Memorie del diluvio di Saleem Haddad, edizioni e/o 2026, traduzione di Silvia Castoldi, pp. 368

I ricordi possono impedirci di esistere, anche se restano indispensabili per esistere. È facile vivere nel passato. Più difficile usare il passato per immaginare un futuro. Per molti versi le crisi che stiamo affrontando oggi sono crisi di creatività. Non solo per la nostra incapacità di immaginare quanto possano peggiorare le cose, ma anche per la nostra inadeguatezza nell’immaginare una via d’uscita.

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La Storia, quella con la maiuscola, può sembrare qualcosa di distante finché non entra in una casa. Finché non decide chi deve partire e chi resta, separa una famiglia, cambia il significato di una città, trasforma una lingua in un legame con il passato o in una terra straniera da abitare ogni giorno.
In Memorie del diluvio, Saleem Haddad racconta proprio questo: il modo in cui i grandi eventi storici e politici entrano nelle vite delle persone, ne modificano i destini e continuano a esercitare la propria influenza anche quando sembrano ormai appartenere al passato.

È un romanzo ampio e stratificato, capace di attraversare decenni, paesi e generazioni, ma il suo presente narrativo occupa in realtà pochi mesi, da giugno a novembre del 2014. È da qui che si aprono continuamente varchi verso il passato: ricordi, racconti familiari, immagini, opere d’arte, omissioni e silenzi contribuiscono poco alla volta a comporre la storia di una famiglia irachena profondamente segnata dagli spostamenti e dalle trasformazioni del proprio paese.

Una famiglia attraversata dalla Storia

Al centro della vicenda ci sono tre sorelle, Zainab, Mediha e Ishtar, molto diverse tra loro ma accomunate da un mondo familiare e culturale che non ha mai smesso di trasformarsi. Accanto a loro c’è la madre Bridget, ormai anziana ma ancora, per ragioni diverse, profondamente centrale nelle loro vite. Bridget è inglese ed è anch’essa un’artista. Il padre, Haydar Mathloum, ormai morto, era invece un artista e intellettuale iracheno, una figura la cui presenza continua a incombere, nel senso migliore e più complesso del termine, sulle vite delle figlie. Il suo bagaglio emotivo, culturale e artistico costituisce un’eredità con cui ciascuno, a modo proprio, deve fare i conti.

La famiglia nasce dunque dall’incontro di mondi diversi. Prima ancora che la guerra, l’esilio e la diaspora moltiplichino le distanze, nelle vite delle tre sorelle è già presente una dimensione internazionale, fatta di lingue, culture e appartenenze differenti. E a rendere ancora più complessa questa geografia familiare c’è Nizar, figlio di Zainab e appartenente a una generazione per la quale l’Iraq è insieme luogo reale, eredità e territorio conosciuto anche attraverso i racconti degli altri.

Ma, come spesso accade nelle famiglie, ciò che viene ricordato non coincide necessariamente con tutto ciò che è accaduto. Nel corso del romanzo affiorano infatti alcuni segreti e zone d’ombra che non è naturalmente il caso di anticipare, ma che assumono un peso sempre maggiore e, soprattutto verso la fine, contribuiscono a ridefinire alcuni aspetti salienti della storia familiare.
Anche sotto questo aspetto Memorie del diluvio torna a interrogarsi sulla natura della memoria. Il passato non è soltanto ciò che è andato perduto a causa della distanza, della guerra o del trascorrere del tempo: è anche ciò che, per ragioni diverse, qualcuno ha scelto di non raccontare.

Una famiglia in movimento

Il romanzo è ispirato alla vita di Jewad Selim, tra i più importanti pittori e scultori iracheni del Novecento, e a quella della moglie Lorna e della loro famiglia. Haddad prende però questa origine reale e la trasforma liberamente in materia narrativa, costruendo un romanzo che va ben oltre la biografia romanzata.

Lo spostamento è uno degli elementi che definiscono questa famiglia. Nessun luogo riesce davvero a diventare definitivo. Baghdad è il punto di partenza, ma anche il luogo perduto, quello che continua a vivere nella memoria mentre, nella realtà, viene trasformato dagli sconvolgimenti politici e dalla guerra. Londra e la Scozia (dove vivono ora le sorelle Ishtar e Mediha con la madre) rappresentano invece un approdo e insieme una forma di esilio: è il luogo in cui si costruisce una nuova quotidianità, si cresce, si invecchia, ci si abitua a vivere, ma senza che questo cancelli ciò che si è lasciato alle spalle.

Il percorso di Zainab rende questa condizione ancora più evidente. Dopo avere lasciato Baghdad, la sua vita attraversa diversi paesi, dalla Siria al Libano, da Cipro fino a Dubai. La sua non è quindi la traiettoria lineare di chi abbandona una patria per approdare finalmente altrove, ma un’esistenza fatta di passaggi successivi, di luoghi e case abitati per un tempo più o meno lungo e poi nuovamente lasciati.
Dubai, pur diventando per Zainab un approdo concreto, è anche una città che le sorelle guardano con una certa avversione. La sua stessa natura, così profondamente proiettata verso una modernità costruita a ritmo vertiginoso, sembra rappresentare qualcosa di estraneo alla loro idea di appartenenza. È un contrasto interessante: Baghdad, città antichissima e carica di memoria, ma devastata dalla Storia; Dubai, città proiettata in avanti, quasi fino a sembrare costruita senza il peso del passato.

Tra questi luoghi e questi estremi si muovono i personaggi di Memorie del diluvio. Nessuno sembra trovare davvero una casa definitiva. La famiglia finisce così per configurarsi come una comunità in movimento, costretta continuamente a ridefinirsi. I legami resistono, ma vengono messi alla prova dalla distanza geografica, dalle lingue diverse, dalle identità che cambiano e dalla diversa esperienza che ciascuno ha avuto dell’Iraq.

C’è chi ha conosciuto Baghdad prima della perdita, chi ha dovuto abbandonarla e chi, invece, ne ha ereditato soprattutto il racconto. Per questo l’esilio non è soltanto una condizione individuale. È qualcosa che attraversa le generazioni e modifica il modo stesso in cui si costruisce la memoria familiare.

Tuo nonno ha sempre creduto che tutto ciò che cerchi sia già dentro di te. Basta solo un canale per riportarlo in superficie. (..) Il mondo è disposto a perdonare più di quanto pensi, dice.

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Anche la memoria migra

Il tema della migrazione attraversa ogni pagina del romanzo senza mai ridursi alla semplice cronaca di uno spostamento. Migrare significa cambiare lingua, modificare il proprio modo di guardare il mondo, adattarsi a una società diversa e, nello stesso tempo, continuare a confrontarsi con ciò che si è lasciato indietro. Ma, leggendo Memorie del diluvio, mi è sembrato che a migrare non siano soltanto le persone. Migra anche la memoria.

Attraversa confini e generazioni, cambia lingua, perde dettagli e ne conserva altri con ostinazione. Si trasforma attraverso chi la racconta e attraverso chi la riceve. Un ricordo di Baghdad non è lo stesso per chi vi ha vissuto, per chi è stato costretto a lasciarla e per chi ha conosciuto quella città soprattutto attraverso fotografie, oggetti, opere d’arte e racconti familiari. Il passato non è dunque un archivio ordinato dal quale estrarre, uno dopo l’altro, ricordi intatti. È una materia mobile, fatta anche di omissioni, silenzi e versioni diverse della stessa storia. E proprio per questo la memoria familiare può essere insieme un rifugio e un terreno di confronto, qualcosa che unisce ma anche qualcosa che, improvvisamente, può essere rimesso in discussione.

L’appartenenza, allora, non coincide più con un punto preciso sulla carta geografica. Si può appartenere contemporaneamente a una città perduta, a una città in cui si vive e a un paese che esiste soprattutto nella memoria della propria famiglia. E, nello stesso tempo, non sentirsi completamente a casa in nessuno di questi luoghi.

La storia era una prigione, ma se ne possedevi la chiave c’era molto da imparare, al suo interno.

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La grande Storia sulla pelle delle persone

Uno degli aspetti che ho trovato più riusciti del romanzo è proprio la capacità di Haddad di affrontare temi che incontriamo spesso nella narrativa contemporanea, come la migrazione, l’identità, l’appartenenza e le fratture familiari, senza mai trattarli come categorie astratte. Tutto è profondamente radicato nella storia dell’Iraq e nelle conseguenze che le sue vicende politiche hanno avuto sulle vite delle persone.

Il percorso della famiglia attraversa un paese che, nel corso del Novecento e dei primi anni Duemila, ha conosciuto rivoluzioni, cambiamenti di regime, repressioni, guerre e invasioni. Dalla fine della monarchia alla nascita della repubblica, dall’ascesa del Ba’th alla dittatura di Saddam Hussein, dalla guerra con l’Iran alla guerra del Golfo, dagli anni delle sanzioni fino all’invasione anglo-americana del 2003 e alle sue conseguenze, la storia irachena ha continuato a produrre fratture profonde. Nel romanzo, però, tutto questo non diventa mai una lezione di storia. È piuttosto la materia invisibile, ma concretissima, che determina partenze e separazioni, modifica il rapporto con Baghdad e costringe intere famiglie a reinventarsi altrove.

Haddad riesce a raccontare con grande consapevolezza quello che la cattiva politica, quando si trasforma in repressione, violenza e guerra, provoca sulla pelle delle persone. E lo fa senza ridurre i suoi personaggi a semplici vittime della Storia o a rappresentanti di un’idea. Le sue protagoniste conservano contraddizioni, egoismi, incomprensioni e ferite private. La Storia entra nelle loro vite, ma non le esaurisce. Ogni separazione familiare è anche la conseguenza di una storia più grande, ma resta comunque una separazione tra persone; ogni spostamento porta con sé il peso dei confini e delle guerre, ma conserva anche le ragioni, le fragilità e i desideri di chi lo compie. È in questo continuo intreccio tra dimensione privata e collettiva che il romanzo trova una delle sue maggiori forze.

L’arte e ciò che può sopravvivere

La figura del padre e la sua eredità artistica introducono un altro tema fondamentale: quello della memoria culturale. L’arte diventa uno spazio in cui la memoria individuale e quella collettiva si incontrano. In una storia segnata dalla distruzione e dalla dispersione, conservare un’opera significa anche interrogarsi su che cosa possa sopravvivere al passaggio del tempo e alla violenza della Storia.
Ma l’eredità non è mai qualcosa di neutro. Può essere custodita, interpretata, rifiutata, persino contesa. Il padre morto continua così a vivere nelle memorie delle figlie, nelle sue opere e nell’immagine diversa che ciascuno conserva di lui.

Anche qui Haddad evita ogni idealizzazione. Il passato non viene trasformato in un santuario, e nemmeno la famiglia viene presentata come un luogo di armonia perduta. Al contrario, è proprio nel confronto, spesso difficile, con ciò che abbiamo ricevuto che i personaggi cercano di capire chi sono e quale parte di quella storia desiderano portare con sé.

Ricordare, ma anche immaginare

C’è però un altro elemento di Memorie del diluvio che mi è rimasto particolarmente impresso e che porta ancora più avanti la riflessione sul rapporto tra memoria e appartenenza. È il progetto di Ishtar, il desiderio di recuperare una parte della cultura mesopotamica attraverso la costruzione di tradizionali imbarcazioni e la navigazione sui due grandi fiumi che attraversano l’Iraq.

Il suo non è soltanto un progetto di recupero culturale, né un gesto nostalgico rivolto a un passato idealizzato. Tornare a quelle imbarcazioni e a quei fiumi significa cercare un legame con una storia antichissima, riaffermare la continuità di una cultura che la violenza e la politica hanno più volte cercato di spezzare. È un gesto di resistenza, ma è anche qualcosa di più dinamico. Non si tratta di conservare il passato sotto una teca, bensì di rimetterlo in movimento.

Ed è proprio qui che il progetto di Ishtar trova un contrappunto particolarmente significativo nelle riflessioni di Nizar. Dopo una visita al Museo iracheno, o a ciò che ne è rimasto, la sua amarezza non riguarda soltanto la perdita di un patrimonio inestimabile. Ciò che lo inquieta è anche la sensazione di una città, e forse di un intero paese, che fatica a concepire il proprio futuro. «Siamo diventati una cultura di ricordi», riflette.

È una frase che mi sembra contenere una delle domande più profonde del romanzo. Tornare al passato, ricorrere alla memoria, è necessario. Può essere una forma di resistenza contro la cancellazione. Ma che cosa accade quando il passato diventa l’unico orizzonte possibile? Come si può progettare il futuro se si è costretti continuamente a fare i conti con ciò che è stato distrutto?

La domanda acquista un significato ancora più forte se pensiamo al destino stesso del territorio iracheno. Il paese attraversato dal Tigri e dall’Eufrate deve oggi confrontarsi non soltanto con le conseguenze della propria storia recente, ma anche con nuove minacce: il cambiamento climatico, la scarsità d’acqua e la progressiva trasformazione del paesaggio. A questo si aggiungono le complesse questioni legate alla gestione delle risorse idriche e agli interventi dei paesi a monte, che possono incidere direttamente sulla portata dei corsi d’acqua iracheni. Non è quindi soltanto il passato a essere in pericolo. È anche il futuro del paesaggio, del territorio e, in qualche modo, dell’idea stessa di Iraq.

Ed è allora che il gesto di Ishtar assume un valore ancora più significativo, senza bisogno di anticipare quale sarà l’esito del suo progetto. Navigare quei fiumi con imbarcazioni che appartengono a una tradizione antica significa certamente guardare indietro, ma significa anche attraversare il presente. Forse è proprio questa la differenza tra una memoria che immobilizza e una memoria capace invece di generare qualcosa.

Una storia di dolore, ma anche di libertà

Memorie del diluvio è un romanzo attraversato dal dolore. C’è il dolore della perdita, dell’esilio, della guerra e della violenza. C’è quello più piccolo e quotidiano che nasce all’interno delle famiglie, dalle parole non dette, dai rancori che si trascinano nel tempo, dall’impossibilità di comprendere fino in fondo chi ci è più vicino. Eppure Saleem Haddad non costruisce un romanzo chiuso dentro il trauma.

Quello che ho apprezzato maggiormente è la sua capacità di prendere il dolore, la violenza e il conflitto, anche quello più piccolo e meschino che può nascere nelle relazioni umane, e di trasformarli in una storia che continua ostinatamente a cercare la libertà. La libertà di attraversare confini, di appartenere a più mondi, di non ridurre un’identità a una sola origine. La libertà di immaginare vite più ampie e sfaccettate, nelle quali differenze e appartenenze diverse non debbano necessariamente escludersi a vicenda.

E forse è proprio qui che Memorie del diluvio trova la sua dimensione più universale. Non perché trasformi l’esperienza irachena in qualcosa di generico, ma perché fa esattamente il contrario: parte da una storia profondamente concreta, da un paese e da una famiglia segnati da eventi precisi, e proprio per questo riesce a parlare di qualcosa che riguarda molte altre vite. Alla fine resta la sensazione che le nostre origini non siano mai una linea retta. Sono fatte di luoghi attraversati o perduti, di lingue, di racconti che abbiamo ascoltato e di altri che nessuno ci ha mai voluto raccontare. Sono ciò che scegliamo di conservare e ciò che, nostro malgrado, dimentichiamo. Ma forse il romanzo di Haddad aggiunge anche un’altra domanda, più inquieta e necessaria: come possiamo custodire ciò che siamo stati senza restarne prigionieri?

Perché dimenticare significherebbe lasciare che la distruzione abbia l’ultima parola. Ma ricordare, da solo, non basta. A un certo punto bisogna anche chiedersi che cosa fare di quei ricordi, quale mondo immaginare a partire da essi, quale futuro costruire.

Con una scrittura coinvolgente, consapevole e profondamente umana, Saleem Haddad racconta così una storia che ha il respiro dell’epopea familiare e insieme l’intimità della memoria. Un romanzo di migrazioni, fratture e segreti, ma anche di legami che resistono alle distanze e di identità che continuano a trasformarsi. E forse la sua idea più potente sta proprio qui: la memoria può indicarci da dove veniamo, ma non può dirci, da sola, dove andare. Per quello serve ancora la capacità di immaginare.

Forse dovremmo abbracciare l’incertezza della memoria. E per abbracciare l’incertezza, bisogna essere armati di speranza.

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Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

Saleem Haddad, classe 1983, è nato in Kuwait da madre iracheno-tedesca e padre palestinese-libanese. È cresciuto in Giordania, Canada e Gran Bretagna. Per Medici Senza Frontiere ha lavorato in Yemen, Siria e Iraq. È stato consulente per questioni umanitarie e processi di pace in Asia occidentale e in Nord Africa. È autore dell’acclamato esordio Ultimo giro al Guapa (E/O 2016), fra gli Stonewall Honor Book nel 2017 e vincitore del Polari Prize nello stesso anno. Il suo debutto alla regia, Marco (2019), è stato candidato all’Iris Best Prize per il Best Birtish Short Film ed è disponibile su Youtube. Attualmente vive a Lisbona.