La casa sull’isola, di Catherine Banner, Tea 2019, traduzione di Maria Laura Di Rocco, pp.412

Alcuni romanzi scelgono una famiglia per raccontare il passaggio del tempo; altri affidano questo compito a un luogo, lasciando che siano le persone che lo abitano a costruirne la memoria. La casa sull’isola di Catherine Banner unisce questi due aspetti: è una saga familiare, ma anche un romanzo corale sulla forza dei legami, sul senso di appartenenza e sul rapporto profondo che si crea fra gli esseri umani e i luoghi capaci di custodire le loro storie.

È un romanzo che ha il respiro delle grandi narrazioni generazionali: una storia che attraversa decenni, segue la vita di una famiglia e di una comunità, intreccia vicende private e trasformazioni storiche. Al centro non c’è soltanto il destino dei singoli personaggi, ma il modo in cui una casa, un’isola e le persone che vi abitano finiscono per diventare parte di un’unica memoria collettiva.

La storia prende avvio nel 1914 a Castellammare, una piccola isola immaginaria al largo della Sicilia. Qui arriva Amedeo Esposito, un giovane medico destinato a diventare il primo dottore nella storia dell’isola. Amedeo trova alloggio nella Casa ai margini della notte, il secondo edificio più antico di Castellammare, una vecchia costruzione affacciata sul mare che, senza che lui possa immaginarlo, diventerà il centro attorno a cui ruoteranno le vite di intere generazioni.

Amedeo è un uomo che cerca il proprio posto nel mondo, ma la sua esistenza sull’isola viene presto sconvolta da una vicenda sentimentale destinata a cambiare il suo destino. Inizia una relazione clandestina con Carmela, moglie del conte Andrea d’Isantu, l’uomo più importante e autorevole della comunità, una donna considerata sterile. Dalla loro relazione nasce un figlio, Andrea. Nella stessa notte, però, anche il matrimonio di Amedeo con la vedova Pina porta alla nascita di un altro bambino, Tullio. Quando la verità viene alla luce, lo scandalo travolge la reputazione del medico, che è costretto ad abbandonare la professione.

È allora che la Casa ai margini della notte cambia funzione: da abitazione privata diventa un bar-pasticceria, un luogo aperto a tutti, dove gli abitanti dell’isola si incontrano, discutono, raccontano storie e osservano il mondo che cambia. Da quel momento la casa diventa molto più di uno sfondo narrativo: è quasi un personaggio del romanzo.

La sua terrazza, affacciata sul mare, diventa il punto di osservazione privilegiato attraverso cui seguire un intero secolo di storia. Da lì passano generazioni di uomini e donne, arrivano viaggiatori e turisti, si celebrano amori e matrimoni, si affrontano lutti e separazioni. La vita della famiglia Esposito si intreccia con quella dell’isola, mentre fuori da Castellammare scorrono gli eventi del Novecento: le guerre, le trasformazioni sociali, l’emigrazione, il progresso e il lento cambiamento di un mondo che sembra allontanarsi sempre più dalle sue origini.

Catherine Banner sceglie però di non raccontare la Storia con la S maiuscola attraverso grandi avvenimenti o protagonisti eccezionali. La sua prospettiva è quella delle persone comuni, di coloro che attraversano il tempo senza comparire nei libri di storia, ma che conservano nelle loro vite una parte fondamentale della memoria collettiva. È nelle conversazioni quotidiane, nei ricordi tramandati, nei piccoli gesti e nelle abitudini di una comunità che il secolo prende forma.

In La casa sull’isola i personaggi non sono costruiti tanto come figure psicologicamente complesse nel senso del romanzo contemporaneo più introspettivo, quanto come portatori di storie, destini e trasformazioni. Catherine Banner lavora più sulla dimensione corale che sul ritratto individuale: i suoi personaggi sono tasselli di un grande affresco familiare e comunitario.

Il primo personaggio da mettere a fuoco è naturalmente Amedeo Esposito, perché è lui a dare origine alla storia. Amedeo è un personaggio fragile, incapace di sottrarsi alle proprie passioni e alle conseguenze delle sue scelte. La sua vicenda iniziale, lo scandalo della doppia paternità, ha quasi il sapore di una leggenda fondativa: da un errore nasce però il luogo centrale del romanzo, perché proprio la perdita del suo ruolo sociale lo porta a trasformare la Casa ai margini della notte nel bar che diventerà il cuore dell’isola.

Accanto a lui ci sono le due figure femminili che segnano la sua vita: Carmela e Pina. Entrambe sono legate alla vicenda di Amedeo, ma rappresentano anche due mondi diversi. Carmela appartiene alla dimensione aristocratica dell’isola, è la moglie del conte, una donna intrappolata in un matrimonio e in un destino che sembrano già scritti. Pina invece rappresenta una dimensione più concreta e quotidiana: è la donna con cui Amedeo costruisce una famiglia e affronta le conseguenze della sua caduta. Banner non le trasforma mai in semplici figure funzionali al conflitto sentimentale: entrambe sono parte di una comunità femminile che nel corso del romanzo assume un ruolo fondamentale nella trasmissione della memoria familiare.

Molto interessante è poi il modo in cui vengono raccontate le generazioni successive. Andrea e Tullio, i due figli nati dalla vicenda che apre il romanzo, crescono sotto il peso di una storia che li precede. La loro identità è segnata da un’origine complicata, ma il romanzo non insiste sul tema dello scandalo quanto sulle conseguenze che i segreti familiari hanno nel tempo. In questo senso Banner lavora su un tema tipico delle saghe familiari: il passato non scompare mai completamente, continua a riemergere nelle generazioni successive.

I personaggi che abitano Castellammare hanno spesso questa funzione: sono individui, ma anche rappresentanti di un mondo. Ci sono quelli che restano sull’isola e quelli che partono, quelli che accolgono il cambiamento e quelli che lo subiscono, quelli che cercano una vita altrove e quelli che tornano perché sentono che quel luogo appartiene loro. L’isola diventa così un organismo collettivo, e gli abitanti sono come le diverse voci di un unico racconto.

Forse il limite del romanzo, ma anche una sua caratteristica, è proprio questo: alcuni personaggi non raggiungono sempre la profondità psicologica dei protagonisti di un romanzo più intimista. A volte sembrano quasi figure da racconto orale, come quelle che si incontrano nelle storie tramandate in famiglia: riconoscibili, emblematiche, definite da una passione, un segreto, una scelta. Ma è coerente con il progetto di Banner, che non vuole costruire soltanto il ritratto di singoli individui, bensì la storia di una comunità attraverso il tempo.

La forza del romanzo sta proprio in questo intreccio fra dimensione privata e dimensione collettiva. Le vicende della famiglia Esposito sono fatte di passioni, errori, perdite e ricongiungimenti, ma diventano anche il racconto di un’intera comunità. Castellammare è un’isola immaginaria, ma possiede la consistenza dei luoghi letterari: quelli che non esistono sulle mappe e proprio per questo riescono a rappresentare qualcosa di più universale.

Un elemento interessante riguarda proprio la Sicilia raccontata da Banner. L’autrice, inglese, prima di scrivere il romanzo non aveva mai visitato l’isola, e infatti la sua Castellammare nasce più dalla suggestione che dalla documentazione: è una Sicilia filtrata dall’immaginazione, fatta di profumi mediterranei, leggende, rituali e atmosfere. Non è quindi un ritratto realistico nel senso più stretto del termine, ma una costruzione letteraria, quasi una memoria inventata, dove il folklore e il paesaggio contribuiscono a creare un mondo sospeso fra realtà e favola.

Il risultato è un romanzo ampio e avvolgente, che appartiene alla tradizione delle saghe familiari e dei romanzi di comunità: storie in cui il tempo scorre attraverso le generazioni e in cui i luoghi diventano archivi viventi. La casa di Amedeo resta lì mentre tutto intorno cambia, raccogliendo voci e ricordi. Perché alla fine sono proprio le storie raccontate e tramandate a dare continuità a ciò che il tempo inevitabilmente trasforma.

Catherine Banner (Cambridge, 1989) è una scrittrice inglese. Ha esordito giovanissima nella narrativa fantasy per ragazzi, pubblicando il suo primo romanzo a soli quattordici anni. Dopo aver studiato Letteratura inglese all’Università di Cambridge, si è dedicata anche alla sceneggiatura. Con La casa sull’isola (The House at the Edge of Night, 2016) ha conquistato il pubblico internazionale, abbandonando il fantasy per cimentarsi con una grande saga familiare. Il romanzo è stato tradotto in numerose lingue e ha avuto un notevole successo di critica e di lettori.
Sposata con un italiano, vive a Torino.