Una splendida rovina, di Vincenzo Latronico, Einaudi 2026, pp. 248

La memoria è una galassia di eventi; scrivere la propria storia vuol dire selezionare i più luminosi e tracciare la costellazione che compongono.

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Avevo apprezzato molto Le perfezioni, il romanzo con cui Vincenzo Latronico aveva raccontato con precisione quasi chirurgica una certa idea di vita contemporanea, quella di una generazione cresciuta nell’epoca della mobilità, del lavoro digitale, delle esperienze da accumulare e delle vite da esibire. Il successo del libro ha poi oltrepassato i confini italiani: Le perfezioni, pubblicato in inglese con il titolo Perfection e tradotto da Sophie Hughes, è entrato nella shortlist dell’International Booker Prize 2025, seconda opera italiana nella storia del premio a raggiungere quel traguardo.

Con Una splendida rovina, Latronico torna a interrogare quella stessa generazione, ma cambia radicalmente scenario. Se in Le perfezioni la vita dei protagonisti sembrava costruita attraverso gli oggetti, gli interni, i viaggi e le immagini condivise sui social, qui la costruzione della vita diventa qualcosa di molto più concreto: una casa da comprare, ristrutturare e trasformare in un luogo in cui vivere.

Il protagonista e narratore è un trentenne italiano che, come ama ripetere, «vive in giro». Una definizione che ha qualcosa di elegante e di vagamente pretenzioso, e che lui stesso finisce per ridimensionare: dietro quell’espressione c’è anche il rifiuto di fermarsi, di scegliere un luogo, di sistemarsi secondo un modello di vita borghese apparentemente già scritto. Ma c’è anche una ragione molto meno filosofica e molto più materiale: le case costano troppo, soprattutto nelle grandi città, e per molti giovani adulti mettere radici non è soltanto una questione di volontà.

Poi arriva Elsa, e con lei la possibilità concreta di immaginare una vita diversa. I due si incontrano in Francia, in un monastero ristrutturato e trasformato in una sorta di comune, un luogo di passaggio e di incontro nato dall’iniziativa di un anziano fotografo che lo ha acquistato proprio con l’idea di farne uno spazio aperto agli altri. Per il protagonista, scrittore e traduttore, quel monastero rappresenta una delle tante tappe di una vita trascorsa «in giro», passando da un luogo all’altro per periodi più o meno brevi, senza mai fermarsi davvero. Elsa è arrivata lì per ragioni diverse: lavora nell’organizzazione di eventi, un’attività stressante e assorbente, e quella parentesi francese dovrebbe essere soprattutto una pausa, un modo per sottrarsi temporaneamente alla pressione del lavoro e recuperare un po’ di sé.

L’incontro tra i due avviene dunque in un luogo che sembra già contenere, in qualche misura, la promessa di un’esistenza alternativa. Il monastero è una casa che ha cambiato funzione, un luogo privato diventato collettivo, un edificio recuperato per accogliere persone diverse e permettere loro di condividere, anche solo temporaneamente, uno spazio e un modo di vivere. Non è difficile capire perché quell’esperienza possa lasciare un segno nel protagonista e in Elsa.

A rendere ancora più particolare la loro permanenza arriva un’altra occasione. Una coppia americana, proprietaria di una casa in Camargue, cerca qualcuno di fidato che possa occuparsi dell’abitazione durante la loro assenza, anche per evitare il rischio di effrazioni. Il protagonista ed Elsa accettano e si ritrovano così a vivere insieme per alcuni mesi in quella casa, in un’esperienza che si rivela bellissima. Per un po’ la vita sembra offrire loro una soluzione quasi perfetta: un luogo piacevole, tempo condiviso, una dimensione lontana dalle rispettive incombenze e la sensazione di poter costruire qualcosa senza doverlo ancora definire.

Ma anche Elsa, come il protagonista, porta con sé una storia che emergerà progressivamente. Dietro la sua apparente distanza da un’esistenza convenzionale c’è una famiglia borghese agiata, un’origine sociale che contribuisce a complicare il rapporto con l’idea di stabilità, di lavoro e di futuro. I due, insomma, partono da condizioni diverse e da esperienze differenti, ma finiscono per incontrarsi proprio nel desiderio di sottrarsi, almeno temporaneamente, alle forme di vita che sembrano già predisposte per loro.

L’esperienza della Camargue diventa così una sorta di prova generale. Per qualche mese hanno sperimentato la possibilità di abitare insieme un luogo senza possederlo, di condividere una casa senza averla progettata, di vivere una parentesi felice senza dover ancora fare i conti con tutto ciò che comporta trasformare un desiderio in un progetto concreto. Quando più avanti decideranno di acquistare e ristrutturare una casa nel Meclemburgo, non partiranno dunque da un’idea astratta: avranno già avuto un assaggio di quella vita e, forse proprio per questo, saranno portati a credere di poterla ricreare.

I due decidono di acquistare una grande casa in rovina nel Meclemburgo, in Germania nella ex DDR, nel nord est, con l’idea di ristrutturarla e di trasformarla non soltanto nella loro abitazione, ma in una sorta di comune, un luogo in cui vivere, lavorare e condividere un’esistenza diversa. Un progetto ambizioso, forse visionario, certamente molto più complicato di quanto possa sembrare all’inizio. La casa è lontana da tutto e richiede interventi, denaro, tempo, energie e una quantità di pazienza che i due non sembrano avere previsto fino in fondo.

La scelta del Meclemburgo, nell’ex Germania Est, permette inoltre a Latronico di raccontare territori bellissimi ma economicamente più fragili rispetto alla Germania occidentale, dove i prezzi relativamente bassi hanno attirato chi poteva acquistare grandi dimore, ville e castelli per recuperarli e destinarli al turismo. Anche questa contraddizione tra ricchezza paesaggistica e fragilità economica aggiunge alla storia della casa una dimensione sociale e storica.

Ed è proprio la casa il grande centro di gravità del romanzo. Non soltanto quella acquistata dal protagonista e da Elsa, ma tutte le case, reali o desiderate, abbandonate o conquistate, che appartengono alle persone incontrate lungo il percorso. «Ogni storia è una storia di case», dice il romanzo, e poche frasi riescono a restituire così bene la sua struttura profonda.

Arthur, Finn, Kurt, Linnéa, Karin e Karl, Lukas e Simon: ciascuno porta con sé una propria storia di case, e dunque una propria idea di appartenenza. La casa racconta da dove veniamo, dove abbiamo vissuto, ciò che abbiamo lasciato alle spalle e soprattutto dove immaginiamo di poter stare. Può essere una sicurezza, una gabbia, un investimento, una fuga, un sogno o un fallimento. Può rappresentare la famiglia dalla quale si vuole prendere le distanze oppure quella che si vorrebbe costruire da adulti.

La casa di Una splendida rovina è tutte queste cose insieme. È un edificio concreto, con muri, stanze e problemi strutturali, ma diventa presto anche la materializzazione di un desiderio: dare una forma alla propria vita.

E proprio qui comincia a insinuarsi il tema del fallimento.

Il lettore sa praticamente fin dall’inizio che il progetto non andrà come previsto. La rovina è già nel titolo e non c’è dunque suspense nel senso tradizionale del termine. Non importa tanto scoprire che cosa accadrà, quanto capire perché accadrà e seguire il lento deteriorarsi di un progetto che sembra diventare sempre più difficile da sostenere. Anche la storia d’amore tra il protagonista ed Elsa viene coinvolta in questo processo: la casa che dovrebbe rappresentare il loro futuro comune finisce per diventare il luogo nel quale quel futuro viene messo alla prova.

Vissuto dall’interno ogni disfacimento appare precipitoso, ogni rottura sbrigativa.(..) Ma non è di colpo. Le prefigurazioni le metti a fuoco a posteriori, quando ripensi all’esperienza per farne una storia. Non sono tali per loro natura ma per una tua decisione retrospettiva.

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Latronico è particolarmente bravo a raccontare questo genere di fallimento perché non lo trasforma in un evento clamoroso. Non c’è necessariamente un momento preciso nel quale tutto crolla. Il fallimento arriva per accumulo: una difficoltà dopo l’altra, una spesa imprevista, un ritardo, un problema burocratico, un lavoro che si complica, la stanchezza, lo scoramento. Il progetto continua a esistere, ma diventa progressivamente più difficile immaginare che possa davvero compiersi.

E forse una delle questioni più interessanti sollevate dal romanzo è proprio questa: come si accetta che qualcosa in cui abbiamo investito desiderio, tempo, denaro e identità non possa funzionare?

Siamo abituati a considerare il fallimento come qualcosa da evitare, correggere o superare rapidamente. Una splendida rovina sembra invece suggerire che esista anche un momento nel quale bisogna semplicemente riconoscerlo. Non tutto ciò che abbiamo desiderato può diventare realtà e non ogni progetto merita di essere difeso all’infinito soltanto perché abbiamo già investito troppo per abbandonarlo.

In questo senso la casa diventa una metafora potentissima: ristrutturare un edificio significa intervenire sulla materia, ma il protagonista e Elsa stanno contemporaneamente cercando di ristrutturare la propria esistenza. E non è detto che le due operazioni abbiano lo stesso esito.

A complicare ulteriormente il quadro c’è il ruolo dei social, che nel romanzo si inseriscono in modo naturale in una riflessione già presente in Le perfezioni. Là Latronico raccontava una coppia immersa in una realtà digitale fatta di immagini curate, consumi, oggetti e aspirazioni condivise online; il Booker Prize ha sottolineato proprio il rapporto tra la vita fisica e quella digitale al centro del romanzo.

Qui il meccanismo è leggermente diverso ma altrettanto insidioso. I social mostrano continuamente persone che hanno fatto ciò che noi vorremmo fare: hanno comprato una casa, l’hanno ristrutturata, hanno cambiato vita, si sono trasferite in campagna, hanno creato una comunità, trasformato una rovina in un luogo bellissimo. Tutto sembra possibile e, soprattutto, tutto sembra sorprendentemente semplice. Il problema è che dello stesso progetto vediamo quasi sempre il prima e il dopo, raramente tutto quello che sta in mezzo.

Non vediamo la fatica, le giornate perse, la polvere, gli errori, la burocrazia, i preventivi che lievitano, gli artigiani che tardano, gli imprevisti, le decisioni sbagliate, la stanchezza. Vediamo la parete finalmente restaurata, non i mesi durante i quali quella parete sembrava non voler tornare mai a essere una parete. Vediamo il risultato, non il prezzo pagato per ottenerlo.

I social finiscono così per creare non soltanto un’immagine della realtà, ma una percezione deformata di ciò che è realisticamente possibile. Offrono un mare di possibilità e contemporaneamente nascondono quasi sempre le conseguenze, i costi e le difficoltà che quelle possibilità comportano. Il progetto del protagonista e di Elsa nasce anche dentro questo immaginario: se tanti sembrano riuscirci, perché non dovremmo riuscirci anche noi?

La risposta, naturalmente, è contenuta nella realtà della casa. Una realtà che non ha nulla della velocità dello scroll e che procede invece con la lentezza ostinata delle cose materiali.

È qui che Una splendida rovina diventa anche un romanzo generazionale. La generazione del protagonista è cresciuta con il desiderio di non ripetere la vita dei propri genitori, di non accettare automaticamente il lavoro stabile, la casa, la famiglia, le convenzioni borghesi come tappe obbligate. Ma il rifiuto di quel modello non garantisce automaticamente l’esistenza di un’alternativa. E il romanzo fotografa con grande lucidità proprio questa contraddizione: non voler vivere come i propri genitori e, nello stesso tempo, scoprire di riuscire forse a costruire molto meno di loro. È una delle tensioni che la critica ha individuato con maggiore chiarezza nel romanzo.

Il protagonista, che per anni ha rivendicato il proprio «vivere in giro», si trova così davanti alla questione che aveva cercato di evitare: dove voglio stare? Con chi? In quale forma voglio vivere? E soprattutto, quanto costa davvero costruire una vita che sentiamo nostra?

Latronico affronta queste domande senza trasformarle in una lezione e senza offrire risposte consolatorie. La sua scrittura mantiene quella precisione analitica che già caratterizzava Le perfezioni, capace di osservare comportamenti, desideri e contraddizioni senza bisogno di sottolinearli continuamente. L’ironia è presente, ma non serve a mettere semplicemente alla berlina i personaggi. Serve piuttosto a mostrarne le incoerenze, comprese quelle del protagonista e narratore, che guarda con una certa lucidità le proprie illusioni anche quando non riesce a liberarsene.

Ed è proprio questo, forse, uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente nel romanzo: Latronico non racconta soltanto il fallimento di una casa o di una relazione, ma il momento in cui un’idea della propria vita entra in collisione con la realtà.

Un altro elemento interessante riguarda il modo in cui la storia viene raccontata. Il protagonista ricostruisce gli eventi dalla propria prospettiva, ma lascia intravedere la possibilità che la stessa vicenda possa essere letta diversamente: ciò che per lui è stato un progetto condiviso, per Elsa potrebbe avere avuto un significato diverso; quello che appare come una scelta coraggiosa può essere riletto, a posteriori, come un’illusione o un errore. Non c’è necessariamente una versione falsa e una vera: ogni racconto dipende anche da chi lo racconta e da ciò che, nel tempo, decide di ricordare. Una scelta narrativa che aggiunge al romanzo una sottile ambiguità e invita il lettore a non prendere per definitiva una sola interpretazione.

Finita la storia inizia la storia della storia, che è il processo per cui in un cielo stellato si decidono le costellazioni. (..) Esistono molte versioni di questa vicenda (..) Ovviamente sono tutte diverse.

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Dopo Le perfezioni, dunque, Una splendida rovina non rappresenta una semplice variazione sul tema, ma un ulteriore passo nell’indagine di Latronico sulle aspirazioni contemporanee. Se allora osservava una vita apparentemente perfetta e il vuoto nascosto dietro le immagini, qui osserva il tentativo di costruire materialmente un’esistenza alternativa e tutto ciò che accade quando il sogno incontra la materia.

Una casa in rovina può diventare una casa bellissima. Può diventare una casa abitabile. Può diventare una casa condivisa. Ma può anche rimanere una rovina.

E forse la vera maturità non consiste soltanto nel riuscire a trasformarla, ma nel riconoscere, quando arriva il momento, che cosa siamo disposti a perdere e quale fallimento siamo finalmente capaci di accettare. Perché ogni storia è una storia di case. Ma non tutte le case diventano il luogo che avevamo immaginato.

Qui potete leggere l’incipit.

Vincenzo Latronico, scrittore e traduttore, è nato a Roma e vive a Milano. Nel 2008 ha pubblicato il romanzo d’esordio Ginnastica e Rivoluzione (Bompiani) cui sono seguiti nel 2011 La cospirazione delle colombe (Bompiani), nel 2013 La mentalità dell’alveare (Bompiani), Narciso nelle colonie (Quodlibet), nel 2022 Le perfezioni (Bompiani) e nel 2023 La chiave di Berlino (Einaudi).
Le perfezioni (Bompiani 2022 – Einaudi 2026), vincitore del Premio Mondello, selezionato nella dozzina del Premio Strega e nella shortlist dell’International Booker Prize 2025, tradotto in più di 50 Paesi. Una splendida rovina (Einaudi 2026) è già in corso di traduzione in oltre 30 Paesi.