Basta una pioggia sottile e insistente perché il paesaggio cambi aspetto: l’aria si fa umida, le cose si inzuppano lentamente, gli angoli meno esposti alla luce trattengono acqua e tempo. È proprio qui che si incontrano acquerugiola e funghire, due parole rare ma sorprendentemente vicine. La prima nomina quella pioggia minuta che cade dal cielo quasi senza rumore; la seconda racconta ciò che l’umidità, quando trova il tempo di fermarsi, può fare alle cose: coprirle di muffa, lasciarle deteriorare, fino a diventare anche una metafora dell’inattività e dell’abbandono. Una parola descrive dunque l’inizio, l’altra una possibile conseguenza. Tra le due passa un filo d’acqua, ma anche il tempo.
Acquerugiola, /ac·que·rù·gio·la/: s. f. [der. di acqua]. – Pioggerella, pioggia minuta, lenta e continua, quella pioggerella sottile che sembra quasi sospesa nell’aria e che, senza fare rumore, finisce per bagnare tutto. È una parola antica, attestata almeno dal Seicento, e nel tempo ha avuto diverse varianti e parole vicine, come acquerella, acquetta e pioviggine.
Non è la pioggia violenta che arriva all’improvviso e trasforma una strada in un torrente. L’acquerugiola procede al contrario con discrezione: è fine, lenta, insistente. È quella pioggia che magari ci fa pensare che non valga la pena aprire l’ombrello e poi, dopo dieci minuti, ci accorgiamo di essere completamente bagnati. Ed è forse proprio questa sua caratteristica ad averle regalato una certa fortuna nella lingua letteraria.
La parola è stata utilizzata da diversi scrittori. Carducci, per esempio, parla di «un’acquerugiola lenta, fredda, ostinata», una definizione che sembra quasi farci sentire la pioggia sulla pelle. La ritroviamo anche in Beppe Fenoglio, nel Partigiano Johnny, dove l’acquerugiola diventa quasi piacevole dopo la fatica di attraversare campi e prati fradici. E ancora in Pirandello, D’Annunzio, Palazzeschi e altri autori, a conferma di quanto questo vocabolo fosse un tempo più presente nella lingua letteraria di quanto non sia oggi. Il Grande dizionario della lingua italiana raccoglie numerose attestazioni, dall’Ottocento fino al Novecento. L’ho trovata anche nel romanzo di Marco Amerighi che ho da poco letto, Quanto splende questo nero.
Funghire, /fun·ghì·re/: v. intr. Lett.: Coprirsi di muffa (da funga, parola toscana per muffa); fig.: Invecchiare o riferito a cose che si guastano perché non vengono usate.
Qui la storia si fa ancora più interessante. Funghire è un verbo di area toscana, attestato nell’Ottocento e derivato da funga, parola antica usata per indicare la muffa, con l’aggiunta del suffisso verbale -ire. E attenzione a non confonderlo con fungere, il verbo che significa “svolgere una funzione”: funghire ha tutt’altra storia e tutt’altro significato.
Nel suo significato proprio, funghire vuol dire coprirsi di muffa, ammuffire. Ma la parola può essere usata anche in senso figurato. Una cosa che rimane per molto tempo inutilizzata può “funghire”; un oggetto abbandonato in un angolo può lasciarsi andare all’umidità e alla muffa. E persino una persona può funghire: può rimanere ferma in un luogo, invecchiare nell’inerzia, consumare il tempo senza riuscire a muoversi da una situazione.
È proprio questa estensione figurata a rendere il verbo particolarmente interessante. Giovanni Pascoli lo usa nei Nuovi poemetti, nella forma del participio passato:
«Là sui monti funghito era l’altare.»
L’altare, abbandonato, si è ricoperto di muffa: in una sola parola Pascoli riesce così a suggerire il trascorrere del tempo, l’abbandono e la trasformazione della natura.
Anche Luigi Pirandello utilizza funghire in senso figurato nella novella Notte. Il protagonista, costretto a rimanere in un ambiente che sente estraneo, pensa alla propria condizione con queste parole: «funghire lì, stare lì ad aspettare». Qui non c’è più soltanto la muffa sulle cose: è l’uomo stesso che rischia di immobilizzarsi, di consumare la propria vita nell’attesa. È un uso bellissimo e inquietante insieme: funghire diventa quasi il verbo dell’immobilità.
Non è un caso che anche questa parola l’abbia incontrata nel bellissimo romanzo di Amerighi.
Acquerugiola e funghire hanno dunque qualcosa in comune: entrambe appartengono a un vocabolario molto legato all’osservazione della natura e delle sue piccole trasformazioni. Ma se la prima arriva con la pioggia, il secondo racconta ciò che può succedere quando l’umidità, il tempo e l’abbandono fanno il loro lavoro.
Sono parole che oggi non godono di grande fortuna, si rischia che restino ancorate ad un uso regionale (in Toscana mi capita di sentirle) o che vengano messe da parte e, proprio come quelle cose che, lasciate troppo a lungo in un angolo, finiscano per funghire. Quindi un grazie di cuore allo scrittore Marco Amerighi che le ha utilizzate entrambe!
E voi le avete mai usate? Avete mai detto acquerugiola invece di pioggerella o funghire invece di ammuffire? Oppure sono due parole che avete appena ritrovato?


Giusto stamattina, quando sono uscito in strada c’era l’acquerugiola
Invece riguardo l’altra parola, non l’ho mai né sentita né letta
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Conoscevo ‘acquerugiola’, parola dal suono delizioso, che però io non uso mai, mentre ‘funghire’ mi era del tutto nuova. Grazie!
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P.S. Ho appena usato ‘acquerugiola’ nel lipogramma da Luisa Zambrotta! Qui: https://wordsmusicandstories.wordpress.com/2026/09/09/lipogramma-in-ⓝ-2/
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Uso acquerugiola e mi piace il suo suono.
Invece funghire la scopro ora!
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“Acquerugiola” la uso regolarmente, molto spesso, mentre “funghire” devo confessare che proprio non l’avevo mai sentita. Grazie per avermela fatta scoprire!
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Queste non le ho mai sentite. 🙂
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Le lingue sono così, a volte qualche parola sparisce a volte qualche parola entra nel lessico dei parlanti…
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Acquerugiola lo usavo anch’io, ma funghire mi è nuovo (pur se ormai sorpassato)
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