Tutte le mattine di Sybil, di Virginia Evans, Rizzoli 2026, traduzione di Giuseppina Oneto, pp. 372
La PAROLA SCRITTA, signor Watts, la parola scritta nero su bianco. Significa le lettere. Significa i libri. Significa la legge. È tutta la stessa cosa. L’ho bene o male sentito sempre, sin da quando ho memoria di me, e scrivo lettere da mandare nel mondo dacché mi è riuscito di comporre una frase con la penna (età nove anni).
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Il successo internazionale di Tutte le mattine di Sybil è, sotto certi aspetti, già una piccola storia nella storia. Virginia Evans ha infatti scelto di affidare il suo romanzo a una forma narrativa che oggi sembra appartenere quasi a un’altra epoca: quella del romanzo epistolare. Un genere che ha avuto una lunga e importante storia nella letteratura, attraversando secoli, trasformandosi e assumendo di volta in volta forme diverse, e al quale avevo dedicato tempo fa anche un approfondimento sul blog, ripercorrendone l’evoluzione attraverso alcuni dei suoi titoli più significativi. Eppure, nell’epoca dei messaggi istantanei, delle conversazioni che si consumano e scompaiono nello spazio di pochi secondi, affidare un intero romanzo alle lettere è una scelta quasi controcorrente. E Virginia Evans dimostra non solo che il romanzo epistolare ha ancora molte cose da dire, ma anche che, nelle mani giuste, può risultare sorprendentemente contemporaneo.
La grande abilità dell’autrice sta proprio nel modo in cui accompagna il lettore dentro questa fitta rete di corrispondenze. All’inizio ci troviamo, in qualche modo, spaesati quanto un nuovo arrivato in una stanza dove tutti sembrano conoscersi da tempo. Le lettere di Sybil ci presentano gradualmente amici, parenti, persone appartenenti a momenti diversi della sua vita, e poco alla volta quella che poteva sembrare una costellazione dispersa di nomi comincia ad assumere una forma. Si delineano affetti, incomprensioni, vecchi legami, rapporti familiari, silenzi e distanze. È un processo lento e naturale: nessuno ci viene spiegato davvero, perché siamo noi lettori a dover ricomporre la galassia di relazioni che circonda Sybil, lettera dopo lettera.
Ed è proprio qui che la forma epistolare rivela tutta la sua efficacia. Le lettere non raccontano soltanto ciò che sta accadendo nel presente, ma lasciano affiorare continuamente il passato. Un ricordo accennato, una frase lasciata a metà, il riferimento a un episodio che il destinatario conosce già ma che noi dobbiamo ancora comprendere: Virginia Evans costruisce così il ritratto di Sybil e della sua vita per sottrazione e sommatoria, e per frammenti che via via si collegano tra loro. Non ci consegna una biografia ordinata, ma ci invita a ricomporla, pezzo dopo pezzo, seguendo le tracce disseminate nella sua corrispondenza.
E Sybil scrive molto, a persone molto diverse tra loro. Corrisponde con amici e familiari, ma anche con figure che appartengono a un orizzonte più inatteso, come la scrittrice Joan Didion (citata anche in esergo), che entra in questa trama di lettere come una presenza reale e, allo stesso tempo, perfettamente integrata nell’universo narrativo del romanzo. Anche questo contribuisce a rendere la voce di Sybil ancora più viva: attraverso il modo in cui si rivolge a ciascun destinatario, capiamo qualcosa di lei, ma anche qualcosa del rapporto che la lega a quella persona. Perché una lettera, in fondo, racconta sempre almeno due persone: chi la scrive e chi la riceve.
Ma per comprendere davvero Tutte le mattine di Sybil bisogna naturalmente comprendere, o almeno provare a comprendere, Sybil stessa. E la domanda da cui partire potrebbe essere proprio quella che, a un certo punto del romanzo, le rivolge una studentessa che entra in contatto con lei per scrivere una tesina sulla sua figura: perché scrive lettere? Perché, in un’epoca in cui esistono modi infinitamente più rapidi per comunicare, continua ad affidare pensieri, ricordi, confessioni e perfino discussioni alla pagina?
La risposta non è semplice, perché per Sybil scrivere lettere non è un’abitudine né un passatempo. È una pratica che l’accompagna effettivamente da sempre. Da bambina scriveva a scrittori e insegnanti, a cugini lontani; più tardi avrebbe iniziato una lunga corrispondenza con Rosalie, l’amica che si era trasferita lontano e che, con uno di quegli strani intrecci di cui è fatta la vita, sarebbe poi diventata anche sua cognata. Scrive a familiari e amici, ma anche a persone che appartengono a generazioni diverse dalla sua, come Harry, il figlio del giudice Landy, un ragazzo con qualche difficoltà di adattamento con il quale instaura un rapporto particolare.
Scrive con metodo, giorni fissi della settimana (a meno di eventi speciali), con un suo rituale che comprende l’angolo della casa che preferisce e gli oggetti che usa e la musica che la accompagna:
mi siedo alla scrivania con la carta da lettere e le penne che mi piacciono. La mia scrivania è davanti a una finestrella che dà sul fiume e sotto ci sono i cespugli di caprifoglio che, in estate, attraggono i colibrì, e oltre c’è il mio giardino. La casa è silenziosa e, se mi sento smuovere dentro, dal lettore di cd proviene Ciajkovskj o Stravinskj. Mi porto un bicchiere d’acqua o una tazza di tè. Di solito scrivo per circa due ore il lunedì, il mercoledì e il venerdì.(..) La carta da lettere la ordino per posta in Inghilterra. (..) Una volta al mese vado all’ufficio postale per comprare i francobolli. (..) Se si mantiene il meccanismo oliato, allora il contenuto della corrispondenza, intendo la materia delle lettere, può prendere qualsiasi direzione. Essere qualsiasi cosa. Si può scrivere a chiunque. Dire qualsiasi cosa si voglia.
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Quando le viene chiesto che cosa rappresentino per lei, Sybil non ha dubbi. «Le lettere per me sono assai più significative di qualsiasi cosa io abbia fatto in campo giuridico. Sono il pilastro della mia vita […] le lettere esprimono la persona che sono». Ed è una dichiarazione che dice molto di lei, forse più di quanto non faccia la sua stessa biografia professionale. Per quasi tutta la vita Sybil è stata infatti capo cancelliera del giudice Donnelly, a Frederick, nel Maryland, costruendosi una carriera solida e rispettata. Eppure, se dovesse scegliere ciò che veramente l’ha definita, non indicherebbe il suo lavoro, ma quelle lettere scritte e ricevute nel corso di un’intera esistenza.
Più avanti emerge anche l’origine più profonda di questo bisogno. Quando la madre biologica la abbandona, accompagna quel gesto con una lettera. È forse da quel momento che Sybil comincia, quasi inconsapevolmente, ad aggrapparsi all’idea della corrispondenza. Scrivere diventa una forma di sollievo, un modo per mettere ordine nei pensieri e affrontare ciò che a voce sarebbe troppo difficile da dire. Per lei una lettera è spesso più facile di una conversazione: permette di scegliere le parole, di prendere tempo, di controllare almeno in parte la propria esposizione emotiva.
Ma questa capacità di comunicare attraverso la scrittura possiede anche il suo rovescio. La lettera le consente di entrare in relazione con gli altri, ma allo stesso tempo le permette di mantenere una distanza. È, in un certo senso, anche uno scudo. Sybil può raccontarsi senza essere costretta a sostenere immediatamente lo sguardo o la reazione dell’altro; può dire ciò che prova, ma alle proprie condizioni. E forse proprio questa ambivalenza, questo continuo desiderio di vicinanza accompagnato dal bisogno di proteggersi, è una delle chiavi più interessanti del suo personaggio.
La sua vita, del resto, è stata attraversata da ferite profonde. Sposata con Daan, di origine belga, ha avuto con lui tre figli, Gilbert, Bruce e Fiona. La morte di Gilbert quando era ancora bambino è un trauma dal quale Sybil non riesce mai davvero a liberarsi. Si sente responsabile di quella perdita e il senso di colpa la porta a ritirarsi completamente in se stessa per un lungo periodo. È una frattura che finisce per travolgere anche il matrimonio e condurre al divorzio, pur senza cancellare l’amore che Sybil ha sempre continuato a provare per Daan.
Ed è significativo che proprio Daan sia la persona alla quale Sybil riconosce una gratitudine particolare. È stato forse l’uomo che più di tutti ha saputo comprenderla, senza considerare la sua difficoltà a comunicare nel modo convenzionale come qualcosa di strano o di sbagliato. Ha accettato quella parte di lei che aveva bisogno di affidarsi alla scrittura, di prendere le distanze, di ritirarsi dietro le parole. E Sybil sa bene quanto questo abbia contato nella sua vita, così come sa che, nonostante tutto ciò che è accaduto, con lui è stata felice. Daan ha anche accettato il suo attaccamento al lavoro, anche se in qualche modo li allontanava.
Anche la sua famiglia d’origine aggiunge un altro tassello alla complessità del personaggio. Sybil ha un fratello, Felix, anch’egli adottato, scrittore e residente in Francia. Ancora una volta, dunque, la scrittura attraversa la sua storia personale e familiare, anche se in forme diverse. Felix scrive libri, Sybil lettere: due modi differenti di affidare alla parola scritta ciò che forse, per entrambi, non potrebbe essere detto nello stesso modo altrove.
E forse è proprio questo il punto in cui Virginia Evans riesce maggiormente a far coincidere forma e sostanza. Sybil non avrebbe potuto raccontare la propria storia in un romanzo costruito attraverso un narratore esterno senza perdere qualcosa di essenziale. Conoscerla attraverso le sue lettere significa invece rispettare il suo modo di esistere e di entrare in relazione con gli altri. Noi lettori non la osserviamo dall’esterno: la incontriamo esattamente dove lei ha scelto di incontrare il mondo, sulla pagina.
È attraverso quelle lettere che emergono il suo umorismo, le sue insofferenze, la sua intelligenza, le sue fragilità e le sue contraddizioni. E anche il suo passato, che non viene mai disposto ordinatamente davanti al lettore, ma riaffiora poco alla volta, quasi per necessità, all’interno di una frase o nel ricordo condiviso con uno dei suoi destinatari. Sybil non si racconta mai tutta insieme. Bisogna avere pazienza, leggere tra le righe, mettere in relazione una lettera con un’altra. Esattamente come accade quando cerchiamo di conoscere davvero una persona.
La storia di Sybil, però, non si esaurisce nel suo rapporto quasi viscerale con la scrittura. Attraverso le lettere Virginia Evans costruisce infatti il ritratto di una donna che, arrivata a una fase della vita in cui molte cose sembrano ormai appartenere al passato, continua a interrogarsi su ciò che è stato, su ciò che avrebbe potuto essere e, soprattutto, su ciò che ancora può accadere.
Tra le persone con cui Sybil entra in corrispondenza ce n’è poi una la cui comparsa la porta a confrontarsi con una parte fino ad allora sconosciuta della propria storia. Essendo stata adottata, all’inizio accoglie con grande diffidenza il regalo di uno dei figli, che la iscrive a un sito di ricerca delle origini attraverso il DNA. Ma quella scelta, alla quale finisce per aderire quasi controvoglia, apre una porta inattesa e le permette di ricostruire poco alla volta alcuni tasselli del proprio passato. E, naturalmente, anche questa nuova relazione comincia con una lettera.
Uno dei nuclei più dolorosi del romanzo è naturalmente la morte del piccolo Gilbert. È una ferita che continua a riaffiorare nel corso delle lettere e che ha segnato in modo irreversibile non soltanto Sybil, ma anche il suo matrimonio con Daan. Il senso di colpa che prova per quella morte la porta a chiudersi completamente in se stessa, quasi a sottrarsi al mondo e persino alle persone che le sono più vicine. Ed è interessante osservare come Virginia Evans non trasformi questo dolore in un semplice elemento del passato, in un evento destinato a spiegare definitivamente chi sia Sybil. Il lutto continua invece a vivere dentro di lei, a modificare le sue relazioni e il modo stesso in cui guarda alla propria esistenza.
Anche il rapporto con Daan è uno degli aspetti più belli e complessi del romanzo. Il loro matrimonio è finito, ma l’amore non sembra essere scomparso insieme al matrimonio. Sybil continua a guardare a lui come a una delle persone che l’hanno conosciuta più profondamente. La loro relazione conserva una forza particolare: non è la storia di un amore semplicemente perduto, ma quella di un legame che, pur trasformato e ferito, continua a esistere.
In questo senso, Tutte le mattine di Sybil parla molto anche delle relazioni che resistono al tempo e ai cambiamenti. Quelle familiari, naturalmente, con i figli Bruce e Fiona e con il fratello Felix; quelle di amicizia, alcune coltivate per decenni e altre nate quasi inaspettatamente; e poi quelle che si creano attraverso la scrittura, capaci talvolta di stabilire una vicinanza persino maggiore di una conversazione faccia a faccia. La galassia di destinatari che avevamo iniziato a conoscere all’inizio del romanzo diventa così qualcosa di più di una semplice rete di personaggi: è la mappa sentimentale della vita di Sybil.
Ed è forse proprio questa la cosa che Virginia Evans riesce a raccontare con maggiore delicatezza: il fatto che una vita non possa mai essere ridotta a un unico momento, a una perdita, a un fallimento o a una scelta sbagliata. Sybil porta con sé il peso di ciò che è accaduto, le parole che avrebbe voluto dire e quelle che forse non è mai riuscita a pronunciare. Ma continua anche a scrivere, a rispondere, a cercare gli altri. Continua, in altre parole, a mantenere aperta una porta verso il mondo.
La lettera, che per tanto tempo è stata per lei anche una forma di protezione, finisce così per rivelare la sua natura più profonda. Certo, permette a Sybil di frapporre una distanza tra sé e il suo interlocutore, di scegliere i tempi e le parole, di sottrarsi all’immediatezza spesso scomoda di una conversazione. Ma è anche il suo modo di tendere una mano. Ogni lettera richiede infatti qualcuno dall’altra parte, un destinatario al quale rivolgersi, qualcuno con cui stabilire o mantenere un legame. Quello che potrebbe sembrare uno scudo diventa, paradossalmente, anche il ponte attraverso il quale Sybil raggiunge gli altri.
E forse è proprio in questa contraddizione che risiede la sua umanità. Sybil desidera la vicinanza, ma ne teme le conseguenze; ha bisogno degli altri, ma spesso preferisce mantenere il controllo sulla distanza che la separa da loro; ha conosciuto una perdita che l’ha indotta a ritirarsi in se stessa, eppure non ha mai smesso del tutto di cercare una risposta, un interlocutore, qualcuno a cui scrivere.
Per questo conoscerla attraverso le sue lettere è molto più che seguire una vicenda raccontata in forma epistolare. È entrare nel suo modo di pensare, nel suo particolare modo di amare e di difendersi, nei suoi tentativi di mettere ordine in una vita che, come tutte le vite, non procede secondo una linea retta. Sybil si rivela lentamente, talvolta perfino contro la propria volontà, e il lettore deve imparare a riconoscerla non soltanto in ciò che dice apertamente, ma anche in ciò che evita, in ciò che lascia sospeso e nelle persone alle quali sceglie, o non sceglie più, di scrivere.
È forse qui che Tutte le mattine di Sybil trova la sua forza più autentica. Virginia Evans non utilizza il romanzo epistolare come un raffinato esercizio di stile o come un omaggio a una tradizione letteraria del passato. Fa qualcosa di più interessante: sceglie una forma che coincide perfettamente con la sua protagonista. Sybil non avrebbe potuto raccontarsi diversamente. Per conoscerla dobbiamo incontrarla esattamente nel luogo in cui lei, per tutta la vita, ha scelto di incontrare gli altri: sulla pagina, davanti a una lettera, con il tempo necessario per trovare le parole.
Ma Tutte le mattine di Sybil non è soltanto il romanzo di ciò che si è perduto. A poco a poco, nella vita della protagonista si apre anche uno spazio per qualcosa di nuovo. Ed è forse uno degli aspetti più belli del romanzo: Virginia Evans non racconta Sybil come una donna definitivamente consegnata ai ricordi, costretta a guardare all’indietro perché davanti a sé non ci sarebbe più nulla da attendere. Al contrario, la sua vita continua a muoversi, a complicarsi, a riservarle incontri e possibilità che lei stessa, probabilmente, non avrebbe immaginato.
In questo percorso acquistano un’importanza particolare Mick Watts, un avvocato con cui aveva interagito in tribunale, e Theodore Lübeck, il vicino di casa. Due uomini molto diversi tra loro, così come diversi sono i modi in cui si avvicinano a Sybil. Entrambi, però, sembrano riconoscere in lei qualcosa che forse la stessa Sybil fatica ancora a vedere: una donna brillante, ironica, intelligente, capace di suscitare interesse e desiderio, ben oltre l’immagine che lei ha finito per costruire di se stessa attraverso gli anni e le ferite del passato.
All’inizio Sybil accoglie queste attenzioni con la sua consueta cautela. Non è una donna che si abbandona facilmente, e del resto ha trascorso gran parte della propria vita imparando a proteggersi, anche attraverso quella distanza che la scrittura le consente di mantenere. Eppure, lentamente, qualcosa cambia. Senza rinunciare alla propria indipendenza e senza sentirsi costretta a rientrare in un modello sentimentale prestabilito, Sybil si concede la possibilità di vivere due relazioni senza impegno, con Mick e con Theodore. Una situazione che affronta, naturalmente, secondo le sue regole, con la sua ironia e le sue esitazioni, fino al momento in cui sarà chiamata a compiere una scelta.
Non si tratta semplicemente di introdurre un elemento sentimentale nella storia. Quelle relazioni rappresentano per Sybil la prova che la vita non ha smesso di offrirle qualcosa. Dopo il lutto, il divorzio, gli anni trascorsi a fare i conti con il senso di colpa e con una certa tendenza a ritirarsi in se stessa, Sybil scopre di poter ancora essere guardata, desiderata, corteggiata. E soprattutto scopre di poter ancora scegliere.
Accanto a questa inattesa apertura verso nuovi rapporti, c’è anche il tentativo di ricucire alcuni legami che il tempo e il dolore hanno logorato. In particolare, Sybil cerca di avvicinarsi nuovamente alla figlia Fiona e di ricomporre lo strappo con Rosalie, un’amica che ha attraversato la sua vita per molti anni e che, attraverso uno di quegli intrecci familiari e affettivi così importanti nel romanzo, è diventata anche sua cognata.
Anche qui la corrispondenza assume un significato particolare. Scrivere può essere un modo per mantenere una distanza, ma può anche diventare il primo passo per provare a ridurla. Una lettera non garantisce il perdono, non cancella ciò che è accaduto e non assicura che dall’altra parte qualcuno sia disposto a rispondere. Ma rappresenta pur sempre un tentativo. È un modo per dire: sono ancora qui, e forse possiamo ancora parlare.
Ed è forse questo il movimento più significativo della storia di Sybil. Una donna che per gran parte della vita ha utilizzato la scrittura anche per proteggersi dagli altri finisce per scoprire che quelle stesse parole possono diventare uno strumento per tornare verso di loro. Non tutte le fratture possono essere ricomposte, e Virginia Evans non sembra voler trasformare il romanzo in una facile storia di riconciliazioni. Ma lascia spazio alla possibilità che qualcosa possa cambiare, che un rapporto possa essere guardato di nuovo da un’altra prospettiva, che il passato non debba necessariamente avere l’ultima parola.
Perché, in fondo, è questo che accade a Sybil: dopo aver trascorso tanto tempo a raccontare ciò che è stato, si ritrova, quasi con sorpresa, a dover fare i conti anche con ciò che ancora può essere. E la cosa più bella è che Virginia Evans non presenta questa possibilità come una rinascita spettacolare o come una trasformazione improvvisa. Sybil resta Sybil, con le sue cautele, le sue contraddizioni, il suo bisogno di mantenere il controllo e la sua straordinaria capacità di nascondere, dietro una frase ben calibrata, ciò che forse non riesce a dire direttamente.
Eppure qualcosa si è mosso. La vita continua. E continua non perché il passato sia stato dimenticato, ma perché anche dopo il dolore, dopo gli errori e dopo le perdite, può ancora capitare di ricevere una lettera, di incontrare qualcuno, di trovare il coraggio di scrivere una frase che rimette in movimento una relazione. Oppure di scoprire che, dall’altra parte della porta o dall’altra parte di una pagina, qualcuno sta ancora aspettando una nostra risposta.
E così, poco alla volta, anche noi entriamo a far parte di quella corrispondenza. All’inizio siamo soltanto lettori che cercano di orientarsi tra nomi, indirizzi e rapporti di cui non conoscono ancora la storia. Poi impariamo a riconoscere le persone, a ricostruire i legami, a intuire ciò che è accaduto prima del nostro arrivo. Finché quella che sembrava una costellazione un po’ dispersa comincia a comporsi davanti ai nostri occhi. E al centro, naturalmente, rimane Sybil: con le sue lettere, le sue fragilità, il suo humour, i suoi rimpianti e quella ostinata necessità di continuare, nonostante tutto, a rivolgersi a qualcuno.
P.S. E visto che siamo entrati nel mondo di Sybil attraverso le sue lettere, non può mancare un piccolo poscritto. Sparpagliati tra una missiva e l’altra, soprattutto nelle lettere scambiate con Rosalie, affiorano infatti moltissimi riferimenti letterari, come se Virginia Evans avesse disseminato nel romanzo una piccola biblioteca personale della sua protagonista.
Alcuni libri sono semplicemente ricordati o citati, altri sembrano invece raccontare qualcosa di Sybil, delle sue passioni, del suo modo di guardare il mondo. Si comincia da Mary Poppins di P. L. Travers, presenza che ci riporta alle letture dell’infanzia, per arrivare a due romanzi di Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno e Non lasciarmi, entrambi così diversi eppure accomunati, ciascuno a modo proprio, da ciò che resta non detto, dai ricordi e dalle occasioni perdute.
E poi c’è Rebecca, la prima moglie di Daphne du Maurier, con il suo passato che continua a occupare ostinatamente il presente; La casa tonda di Louise Erdrich; Stoner di John Williams, che, devo confessarlo, è stato per me uno dei riferimenti più graditi, trattandosi di un romanzo che adoro particolarmente; Gita al faro di Virginia Woolf, altro libro nel quale il tempo, la memoria e le relazioni familiari diventano materia narrativa; e Lonesome Dove di Larry McMurtry.
Particolarmente interessante è poi la presenza di Joan Didion, che nel romanzo non è soltanto un nome evocato tra le pagine di una biblioteca ideale, ma diventa addirittura una delle destinatarie della corrispondenza di Sybil. E nelle lettere compaiono naturalmente anche i riferimenti a due dei suoi libri più celebri, L’anno del pensiero magico e Blue Nights, testi nei quali Didion affronta il lutto, la perdita e la memoria, temi che non possono non entrare in risonanza con la storia stessa di Sybil.
Sono presenze disseminate quasi con noncuranza, senza trasformare il romanzo in un gioco di citazioni per lettori da caccia al tesoro. Eppure contribuiscono a definire ulteriormente Sybil e il suo universo. Perché anche attraverso i libri che leggiamo, amiamo, rileggiamo o semplicemente ricordiamo, finiamo per raccontare qualcosa di noi stessi.
E così, alla fine, anche questa piccola costellazione letteraria entra a far parte della grande galassia di Tutte le mattine di Sybil: accanto agli amici, ai figli, agli amori, alle ferite e alle lettere, ci sono anche i libri. Quelli che accompagnano una vita e che, a volte, diventano un’altra forma di corrispondenza: una lettera inviata da uno scrittore a un lettore, magari molti anni prima, e arrivata proprio nel momento in cui avevamo bisogno di leggerla.

Virginia Evans è un’autrice statunitense, vincitrice nel 2026 del Women’s Prize for Fiction. Ha conseguito la laurea triennale in letteratura inglese presso la James Madison University. Nel 2019, insieme alla sua famiglia, si è trasferita dagli Stati Uniti a Dublino per frequentare un master in scrittura creativa presso il Trinity College di Dublino. Nel 2026 Rizzoli pubblica in Italia Tutte le mattine di Sybil, vincitore del Women’s Prize for Fiction.

