Ci sono solo alcune cose di cui è difficile parlare: si scuote il loro meraviglioso polline toccandole con le parole… Sì, ho bisogno di te, del mio racconto di fate. Perché tu sei l’unica persona a cui posso parlare del grido di una nuvola, del canto di un pensiero e del fatto che quando oggi sono andato a lavorare e ho visto ogni girasole in faccia, mi hanno sorriso anche loro con i loro semi […] A presto mia strana gioia, mia tenera notte.

Quando Vladimir Nabokov incontra Vera Slonim, a Berlino nel 1923, ha ventiquattro anni ed è ancora un giovane scrittore russo emigrato, costretto a costruire la propria vita e la propria carriera lontano dalla patria. Vera, di un anno più giovane, è nata in una famiglia ebrea russa e ha già alle spalle una formazione cosmopolita e una notevole conoscenza delle lingue. Il loro incontro è un colpo di fulmine e nel 1925 i due si sposano. Da quel momento le loro esistenze resteranno indissolubilmente intrecciate.

Il loro matrimonio attraverserà decenni e continenti: la Berlino degli anni Venti e Trenta, la fuga dall’Europa minacciata dal nazismo, gli Stati Uniti, dove Nabokov costruirà la propria fortuna letteraria, e infine la Svizzera. Ma Vera non sarà mai soltanto la moglie dello scrittore. Sarà la sua prima lettrice, la persona che batterà a macchina i manoscritti, controllerà le bozze, lo aiuterà nelle traduzioni e seguirà con attenzione quasi maniacale ogni aspetto della sua attività letteraria. Sarà anche la sua agente e la custode della sua opera.

Nabokov, dal canto suo, sembra avere nei suoi confronti una fiducia assoluta. Vera è la persona alla quale affida i propri manoscritti, le proprie preoccupazioni, il proprio lavoro e, naturalmente, quella parte di sé che emerge con particolare evidenza nelle lettere. La sua figura diventa una presenza costante anche nella sua produzione letteraria: molte delle opere di Nabokov le sono dedicate, e la sua influenza sulla vita dello scrittore è molto più profonda di quella suggerita dalla definizione, ormai riduttiva, di “moglie di Nabokov”.

Vladimir Nabokov (1899-1977) era nato a San Pietroburgo in una ricca famiglia aristocratica e liberale. La rivoluzione russa lo costrinse all’esilio e, dopo gli anni europei, nel 1940 emigrò negli Stati Uniti. Scrittore, poeta, traduttore, entomologo dilettante e straordinario conoscitore delle lingue, scrisse inizialmente in russo per poi passare all’inglese. È autore di romanzi come Lolita, Mašen’ka, Re,donna, fante, Ada o ardore e Fuoco pallido, opere nelle quali l’eleganza della lingua, il gioco letterario e l’attenzione quasi ossessiva per la memoria e il desiderio si intrecciano continuamente. Illuminanti le sue Lezioni di letteratura russa, Lezioni sul “Don Chisciotte”.

Vera Slonim (1902-1991) rimane invece una figura più appartata, ma tutt’altro che secondaria. Intelligente, colta, poliglotta e dotata di una personalità molto forte, rinunciò in parte alle proprie ambizioni professionali per dedicarsi alla vita e al lavoro del marito, senza però diventare una presenza passiva. Fu una collaboratrice instancabile, una lettrice severa e una sorta di guardiana dell’opera di Nabokov. Era inoltre famosa per la sua determinazione: la pistola che portava con sé durante i viaggi è diventata quasi un dettaglio leggendario della sua biografia, perfettamente coerente con il carattere energico e protettivo che le viene attribuito.

E poi ci sono le lettere. Centinaia di lettere d’amore, nelle quali Nabokov chiama Vera con nomi tenerissimi e inventa per lei un linguaggio privato, pieno di giochi, immagini e tenerezze. È qui che forse si comprende meglio la natura del loro legame: Vera non era semplicemente la donna amata da Nabokov, ma la persona davanti alla quale lo scrittore poteva deporre per un momento l’armatura della propria intelligenza e parlare il linguaggio più libero e sorprendente che conosceva.
L’epistolario originale è stato raccolto e pubblicato per la prima volta in inglese con il titolo Letters to Véra (a cura di Olga Voronina e Brian Boyd, edito da Knopf nel 2015 e Penguin nel 2016). Purtroppo non sono ancora state tradotte in italiano, non c’è alcuna edizione italiana.

Non è un caso che, in una delle sue lettere, dopo aver parlato del “grido di una nuvola” e del “canto di un pensiero”, Nabokov arrivi a chiamarla «mia strana gioia, mia tenera notte». È un piccolo frammento di quella lingua privata che due persone costruiscono quando hanno trascorso insieme abbastanza tempo da non avere più bisogno di spiegarsi tutto. E forse è proprio questo il dettaglio più commovente: Nabokov, uno scrittore capace di giocare con le parole come pochi altri, aveva trovato qualcuno con cui poteva usarle anche per dire ciò che, a parole, sembrava impossibile dire.

Come posso spiegarti, mia gioia, stupenda gioia dorata, quanto posso essere tuo con i miei ricordi, le mie poesie, i miei impeti, i miei vortici interiori? Come posso spiegarti che non posso scrivere una parola senza ascoltare come tu la possa pronunciare; posso solo ricordare le sciocchezze vissute con un rimpianto così acuto per non averlo vissuto insieme a te, anche se il più personale, il più indescrivibile. Non parlo semplicemente di un qualsiasi tramonto dietro l’angolo di una strada. Mi capisci, gioia mia?