Gusci d’uova, di Caitríona Lally, Safarà editore 2026, traduzione di Laura Albertini, illustratore Raven Jiang, pp. 304
Una ragazza cammina per le strade di Dublino alla ricerca di un portale che possa riportarla nel mondo al quale sente di appartenere. Non è una passeggiata turistica e nemmeno l’inizio di una fiaba tradizionale. A guidarci è Vivian Lawlor, una giovane donna eccentrica, solitaria, disoccupata e decisamente poco interessata a comportarsi come gli altri si aspettano da lei.
È lei la protagonista di Gusci d’uova, esordio della scrittrice irlandese Caitríona Lally, un romanzo sorprendente per originalità, umorismo e capacità di guardare la realtà da un’angolazione completamente diversa. Un libro che mi ha incuriosita proprio perché non assomiglia facilmente a qualcos’altro e che trovo particolarmente interessante anche per dare spazio a una nuova voce della narrativa irlandese.
Vivian vive a Dublino Nord, nella casa che ha ereditato dalla prozia Maud. I genitori sono morti, la sorella, che porta incredibilmente il suo stesso nome, ha una famiglia e una vita alla quale Vivian non sembra appartenere. Lei, invece, trascorre le giornate seguendo una logica tutta sua: mangia cibi blu, festeggia il Natale ad aprile, raccoglie parole, compila liste, osserva le persone, inventa strategie per evitare conversazioni troppo lunghe e cerca un lavoro digitando persino la parola “changeling” nei motori di ricerca.
Perché Vivian è convinta di essere una changeling, una creatura del Piccolo Popolo lasciata nel mondo umano al posto della legittima figlia dei suoi genitori. Il suo obiettivo è quindi apparentemente semplice: trovare il portale che le permetterà di tornare finalmente a casa. La domanda, naturalmente, è: casa dove? Ed è qui che il romanzo comincia a diventare molto più interessante di una semplice storia fantastica.
La Dublino di Caitríona Lally è reale, riconoscibile, quotidiana. Ma attraverso gli occhi di Vivian cambia completamente aspetto. Le strade, i nomi, le insegne, gli edifici, le porte, gli archi e perfino i luoghi più banali possono trasformarsi in possibili indizi di un’altra realtà. Vivian costruisce così una propria geografia della città, alla ricerca di quelli che nella tradizione vengono considerati luoghi di passaggio, punti nei quali il confine tra il nostro mondo e quello delle fate può diventare più sottile. Le sue peregrinazioni producono una sorta di mappa alternativa di Dublino, una città che conosciamo e che tuttavia, seguendo Vivian, impariamo a guardare di nuovo.
È uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente: Lally non porta il fantastico fuori dalla realtà, ma fa entrare il fantastico nella realtà quotidiana. Basta cambiare punto di vista e una strada può diventare un indizio, una porta un possibile passaggio, un nome una traccia da decifrare.
La scrittrice stessa ha raccontato di aver costruito Vivian anche osservando e percorrendo Dublino durante un periodo della sua vita nel quale si sentiva estranea alla città. Ha trasformato quella sensazione di non appartenenza, esasperandola, nella sua protagonista.
Vivian è il cuore assoluto del romanzo. È eccentrica, sì, ma definirla semplicemente così sarebbe troppo facile. La sua stranezza nasce da un modo di pensare rigoroso e personalissimo, che segue regole che per lei sono perfettamente logiche anche quando agli altri appaiono incomprensibili.
Le parole, soprattutto, sono per Vivian qualcosa di molto più importante di un semplice strumento di comunicazione. Le osserva, le pesa, le mette in relazione, ne studia la forma e il suono. Da qui nasce, per esempio, la sua domanda su Penelope: perché il nome non dovrebbe fare rima con “antelope”? Una domanda apparentemente assurda che diventa perfettamente sensata se guardiamo il mondo attraverso la sua logica.
Il linguaggio diventa così uno dei veri protagonisti del libro. Lally costruisce una voce narrativa fatta di associazioni, liste, giochi linguistici, osservazioni spiazzanti e ragionamenti che possono far sorridere per la loro bizzarria e, subito dopo, lasciare intravedere qualcosa di molto più malinconico. Per rendere tutto questo in traduzione credo che sia stato fatto un grandissimo lavoro; se riuscirò, vorrei leggerlo in versione originale perché credo ne valga davvero la pena.
Le recensioni irlandesi hanno sottolineato proprio questo rapporto tra Vivian e le parole: il linguaggio sembra diventare per lei una sorta di codice attraverso il quale cercare di decifrare un mondo nel quale non riesce a sentirsi a casa. E allora viene naturale chiedersi se Vivian sia davvero una creatura appartenente a un altro mondo oppure se il mondo nel quale viviamo sia semplicemente costruito secondo regole nelle quali lei non riesce, o non vuole, riconoscersi. Lally non ci offre una risposta rassicurante. E fa bene.
Gusci d’uova è un libro divertente, ma il suo umorismo non è mai soltanto ornamentale. Si ride delle situazioni assurde nelle quali Vivian si caccia, delle sue osservazioni, delle sue strategie sociali, dei suoi tentativi di comunicare con gli altri. Ma più si procede nella lettura, più diventa evidente che dietro quella bizzarria c’è una solitudine profonda.
Vivian non riesce a stabilire facilmente relazioni con gli altri. Osserva le persone e cerca di comprenderne le regole, ma spesso le sue strategie falliscono. I vicini la guardano con perplessità, la sorella non riesce a comprenderla, il mondo del lavoro le è estraneo. Lei stessa sembra più a suo agio con le parole, gli oggetti e le liste che con gli esseri umani. È qui che il romanzo acquista una dimensione sorprendentemente tenera.
Dietro la ricerca del portale c’è forse la ricerca di un’appartenenza. Dietro la convinzione di essere una changeling c’è forse la sensazione, molto umana, di essere arrivati per errore nel posto sbagliato.
Il Guardian, nella sua recensione, ha sottolineato proprio questa capacità del romanzo di essere nello stesso tempo inventivo, divertente e commovente, mentre una bella lettura critica pubblicata dall’Irish Times interpreta il titolo come una metafora della stessa Vivian: liscia e fragile, apparentemente solida ma sempre esposta al rischio di incrinarsi. E forse è proprio questo il senso più profondo del titolo: il guscio protegge, ma basta poco per romperlo.
Una delle cose che mi hanno colpita di Gusci d’uova è il modo in cui Lally riesce a mettere in discussione, senza fare prediche, la nostra idea di normalità. Chi decide che cosa sia normale? Chi stabilisce quali comportamenti siano accettabili e quali invece debbano essere considerati eccentrici, strani, incomprensibili?
Vivian guarda il mondo con occhi diversi e, proprio per questo, finisce per mostrare anche le nostre stranezze. Le convenzioni sociali che tutti seguiamo senza pensarci troppo, osservate da lei, diventano improvvisamente assurde. Le conversazioni, le relazioni, il lavoro, il modo di comportarsi in pubblico: tutto può essere guardato come se appartenesse a una cultura straniera di cui Vivian non conosce bene le regole.
È un procedimento che mi piace molto perché non trasforma la diversità in una lezione edificante. Lally non chiede al lettore di compatire Vivian. Ci invita piuttosto a seguirla, ad ascoltarla e, per qualche ora, a provare a vedere il mondo dalla sua prospettiva. E il risultato è insieme comico e malinconico.
Il riferimento al folklore irlandese non è una semplice decorazione fantastica. La figura del changeling appartiene alla tradizione delle fate e del Piccolo Popolo e Lally la trasferisce nella Dublino contemporanea, trasformandola in una chiave narrativa per parlare di estraneità, identità e appartenenza.
Anche i numerosi riferimenti letterari hanno un ruolo importante. Vivian costruisce la propria visione del mondo attraverso libri, parole e associazioni. La sua ricerca del portale può persino ricordare quella di Dorothy verso Oz: quando incontra luoghi dai nomi evocativi, Vivian non può fare a meno di chiedersi se non siano finalmente le tracce che conducono verso il suo vero mondo.
Il fantastico, dunque, non arriva con effetti speciali. Si insinua lentamente nella quotidianità, fino a rendere incerto il confine tra ciò che Vivian immagina e ciò che potrebbe davvero esistere.
Caitríona Lally ha studiato letteratura inglese al Trinity College di Dublino e ha lavorato in diversi ambiti prima di arrivare alla pubblicazione. Gusci d’uova è nato anche grazie alla Novel Fair dell’Irish Writers’ Centre del 2014, dove il manoscritto fu selezionato tra i dodici finalisti e da quella esperienza arrivarono agente e contratto editoriale.
Il romanzo è stato poi candidato al Newcomer Award degli Irish Book Awards e al Kate O’Brien Award e, nel 2018, ha ricevuto il Rooney Prize for Irish Literature, riconoscimento destinato agli scrittori irlandesi emergenti. La giuria lo ha definito un’opera dall’ampia immaginazione, arguta, sottile e imprevedibile.
Mi fa piacere soffermarmi su questo esordio proprio perché penso che una voce come quella di Lally meriti di essere scoperta. Non perché Gusci d’uova sia un romanzo perfetto o destinato necessariamente a piacere a tutti. Al contrario: la sua struttura fortemente incentrata sul personaggio, la trama volutamente esile e la voce molto particolare possono richiedere una certa disponibilità da parte del lettore. Alcune recensioni hanno infatti segnalato proprio questa caratteristica come possibile limite. Ma forse è anche il motivo per cui vale la pena leggerlo.
Lally ha avuto il coraggio, fin dal primo romanzo, di non cercare la strada più facile. Ha creato una protagonista strana, una voce riconoscibile e una città capace di trasformarsi sotto i nostri occhi.
E alla fine resta una domanda, forse più importante di quella sul portale che Vivian sta cercando: e se il problema non fosse trovare la porta per un altro mondo, ma riuscire a sentirsi finalmente a casa in questo?
Consiglierei Gusci d’uova soprattutto a chi ama i romanzi eccentrici e difficili da incasellare, le protagoniste fuori dagli schemi, l’umorismo surreale e intelligente, i giochi linguistici e le storie nelle quali la realtà viene continuamente filtrata attraverso uno sguardo personale e straniante.
Può conquistare particolarmente chi ama la narrativa irlandese e le città raccontate attraverso percorsi insoliti, ma anche chi cerca libri capaci di far sorridere mentre raccontano, con discrezione, la solitudine, la diversità e il bisogno universale di trovare il proprio posto nel mondo.
E magari, dopo aver accompagnato Vivian per le strade di Dublino, guarderemo anche le nostre città con qualche sospetto in più. Una porta socchiusa, un nome curioso, un arco, una strada che non avevamo mai notato: chissà che il portale non sia proprio lì.

