Non dimenticherò l’istintiva saggezza dell’amico che, ogni giorno per quelle prime settimane, mi portava da Chinatown un contenitore da un quarto di gallone di congee ai cipollotti e zenzero. Il congee riuscivo a mangiarlo. Il congee era tutto ciò che riuscivo a mangiare

Ci sono momenti in cui mangiare non ha più nulla a che vedere con il piacere, la convivialità o persino con la fame. Il cibo diventa semplicemente qualcosa che deve riuscire a passare attraverso un corpo che il dolore ha quasi dimenticato.

È quello che accade a Joan Didion nelle settimane successive alla morte improvvisa del marito, lo scrittore John Gregory Dunne. Nel suo libro di memorie L’anno del pensiero magico (The Year of Magical Thinking), pubblicato nel 2005, la scrittrice racconta con la sua consueta lucidità quasi chirurgica il periodo successivo a quella perdita: lo shock, l’incredulità, il disorientamento e quella strana sospensione della realtà che accompagna il lutto. Tra le tante cose che racconta, ce n’è una apparentemente piccolissima: il cibo che riusciva a mangiare. O, meglio, l’unico cibo che riusciva a mangiare.

Congee I could eat.

A portarglielo ogni giorno, durante le prime settimane, era l’amico Calvin Trillin, che arrivava da Chinatown con un contenitore da circa un litro di scallion-and-ginger congee, un congee allo zenzero e cipollotto. Didion ricorda quel gesto con una gratitudine che va ben oltre il semplice ricordo gastronomico. Trillin non le chiedeva che cosa volesse mangiare. Non cercava di convincerla a nutrirsi, né di trovare parole capaci di alleviare il dolore. Portava semplicemente qualcosa di caldo.

In un’intervista successiva, Didion ricordò proprio quel momento: lei gli aveva detto di non pensare di riuscire a mangiare e lui le aveva risposto, in sostanza, che era una delle cose che succedono quando si è colpiti dal lutto, ma che aveva bisogno di nutrirsi. Riprendendo un vecchio manuale di galateo di Emily Post, Didion ricorda che alle persone in forte shock non bisognerebbe mai chiedere “cosa vuoi mangiare?”, ma bisognerebbe semplicemente porgere loro del cibo caldo e facile da deglutire.

Un cibo bianco, caldo, quasi senza peso

Il congee, conosciuto anche come jook in alcune tradizioni cinesi, è una preparazione a base di riso cotto a lungo in una grande quantità di acqua o brodo, fino a quando i chicchi si disfano e diventano una crema morbida e vellutata. Ne esistono moltissime versioni, dalle più semplici alle più ricche, e può essere consumato in diversi momenti della giornata.

La versione che Didion riceve da Chinatown è quella allo zenzero e cipollotto, accompagnata dal pollo. È difficile immaginare un alimento più adatto a quel momento della sua vita. Non richiede di essere masticato a lungo, non è pesante, non ha sapori aggressivi. È caldo, morbido, umido. Quasi più una bevanda densa che un vero pasto. E soprattutto è qualcosa che qualcuno ha preparato e portato per lei. Questo, forse, è il dettaglio più importante. Perché nel libro il congee non rappresenta soltanto il nutrimento. Rappresenta la cura quando chi soffre non è più in grado di prendersi cura di sé.

Il nostro congee di pollo e zenzero

Naturalmente Didion non ci lascia una ricetta del congee che mangiava a Chinatown. Possiamo quindi preparare una versione ispirata a quel piatto e alla tradizione del congee cinese.

La caratteristica fondamentale è la proporzione fra riso e liquido: bisogna usare molto più liquido di quanto ne utilizzeremmo per un normale risotto o per del riso bollito. Il risultato deve essere una crema morbida e fluida, nella quale i chicchi siano quasi completamente disfatti. Le ricette tradizionali e contemporanee di congee utilizzano proprio questa lunga cottura per trasformare il riso in una sorta di porridge.

Ingredienti per 4 persone

  • 100 g di riso a chicco corto o medio, oppure riso Jasmine
  • circa 1 litro di brodo di pollo
  • 250 g di pollo, preferibilmente coscia disossata o petto
  • 4-5 fettine sottili di zenzero fresco
  • 2-3 cipollotti freschi
  • 1 cucchiaino di olio di sesamo tostato
  • sale
  • pepe bianco, facoltativo

Preparazione

Sciacquate il riso sotto l’acqua corrente e trasferitelo in una pentola capiente. Aggiungete il brodo e lo zenzero e portate lentamente a ebollizione.

Abbassate la fiamma e lasciate cuocere molto dolcemente, parzialmente coperto, per circa un’ora, mescolando ogni tanto. Il riso dovrà progressivamente disfarsi e assumere la consistenza di una crema. Se necessario, aggiungete altro brodo o acqua calda: il congee tende ad addensarsi anche dopo la cottura.

Quando il riso sarà quasi completamente disfatto, aggiungete il pollo tagliato a piccoli pezzi e proseguite la cottura fino a quando sarà tenero e completamente cotto. In alternativa, potete cuocere separatamente il pollo, sfilacciarlo e aggiungerlo alla fine, come in diverse versioni tradizionali.

Regolate di sale e servite il congee ben caldo, completandolo con il cipollotto affettato finemente, qualche sottile strisciolina di zenzero fresco e poche gocce di olio di sesamo. Non servono molti altri ingredienti. La sua forza è proprio nella semplicità.

Forse è per questo che questa ricetta mi è sembrata perfetta per Ricette letterarie. Non perché il congee di Joan Didion sia una ricetta particolarmente sofisticata o perché possieda qualche ingrediente segreto. Al contrario: è una delle preparazioni più semplici che si possano immaginare. Ma dentro quella ciotola c’è un’intera storia.

C’è un uomo che sa che la sua amica non riesce a mangiare e, invece di cercare le parole giuste, le porta qualcosa di caldo, un gesto che vale più di mille parole. C’è una donna che non riesce ancora ad accettare la morte del marito e trova nel cibo una delle pochissime forme possibili di sostentamento. E c’è un libro che mostra come, nei momenti estremi, il corpo continui a chiedere ciò che la mente non è ancora capace di concedergli: un po’ di calore, un po’ di energia, un giorno ancora.

Il congee non può curare il lutto. Non può riempire il vuoto lasciato da una persona amata. Può soltanto fare una cosa piccolissima e fondamentale: nutrire chi, per qualche tempo, non riesce più a nutrirsi da solo. E forse, in certe circostanze, è già moltissimo.

Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli di quella mortalità anche quando la respingiamo, traditi proprio dalla nostra complessità, e così schizzati che quando piangiamo chi abbiamo perduto piangiamo anche, nel bene e nel male, noi stessi. Come eravamo. Come non siamo più. Come un giorno non saremo affatto.

Una curiosità
Nel romanzo epistolare Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans (QUI trovate la mia recensione) la protagonista, Sybil, scrive molte lettere, a persone molto diverse tra loro. Corrisponde con amici e familiari, con colleghi e vicini di casa, ma anche con figure che appartengono a un orizzonte più inatteso, come la scrittrice Joan Didion (citata anche in esergo), che entra in questa trama di lettere come una presenza reale e, allo stesso tempo, perfettamente integrata nell’universo narrativo del romanzo.

E nelle lettere compaiono naturalmente anche i riferimenti a due dei suoi libri più celebri, L’anno del pensiero magico e Blue Nights, testi nei quali Didion affronta il lutto, la perdita e la memoria, temi che non possono non entrare in risonanza con la storia stessa di Sybil.