Quanto splende questo nero, di Marco Amerighi, Bollati Boringhieri 2026, pp. 352
Per chi ha il tuo talento, la regola è solo una camicia di forza.
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Raccontare una vita senza trasformarla in una biografia, restituire la realtà senza rinunciare al respiro del romanzo: è lungo questa linea sottile che Marco Amerighi costruisce Quanto splende questo nero, facendo dialogare due voci e due esistenze realmente vissute, quelle dell’artista viareggino Lorenzo Viani e di Enrico Dei, suo ammiratore e, a suo modo, compagno di strada.
La narrazione procede avanti e indietro nel tempo, alternando presente e passato e lasciando che siano le voci dei due protagonisti a ricomporre, poco alla volta, il mosaico delle loro vite, delle loro passioni, delle loro inquietudini. Ne emerge il ritratto di due uomini diversissimi eppure legati da una comune tensione verso l’arte, ma anche qualcosa di più ampio: il ritratto di Viareggio, osservata nel suo trasformarsi lungo un intero secolo, tra il mare e la povertà, gli artisti e i pescatori, le ambizioni di una città che cambia e le tracce di ciò che inevitabilmente scompare.
Amerighi si muove con libertà tra fatti, documenti e invenzione narrativa, costruendo una lettura personale ma profondamente aderente alla realtà delle esistenze che racconta. Non è una biografia, dunque, e nemmeno una semplice ricostruzione storica: è un romanzo che prende due vite vere e le restituisce nella loro complessità, nelle contraddizioni, nelle ossessioni e nei desideri. E forse non avrebbe potuto essere altrimenti, perché le vite di Lorenzo Viani ed Enrico Dei possiedono già, prima ancora di essere raccontate, qualcosa di irriducibilmente romanzesco.
Lorenzo Viani, il nero come materia dello sguardo
Autoritratto, che Viani dipinse a Firenze attorno al 1910. La tavolozza con i colori in primo piano, il fiocco degli anarchici al collo, una margherita sul grembiule: un Lorenzo quasi trentenne con un nido di capelli inestricabili.
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Lorenzo Viani entra nel romanzo con tutta la sua irregolarità: artista inquieto, uomo ruvido, insofferente alle convenzioni, capace di guardare il mondo dalla parte degli ultimi e di trasformare quella realtà aspra in materia pittorica e letteraria. Amerighi non cerca di addomesticarlo né di renderlo più facilmente amabile: ne conserva gli spigoli, le contraddizioni, l’ostinazione e quella particolare forma di tormento che sembra accompagnare tanto la sua vita quanto la sua arte.
Il nero racchiudeva tutti i miei tormenti: il marinaio affogato con le dita smangiate dai pesci, il corpo febbricitante di mio padre, i clochard di Parigi, i croque-morts che portavano via Abdul in un sacco. E al tempo stesso era la notte buona che proteggeva le porte e le finestre dal libeccio, che scortava i vagabondi ai loro giacigli in mezzo ai campi, che consolava me, mia madre e Viareggio intera.
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Il nero, per Viani, non è semplicemente un colore: è materia, struttura, forza. L’artista prediligeva una tavolozza ridotta, nella quale teneva in grande considerazione il nero d’avorio, insieme alle terre rosse, gialle e verdi, perché da pochi colori potevano nascere «intonazioni sostenute e concrete». Il nero diventava così il tratto che definisce, delimita, dà corpo alle figure: una sorta di intelaiatura dell’immagine. E il bianco, usato in contrasto, ne accende la potenza. Nella Pietà, per esempio, la figura del Cristo è delineata da continui tratti neri di carboncino, mentre pochi tocchi di biacca sul volto e il bianco del perizoma fanno emergere per contrasto la figura, creando un effetto fortemente plastico. È una scelta che rispecchia una precisa idea dell’arte: per Viani i colori vistosi potevano essere seducenti ma ingannevoli, mentre «il nero colore austero» era la materia del costruttore, «forza sostanza delle cose». Non stupisce allora che proprio il nero domini molte delle sue figure, quelle dei pescatori, dei poveri, delle vedove del mare, dei girovaghi, degli emarginati, un’umanità che l’artista conosce da vicino e che sceglie di rappresentare senza abbellimenti: un nero che non cancella la luce, ma la costringe a emergere. Ed è forse qui che il titolo di Amerighi, Quanto splende questo nero, trova la sua intuizione più felice: nel mondo di Viani, anche il buio può diventare una forma di luce.
Paris si fermò di fronte al quadro (..) Ad averlo stordito non era stato il soggetto, ma tutto quel nero. Un tipo di nero che non aveva mai visto. Non denso e scintillante, ma un nero sfumato con le dita, sporcato con la saliva, un nero che ad aver saputo guardare era la somma di decine di sfumature di nero. 265
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Amerighi fa di questa materia umana il cuore della sua figura, restituendo un Viani profondamente legato a Viareggio, ma anche incapace di appartenere completamente al luogo in cui è nato. La città, del resto, non è semplice sfondo. È una presenza viva, quasi un terzo personaggio che accompagna le due vicende e cambia insieme agli uomini che la abitano. La Viareggio di Viani è ancora quella dei margini, del porto, della fatica e della miseria; quella che incontriamo attraverso il trascorrere delle pagine si trasforma, cresce, diventa una città diversa, senza però cancellare del tutto ciò che è stata.
Enrico Dei, l’uomo che guarda
Il ponte ero io: un materiale in costruzione sospeso tra due continenti, quello da cui venivo e che detestavo, e quello che sognavo guardando l’orizzonte, oscillando tra l’esaltazione e il terrore. Un giovane essere umano di fronte all’ignoto.
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Accanto a Viani, Amerighi colloca Enrico Dei, figura forse meno conosciuta ma essenziale per comprendere la struttura e il senso del romanzo. Se Viani è l’artista che osserva il mondo e lo restituisce attraverso la propria arte, Dei è soprattutto colui che osserva Viani. Ma dietro questa ammirazione c’è molto più del desiderio di riscoprire un artista dimenticato: c’è il riconoscimento di una parte di sé.
Anche Enrico, infatti, è un uomo inquieto, incapace di mettere radici. Ha lasciato Viareggio e la famiglia per cercare altrove la propria strada e il lavoro presso una società di costruzioni lo ha portato per anni in giro per il mondo, facendone una sorta di vagabondo, sempre in movimento e sempre alla ricerca di qualcosa che ancora non sa definire. In questo suo continuo partire c’è una profonda affinità con Viani, che pure aveva lasciato la propria città e aveva fatto dell’irrequietezza una condizione dell’esistenza. Entrambi sembrano avere bisogno della distanza per provare a capire chi sono, entrambi vivono quella contraddizione fra il desiderio di essere se stessi e quello, altrettanto umano, di trovare un posto nel mondo.
È forse per questo che Enrico, nelle opere di Viani, vede qualcosa che agli altri sfugge. Non gli interessa soltanto restituire dignità a un artista sul quale sono state appiccicate le etichette di ubriacone, fascista, rissaiolo, eversivo, “il pittore delle bestie”; vuole capire ciò che Viani cercava dietro la realtà visibile, quella verità che non tutti sono capaci di vedere. E più approfondisce la sua opera, più comprende che quella ricerca riguarda anche lui. Viani diventa così una sorta di specchio, un uomo nel quale riconoscere la propria estraneità, il proprio bisogno di fuga, la propria difficoltà a conciliare l’individualità con il desiderio di appartenenza.
La sua ricerca delle opere di Viani diventa allora una ricerca personale: Enrico non vuole soltanto conoscere ciò che l’artista ha dipinto, vuole vedere quello che vedeva lui. L’ammirazione si trasforma lentamente in identificazione e poi in ossessione. Viani diventa molto più di un artista da riscoprire: diventa una guida, quasi un fratello d’anima, l’uomo attraverso il quale Enrico cerca di dare un senso alla propria inquietudine.
Tra i due nasce così un continuo gioco di riflessi. Viani guarda gli ultimi e gli esclusi e li trasforma in arte; Enrico guarda Viani e tenta di decifrare, attraverso di lui, la propria vita. E mentre cerca di sottrarre l’artista all’oblio, finisce quasi senza accorgersene per affidargli la propria esistenza. Due uomini che hanno lasciato Viareggio per cercare se stessi finiscono per ritrovarsi proprio lì, legati da quella città che entrambi avevano cercato di lasciarsi alle spalle e che invece, in modi diversi, non ha mai smesso di appartenergli, uno attraverso la pittura, l’altro attraverso la memoria dell’artista. Enrico dedica la propria vita a riportare alla luce Viani e, mentre cerca di sottrarlo all’oblio, finisce quasi senza accorgersene per affidargli la propria.
I quadri hanno le gambe. (..) Camminano nel tempo. Quel tempo che prima li ha imprigionati e fatti crescere di valore, e che poi troncherà il respiro al loro carceriere e li rimetterà in libertà.
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La sua voce introduce nel racconto una prospettiva diversa e permette all’autore di sottrarsi alla tentazione di consegnarci un ritratto unico e definitivo dell’artista. Viani viene raccontato anche attraverso gli occhi di chi lo ha seguito, studiato, ammirato e cercato di comprendere.
Due uomini, un secolo
Il movimento tra passato e presente permette inoltre ad Amerighi di dilatare la vicenda individuale fino a trasformarla in un affresco storico e umano. Attraverso Viani e Dei passa un pezzo importante del Novecento, con le sue trasformazioni sociali, culturali e politiche, ma soprattutto passa una città: Viareggio.
È forse qui che Quanto splende questo nero trova la sua dimensione più ampia. Le biografie dei due protagonisti non vengono raccontate come esistenze isolate, ma come parte di un paesaggio umano in continua trasformazione. La città che Viani conosce e rappresenta non è la stessa che conoscerà Dei, e quella che arriva fino al lettore porta con sé le tracce di tutte le epoche attraversate.
Amerighi riesce così a tenere insieme la storia privata e quella collettiva senza che l’una soffochi l’altra, senza essere troppo intimista né didascalico. Il romanzo rimane ancorato alle vite di due uomini, ma intorno a loro Viareggio respira, cambia volto, perde qualcosa e conquista qualcos’altro. E proprio per questo la città finisce per essere, insieme ai due protagonisti, una delle vere protagoniste del libro.
Un romanzo che restituisce vita alla memoria
Alla fine della lettura, ciò che rimane è soprattutto la sensazione di aver incontrato due uomini che meritavano di essere raccontati e che, almeno per quanto mi riguarda, non conoscevo abbastanza. Lorenzo Viani ed Enrico Dei escono dalle pagine con una fisionomia precisa, fatta di inquietudini, contraddizioni, ostinazioni e desideri, ma anche con quella vitalità che appartiene ai personaggi capaci di continuare a interrogarci oltre la fine del libro. La loro storia mi ha permesso di scoprire un artista e un uomo che ignoravo e di guardare con occhi diversi anche una città, Viareggio, che attraverso le loro vicende diventa il teatro di trasformazioni profonde.
Ho apprezzato molto anche la costruzione del romanzo. L’alternarsi delle due voci non è soltanto una scelta narrativa efficace, ma il modo attraverso cui Amerighi riesce a mettere in dialogo due esistenze che si cercano, si riflettono e finiscono per appartenersi. Il continuo movimento fra passato e presente accompagna il lettore attraverso epoche diverse senza appesantire il racconto, mentre la storia individuale dei protagonisti si allarga fino a diventare memoria collettiva. Viareggio cambia, il Novecento scorre, gli uomini passano e ciò che resta sono le tracce che hanno lasciato.
È soprattutto questa capacità di tenere insieme documento e invenzione, storia e romanzo, realtà e immaginazione che ho trovato convincente. Amerighi non si limita a ricostruire due biografie: le fa respirare, restituendo loro il movimento, le contraddizioni e perfino quella quota di mistero che appartiene alle vite vere quando smettono di essere soltanto date e diventano racconto. E lo fa con una scrittura capace di accompagnare il lettore senza mai perdere la complessità dei personaggi.
C’è infine un’altra presenza, più sfuggente ma per me particolarmente significativa, che attraversa il romanzo: il Linchetto, il piccolo folletto dispettoso della tradizione popolare della Lucchesia, della Versilia e della Garfagnana. Sono figlia di questi territori che dal mare della Versilia salgono verso le montagne dell’Appennino, passando per le Apuane, e quel nome appartiene anche alla mia memoria d’infanzia. Ricordo le vecchiette che lo evocavano davanti alle nostre esuberanze di bambini, quel tanto che bastava per rimetterci in riga e lasciarci addosso un brivido di paura. Nel romanzo il Linchetto torna attraverso Lorenzo Viani, che lo richiama più volte, ma in una veste diversa da quella del folletto dispettoso dei racconti infantili: diventa quasi una presenza oscura, una forza che appartiene alla terra e alla memoria popolare, evocata con un senso di fatalismo, come se dietro gli avvenimenti della vita si nascondesse qualcosa di inevitabile. E forse è proprio questo uno degli aspetti che ho sentito più intimamente: la voce antica di una terra che Viani conosceva profondamente e che, attraverso di lui, per un attimo è tornata a parlarmi.
Quanto splende questo nero è dunque, per me, un romanzo di grande interesse e di notevole forza narrativa: un libro che parte da due vite realmente esistite per parlare di identità, inquietudine, appartenenza, memoria, arte. E forse il suo merito più grande sta proprio nell’aver fatto sì che, chiusa l’ultima pagina, Viani e Dei non sembrino più soltanto due figure consegnate al passato, ma due uomini che abbiamo davvero incontrato.
«Non è bello vivere così? Dormire all’aperto senza dovere nulla a nessuno? Senza padroni, se non il mare e le montagne?»
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Ogni volta che me lo chiedeva, mi si appannavano gli occhi. Era la vita che avevo sempre desiderato.
Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

Marco Amerighi vive a Milano, dove lavora come curatore editoriale, traduttore, ghostwriter ed editor. I suoi romanzi sono: Le nostre ore contate (Mondadori, 2018) con cui ha vinto il Premio Bagutta opera prima e Randagi (Bollati Boringhieri, 2021), tradotto in vari paesi, con cui è stato finalista al Premio Strega 2022.


Una recensione davvero articolata e completa su un’opera altrettanto affascinante e profonda con protagonista un personaggio che sentiamo reale grazie alle sue contraddizioni e alle sue imperfezioni e anche a delle tematiche che trovo davvero interessanti.
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Grazie per l’attenzione che mi dedichi. Il libro è davvero notevole, spicca sotto molti punti vista. E si legge d’un fiato, sa coinvolgere e trattenere chi legge sulle pagine. Ho molto apprezzato la scelta di scrivere di un personaggio diciamo scomodo, anche un po’ sabotato sia per la sua arte che per le sue posizioni politiche. Un artista che ha vissuto un’epoca densa di contraddizioni e tumulti, di cambiamenti e guerre, ma che non ha mai perso il contatto con quello che voleva esprimere, anche andando contro tutti.
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