La malinconia del viaggiatore, di Jan Brokken, Iperborea 2026, traduzione di Claudia Cozzi, pp. 416

Per uno scrittore, uno degli impegni più faticosi è arrivare rapidamente all’essenziale. (..) Essere sinceri, senza trucchi, dio quant’è difficile. Può sembrare strano, ma scrivendo ci si può smarrire.

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Alcuni autori, una volta scoperti, diventano appuntamenti fissi. Per me Jan Brokken è uno di questi. Aspettavo questo libro con la curiosità che si riserva agli autori di cui si è imparato a fidarsi. Jan Brokken, per me, è uno di quei rari scrittori che non hanno mai deluso le aspettative. Ogni suo libro è stato un viaggio diverso e, allo stesso tempo, il naturale proseguimento del precedente.

Negli anni ho letto e recensito diversi suoi libri e ogni volta ho avuto la sensazione di ritrovare una voce familiare. Anime baltiche rimane probabilmente quello che ho amato di più, insieme a Bagliori a San Pietroburgo: due libri che mi hanno fatto viaggiare attraverso la storia, la musica, la letteratura e le vite di uomini e donne straordinari, con quella naturalezza che solo i grandi narratori possiedono.

La malinconia del viaggiatore conferma ancora una volta questa capacità. Più che un libro di viaggio, è un viaggio nella memoria culturale dell’Europa, costruito attraverso luoghi, artisti, musicisti e scrittori che continuano a dialogare con il presente. Il cuore del libro è una domanda implicita: come sopravvive la memoria degli artisti e dei luoghi che hanno plasmato la nostra cultura?

C’è una caratteristica dei libri di Brokken che apprezzo particolarmente. Sono compagni di viaggio nel senso più autentico del termine. Li puoi infilare nello zaino o tenere sul comodino, leggere un capitolo durante un treno o una sera tranquilla, metterli da parte per qualche giorno per dedicarti ad altro e poi riprenderli senza che abbiano perso nulla della loro forza. Anzi, spesso è proprio la distanza di qualche giorno a rendere ancora più piacevole il ritorno alle loro pagine. Sono libri che sanno aspettare il lettore.

Ogni capitolo è quasi un racconto autonomo, anche se i rimandi e i collegamenti sono ponti che uniscono queste terre della memoria; tutti insieme compongono un mosaico che invita a rallentare. Non c’è fretta, non c’è bisogno di arrivare in fondo. C’è invece il piacere di sostare, di seguire una digressione, di annotarsi il nome di un compositore, di uno scrittore, di un quadro o di una città da visitare.

Quello che mi colpisce sempre di Brokken è l’immensità della sua cultura. Una cultura letteraria, musicale e storica che potrebbe facilmente trasformarsi in sfoggio di erudizione. Invece accade il contrario. Tutto appare naturale, mai esibito. Le conoscenze sono al servizio del racconto e il racconto, a sua volta, diventa un invito alla curiosità. Si finisce così per chiudere il libro con il desiderio di ascoltare un brano, cercare un dipinto, rileggere un poeta o programmare un viaggio.

È questo, credo, il dono più prezioso dei suoi libri: non raccontano soltanto luoghi, ma insegnano un modo di guardarli. E ricordano che ogni viaggio, prima ancora che geografico, è un viaggio dentro la cultura che quei luoghi hanno saputo generare e custodire. Ce lo fa capire subito, tra le citazioni in esergo:

Chi vede può raccontare. E chi racconta consegna alla memoria ciò che ha visto. Abbiamo bisogno del linguaggio per aiutare i nostri occhi.

Sacha Bronwasser, Luister

Per chi ha già amato Jan Brokken, La malinconia del viaggiatore è un ritorno a casa. Per chi ancora non lo conosce, potrebbe essere un ottimo punto di partenza. Anche se, dovessi consigliare un primo incontro, continuerei a mettere in cima alla lista Anime baltiche.

Qualche parola in più sul libro

La malinconia del viaggiatore raccoglie una serie di racconti di viaggio nei quali Jan Brokken attraversa città, musei, stazioni ferroviarie e paesaggi seguendo le tracce di artisti, musicisti e scrittori che hanno lasciato un segno nella storia della cultura europea. Tra le pagine incontriamo, fra gli altri, Antonín Dvořák, Antonio Machado, Ismail Kadare, Henri Matisse, Leo Vroman e Claudio Monteverdi. Ma i protagonisti non sono soltanto loro: lo sono anche i luoghi che li hanno ispirati e che, grazie allo sguardo di Brokken, acquistano una nuova profondità.
Sono anche dei viaggi nel tempo, fatti anni addietro, o più recentemente, in vari momenti di vita dell’autore.

Tra gli episodi più piacevoli c’è anche il ricordo del viaggio che Brokken e la moglie Marie-Suzanne compirono in Boemia nell’estate del 1976. Avevano ventisette anni, una Mini 1275 GT rosso fiammante, una tenda, un materasso matrimoniale gonfiabile e due sacchi a pelo. «Il modo più economico di viaggiare, e anche il più intimo», scrive Brokken con la consueta ironia.

Quel viaggio, nato dal desiderio di avventura, prende però presto una piega diversa quando i due incontrano Alena e Jan, una giovane coppia che vive nella Cecoslovacchia comunista e coltiva un sogno tanto semplice quanto rischioso: riuscire un giorno a fuggire oltre la Cortina di ferro. Ancora una volta Brokken parte da un’esperienza personale, ma finisce per raccontare un frammento della grande storia europea.

Tra gli episodi che mi hanno maggiormente affascinato c’è il viaggio a Vence, nel sud della Francia, dove Brokken visita la Cappella del Rosario, il capolavoro che Henri Matisse progettò per la domenicana suor Jacques-Marie. Prima di prendere i voti, Monique Bourgeois era stata la sua infermiera, rispondendo all’annuncio con cui un Matisse ormai settantunenne e malato cercava una giovane assistente per le ore notturne. Fu anche una delle sue modelle, posando per lui per interminabili sedute.

Tra i due nacque un legame profondissimo, fatto di affetto, gratitudine e di una reciproca ammirazione, un sentimento che molti hanno letto come un amore impossibile, destinato a trovare un’altra forma. Quando Monique decise di seguire la propria vocazione religiosa, Matisse ne rimase profondamente colpito. Anni dopo fu proprio lei a coinvolgerlo nella realizzazione della cappella di Vence, alla quale il pittore dedicò tutte le sue energie, considerandola il compimento della propria ricerca artistica.

C’è poi un episodio italiano che mi ha fatto sorridere. Siamo a Rovereto, nel 2019, pochi mesi prima che la pandemia cambiasse le nostre vite. Brokken è ospite della libreria Arcadia di Giorgio Gizzi, che ha lasciato Roma per trasferirsi in Trentino. La giornata è torrida, il termometro sfiora i 37 gradi, ma la presentazione richiama comunque un pubblico numeroso.

Al termine dell’incontro accade l’imprevedibile: una signora si alza e, con assoluta naturalezza, gli chiede di sposarla. Potrebbe sembrare soltanto un siparietto divertente, invece Brokken scoprirà il giorno seguente che quella stessa donna lo condurrà alla scoperta di Fortunato Depero e della Rovereto futurista, trasformando ancora una volta un incontro casuale in un’occasione di conoscenza.

È forse questo uno degli aspetti che più amo della scrittura di Brokken: la disponibilità a lasciarsi sorprendere, la sua curiosità insaziabile. Nei suoi libri gli incontri non sono mai semplici coincidenze, ma porte che si aprono su altre storie, altri luoghi, altri personaggi. Ed è proprio seguendo questi sentieri inattesi che il viaggio diventa qualcosa di molto più profondo di uno spostamento nello spazio.

È ciò che accade, per esempio, a Parigi, quando Brokken si sofferma davanti a un dipinto di Gustave Caillebotte che ritrae un uomo affacciato a un ponte di ferro, intento a osservare il pennacchio di fumo di una locomotiva a vapore. Quella figura gli fa subito pensare ad Antonín Dvořák, «per il quale non c’era piacere più grande di vedere una nuvola di vapore e sentirne il sibilo sotto la tettoia di una stazione».

Da un semplice dettaglio nasce così un nuovo viaggio. Brokken ci prende per mano e ci accompagna nella vita del grande compositore ceco, raccontandone passioni, carattere e vicende umane. E, come spesso accade nelle sue pagine, una storia ne richiama subito un’altra: ecco allora comparire Franz Kafka, che di quelle stesse macchine “moderne” diffidava e che guardava al progresso con sentimenti ben diversi. È il gioco delle connessioni, una delle qualità più affascinanti della scrittura di Brokken.

Come sempre accade nei suoi libri, il viaggio non è mai semplice descrizione geografica. Ogni tappa diventa l’occasione per raccontare una vicenda storica, riscoprire una biografia dimenticata, riflettere sul rapporto tra arte e memoria o mettere in dialogo epoche e culture diverse. È una scrittura che passa con naturalezza dal reportage al saggio, dalla narrazione autobiografica alla divulgazione, senza mai perdere il piacere del racconto.

Chi si avvicina per la prima volta a Brokken deve sapere che i suoi libri richiedono curiosità e disponibilità a lasciarsi condurre da continue deviazioni, proprio come accade nei viaggi più riusciti. In cambio regalano una straordinaria ricchezza di incontri, storie e suggestioni.

Credo che La malinconia del viaggiatore piacerà soprattutto a chi ama la letteratura di viaggio intesa come esplorazione culturale, a chi prova il piacere di scoprire un compositore sconosciuto, un pittore dimenticato o uno scrittore da leggere appena terminato un capitolo. Perché è questo l’effetto che i libri di Brokken continuano ad avere: non esauriscono la curiosità del lettore, la alimentano.

Qui potete leggere l’incipit.

Scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dall’ordinario e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, Jan Brokken è autore di numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin. Oltre al bestseller Anime baltiche, Iperborea ha pubblicato: Nella casa del pianistaJungle RudyIl giardino dei cosacchiBagliori a San PietroburgoI GiustiL’anima delle cittàLa suite di Giava e La scoperta dell’Olanda, finalista al premio Strega europeo 2025.