Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

La fabbrica delle donne

INCIPIT

1.

Venerdì 15 aprile 1921

Elsa non ne può quasi più. È stata una giornata snervante, uguale a tante altre degli ultimi tempi; diversa per l’onta inaspettata che le hanno sbattuto in faccia.
Se ne sta seduta sul legno duro della panca sbilenca, i gomiti appoggiati sulle cosce, le mani dietro la nuca e gli occhi stretti in un dolore che non è soltanto della testa.
Lo spogliatoio ora tace, le ante di alcuni armadietti sono rimaste aperte, abbandonate nella foga di lasciare quel luogo inospitale dopo dieci, dodici, infinite ore di lavoro. Anche la voce stridula dell’ultima operaia è svanita lungo le scale.
Ma Elsa non riesce ancora a recuperare la volontà per alzarsi e andarsene a casa pure lei. Il peso che le ingombra il cuore le ha sottratto ogni forza. Rimane immobile per un tempo che non saprebbe misurare, poi si massaggia le guance e tira un lungo respiro.
Cerca di rimettersi in piedi, ma una fitta lancinante le attraversa le tempie.

Lavora da sette anni nella fabbrica di tessuti. Quando era arrivata era una ragazzina e quel posto era stata la sua salvezza, ora non costituisce altro che il suo tormento. Le spolette che corrono lungo la trama in qua e in là a formare l’ordito scandiscono il ritmo della giornata, un rumore quasi assordante e sempre identico, che secondo i dettami della modernità dovrebbe dare un senso di efficienza, di dinamismo, di futuro. Invece tutta quella modernità nasconde un’altra verità: se la si guarda da vicino le si vedono le crepe; una realtà fatta di ingiustizie, di bimbe che portano ceste pesanti, di giovani con la schiena spezzata, di troppe ore in piedi con lo sguardo sempre fisso su una macchina, di riduzione del personale, mentre la piaga della disoccupazione si è estesa fino a lì. E c’era stato un furto di stoffe nel suo reparto, e a essere incolpate erano state alcune di loro, le lavoratrici del doppio telaio. “Bisogna lottare ora più che mai”, si ripete in un sussurro, strizzando gli occhi. Ma le donne oggi si sono tirate indietro, forse si sono spaventate, e adesso lei si sente disarmata, abbandonata da tutte. Dopo quanto è successo, ha capito che nessuna l’ascolta davvero, così rischia di non credere nemmeno più in sé stessa.

Manuela Faccon