante le vacanze Yuri segue Ada su una nave da crociera, lasciando il bassotto alle cure del portiere. E proprio nella solitudine della notte di Natale avviene per Platone l’incontro che gli cambierà la vita. Nella cantina del palazzo, il Tatuato nasconde scatoloni pieni di animali di contrabbando: scimmie, iguane, serpenti a sonagli, una vecchia tartaruga leopardo di nome Leo, e lei, la Regina, un’elegante levriera afghana, giovanissima, “poco più che un gomitolo di neve”. Per Platone è il colpo di fulmine. Ma il cuore della Regina è altezzoso, e neanche le canzoni che il bassotto intona giorno e notte per tenerle compagnia riescono a sedurla. A raccontarci questa storia tenera e profonda, dal suo osservatorio speciale tra le foglie di un albero, un pappagallo che conosce tutte le lingue del mondo, e tutte le pieghe dell’anima.

Buone letture!