Il mare d’inverno ha poco della cartolina e molto della ruvida verità. Il vento, i moli, gli stabilimenti chiusi, i locali che hanno conosciuto tempi migliori: sul litorale di Ostia Roberto Cimpanelli costruisce un mondo in cui le vite sembrano sospese, eppure continuano ostinatamente a cercare una via d’uscita.
È questo il territorio di Mare mosso, romanzo pubblicato da Marsilio nel settembre 2026 e diventato anche un film diretto dallo stesso autore. Una storia che attraversa il noir, il dramma esistenziale e la storia d’amore, mettendo al centro due persone ferite, Daniela e Massimo, che sembrano avere poche possibilità di salvezza e forse proprio per questo finiscono per riconoscersi.
Roberto Cimpanelli, dal cinema alla narrativa e ritorno
Roberto Cimpanelli conosce bene il cinema: romano, regista, produttore e distributore, ha diretto Un inverno freddo freddo, con Cecilia Dazzi e Valerio Mastandrea, ottenendo il Nastro d’Argento come miglior regista esordiente e una candidatura ai David di Donatello, e Baciami piccina, con Neri Marcorè e Vincenzo Salemme. Per anni ha inoltre lavorato nella distribuzione cinematografica con Life International, portando in Italia film come Sesso, bugie e videotape, A spasso con Daisy, Dirty Dancing e Pomodori verdi fritti.
La scrittura è arrivata più tardi. Nel 2021 ha esordito come romanziere con La pazienza del diavolo, seguito nel 2022 da Come si uccide una coccinella. Mare mosso rappresenta dunque un ritorno alla narrativa, ma anche un curioso percorso inverso: questa volta è il romanzo a diventare materia cinematografica.
Cimpanelli ha raccontato di aver scritto prima il romanzo e poi la sceneggiatura. Una scelta che si avverte anche nella struttura della storia: il libro dedica maggiore spazio al passato dei personaggi, mentre il film deve necessariamente concentrare e semplificare.

Daniela e Massimo, due vite ai margini
Daniela lavora come barista al Pachanga, un locale malfamato controllato dalla famiglia Selci. È una donna segnata dalla tossicodipendenza, da un passato tormentato e da una vita vissuta ai margini. Massimo, detto Mani d’Oro, suona il pianoforte nello stesso locale. Dietro il talento musicale e la sua apparente discrezione nasconde però colpe e segreti che appartengono a un passato tutt’altro che concluso.
L’incontro fra i due non nasce dunque sotto i migliori auspici. Daniela assiste a qualcosa che non avrebbe dovuto vedere e diventa una possibile vittima. Massimo è l’unica persona dalla quale può aspettarsi aiuto. Attorno a loro si stringe una rete di violenza, piccoli traffici, paura e criminalità, mentre il commissario Pietro Angeletti indaga sugli affari che ruotano intorno al Pachanga e alla famiglia Selci.
Il noir è quindi la cornice, ma il vero interesse della storia sembra stare altrove: nel passato che non passa e nella possibilità, per due persone apparentemente perdute, di provare a ricominciare. È un tema che avvicina Mare mosso, pur nelle evidenti differenze di genere, a una certa narrativa italiana contemporanea interessata alle esistenze fragili, alle periferie geografiche ed emotive e ai personaggi che vivono lontano dalle traiettorie rassicuranti della vita borghese.
Penso soprattutto a Chiara Valerio, per il rapporto molto forte fra luogo e personaggi e per la capacità di trasformare un territorio in una presenza narrativa, e a Daniele Mencarelli, per l’attenzione agli individui marginali, alle ferite personali, alla possibilità di riscatto e a un’umanità osservata senza troppa distanza.
Le somiglianze, naturalmente, si fermano qui: Valerio lavora spesso sul mistero, sulla memoria e sull’identità attraverso una scrittura più letteraria e introspettiva; Mencarelli porta invece il disagio individuale dentro una dimensione sociale e spirituale. Cimpanelli sceglie il noir e una narrazione più cinematografica. Ma la geografia laziale e soprattutto l’interesse per vite che sembrano essersi smarrite lungo il percorso creano una curiosa zona di contatto.
Dal romanzo al film

Il film Mare mosso, presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2026, è scritto e diretto dallo stesso Cimpanelli. Dura circa un’ora e quaranta minuti e ha come protagonisti Beatrice Fiorentini nel ruolo di Daniela ed Eduardo Scarpetta in quello di Massimo. Nel cast figurano inoltre Antonio Bannò, Andrea Sartoretti, Rosa Diletta Rossi, Pierluigi Gigante, Eva Cela e Romano Talevi.
La storia rimane sostanzialmente la stessa: Daniela e Massimo si incontrano al Pachanga, sul litorale ostiense, entrambi con un passato pesante sulle spalle. Lei è in fuga da una vita di dipendenze e violenza; lui è un pianista di talento che si è ritrovato a suonare in un locale lontanissimo da ciò che avrebbe potuto diventare. Quando Daniela assiste a qualcosa che la mette in pericolo, i due si trovano costretti a cercare una via di fuga.
Il film accentua la componente noir, ma Cimpanelli non sembra interessato soltanto alla suspense. In un’intervista ha insistito sulla distinzione fra noir e thriller: al centro, secondo la sua idea, non ci sono soltanto violenza e azione, ma soprattutto le persone, le loro esistenze e il modo in cui le circostanze possono condurle in luoghi che non avevano scelto.
E Ostia non è semplicemente lo sfondo. È quasi un terzo protagonista: il litorale invernale, i locali, gli stabilimenti, il mare agitato, una periferia che vive una stagione di declino diventano la geografia perfetta per due personaggi che cercano di sottrarsi al proprio passato.
Libro e film: cosa cambia?
Il passaggio dalla pagina allo schermo sembra seguire una logica precisa. Il romanzo può permettersi di scavare; il cinema deve scegliere. Nel libro il passato dei personaggi ha maggiore spazio, mentre per il film Cimpanelli ha dovuto necessariamente sintetizzare. Lo ha dichiarato lui stesso, spiegando che nella versione cinematografica alcuni elementi e alcuni personaggi sono stati ridotti o sacrificati. Questa differenza è importante perché Mare mosso vive proprio della psicologia dei suoi protagonisti. Più che sapere semplicemente cosa accadrà a Daniela e Massimo, interessa capire come siano arrivati a quel punto della loro vita.
Il film guadagna invece ciò che soltanto il cinema può dare: il volto degli attori, i silenzi, la musica, gli spazi fisici, il mare, la luce invernale di Ostia. La fotografia di Maurizio Calvesi e il montaggio di Esmeralda Calabria contribuiscono a costruire un’atmosfera cupa e sospesa, mentre la colonna sonora è firmata da Claudio Cimpanelli.
Anche la coppia Fiorentini-Scarpetta sembra funzionare soprattutto nei momenti più intimi, quando il noir lascia spazio alla relazione fra due persone che, pur con modalità diverse, hanno imparato a non fidarsi del mondo. Alcune recensioni hanno sottolineato proprio la forza dei due interpreti e la capacità dell’ambientazione ostiense di dare al film una precisa identità.

Un noir, ma soprattutto una storia di solitudini
È qui che il confronto fra libro e film diventa più interessante. Mare mosso non sembra voler raccontare soltanto una storia criminale. Il crimine è il meccanismo che mette in movimento la vicenda, ma sotto c’è una domanda più semplice e più difficile: quanto può essere forte il desiderio di ricominciare quando il passato continua a presentare il conto? Daniela e Massimo non sono eroi e non cercano una redenzione facile. Sono persone compromesse, imperfette, ferite. Il loro incontro non cancella ciò che è stato, ma apre almeno la possibilità di guardare altrove. Cimpanelli ha definito quello fra i due «un amore impossibile», un amore che nasce addirittura «tra le rovine». È forse questa l’immagine che meglio riassume l’intera operazione: il mare mosso non è soltanto quello di Ostia, ma quello interiore dei protagonisti.
Le prime reazioni al film sono piuttosto interessanti proprio perché non sono unanimemente entusiaste. Cinematografo ha apprezzato il ritorno di Cimpanelli al noir e la capacità di far dialogare ambientazione, personaggi e tensione narrativa, pur rilevando alcune debolezze. Altre recensioni hanno invece segnalato una certa discontinuità nella seconda parte e un accumulo di colpi di scena che rischia di appesantire la trama; anche la caratterizzazione di alcuni personaggi è stata giudicata talvolta stereotipata.
Ed è proprio qui che, nel confronto, il romanzo potrebbe avere un vantaggio: la pagina consente a Cimpanelli di soffermarsi maggiormente sulle esistenze di Daniela e Massimo, sulle loro ferite e sul passato che li ha condotti fino al Pachanga. Il film deve invece comprimere quella materia e affidarsi alla forza delle immagini e degli interpreti. La trasposizione, però, non sembra un semplice adattamento illustrativo. Cimpanelli porta al cinema lo stesso universo narrativo e lo rilegge attraverso gli strumenti che conosce meglio. Ne nasce un film che conserva il cuore noir del romanzo ma accentua la dimensione visiva e atmosferica.
Libro e film, dunque, non sembrano contendersi il titolo di “migliore”: raccontano la stessa storia attraverso due linguaggi diversi. E forse il vero interesse di Mare mosso sta proprio nel poter osservare cosa succede quando uno scrittore che viene dal cinema torna dietro la macchina da presa dopo aver trasformato prima la propria storia in un romanzo. Una storia nata al cinema, passata attraverso la pagina e tornata infine sullo schermo. Con Ostia, il suo mare d’inverno e due anime alla deriva a fare da filo conduttore.


