Quel pomeriggio, Wurche, Aminah e Wumpini salirono su un carretto carico di bagagli e galline, e si misero in viaggio verso Salaga. Aminah non si era resa conto che Wurche non era più la donna ricca che aveva conosciuto. La sorprese che non potessero neppure permettersi un asino tutto per loro. Questo la fece riflettere; le dispiaceva per Wurche, e si rallegrava di essere ancora con lei in quell’occasione. Una volta che Wurche e il bambino si fossero risistemati a Kpembe, ammesso che la città esistesse ancora, Aminah le avrebbe chiesto di liberarla.

I cento pozzi di Salaga, di Ayesha Harruna Attah, Marcos y Marcos Editore 2019, traduzione dall’inglese di Monica Pareschi, pagg 300

Salaga pozzi

Photo credits: https://accra.sites.unicnetwork.org/2014/03/26/salaga-slave-heritage-sites-to-be-upgraded-to-attract-tourists-and-preserve-history/

La scrittrice ghanese Ayesha Harruna Attah arriva in Italia grazie all’editore Marcos y Marcos, che permette ai lettori italiani di conoscere una storia emozionante, espressione di una cultura e di una storia africana che, per noi lettori europei, ha il grande pregio di offrire un punto di vista totalmente diverso da ciò a cui siamo abituati. La voce dell’autrice, oltre ad essere apprezzabile nella sua creazione letteraria, è fortemente vera, proprio perché nasce dalla sua storia familiare, che ha nel lontano passato una trisavola venduta come schiava nel mercato di Salaga.

L’ambientazione storica alla base del romanzo – il Ghana dell’età pre-coloniale del XIX secolo – è ricreata con molta attenzione e fondata su una solida conoscenza, dando concretezza sia agli aspetti della vita quotidiana e delle relazioni familiari all’interno delle tribù – le gerarchie e la gestione del potere -, che dal punto di vista socio-economico, raccontando senza reticenze quanto la tratta degli schiavi fosse una pratica consolidata e perpetrata dalle tribù dominanti, divenendo poi il motore economico attraverso il commercio degli schiavi con i “compratori” europei, avidi e senza scrupoli, che avviarono in quegli anni una delle pagine più nere dello sviluppo economico occidentale, basato sulla mano d’opera di sfruttamento degli individui ridotti in schiavitù.

Inoltre, il romanzo fornisce descrizioni accurate sul territorio, sulle pratiche agricole, sull’allevamento, sul cibo: insomma, un quadro a tutto tondo in cui le storie dei personaggi che animano il racconto sono perfettamente inserite e verosimili.

La città di Salaga è il luogo centrale alla vicenda: essa era un polo importante per il traffico di schiavi e i suoi cento pozzi fornivano l’acqua che, oltre a dissetare la popolazione, serviva a lavare gli schiavi per poi mostrarli al mercato. La narrazione in cui veniamo a sapere come le persone venivano razziate dai loro villaggi – che venivano poi incendiati-, a come morivano durante le marce forzate o per mancanza di cibo e acqua, è molto cruda e realistica, senza però mai volgere verso un compiacimento utile al pathos. In questo, l’autrice è molto brava a mantenere sempre un registro narrativo alto, rivolto soprattutto a fare intendere i sentimenti e le ragioni dei singoli che, nel loro insieme, formano le varie comunità e che determinano il clima generale di incertezza proprio di un momento storico di passaggio e le aspirazioni alla libertà.

Il centro della narrazione sono tuttavia le due protagoniste femminili – Aminah e Wurche -, che conosciamo in età adolescenziale e che vedremo diventare donne (anche se la narrazione si sviluppa lungo un periodo di circa due anni): si tratta dunque di un romanzo di formazione al femminile, in cui le storie delle protagoniste si intrecciano. Due caratteri e due provenienze distanti tra loro per ceto sociale e per educazione – Wurche è una principessa, mentre Aminah diviene una schiava -, che parlano dal punto di vista dell’una e dell’altra in capitoli alternati; attraverso i loro pensieri, le riflessioni sulla loro condizione, impariamo a conoscere un universo femminile apparentemente distante da noi, ma che in realtà nutre sogni e desideri comuni a tutte le giovani donne.

Wurche, figlia di un re, vorrebbe avere un ruolo di governo al pari dei suoi fratelli maschi, mentre invece sarà costretta ad un matrimonio utile a rinsaldare l’alleanza tra tribù. Aminah, figlia di un calzolaio, ama la vita domestica, cucina per le carovane che passano dal suo villaggio e sogna di viaggiare come suo padre, finché, insieme a tutti gli abitanti, viene rapita per essere ridotta in schiavitù. Le due ragazze incrociano i loro destini proprio a Salaga e vivranno insieme l’incerto destino determinato dalle lotte tra le tribù e dalle alleanze con gli europei trafficanti di schiavi.

Wurche e Aminah, nel loro passaggio dall’età adolescenziale alla maturità, si dimostrano donne forti, disposte a opporsi ai dettami di una società patriarcale e maschilista, così come alla pratica della schiavitù, che soprattutto Aminah porta come ferita personale avendola subita. Pratica che era pre-esistente al periodo coloniale, in quanto diffusa tra le tribù di quelle regioni, e che subirà una tragica espansione in seguito, divenendo un vero e proprio traffico.

Davvero un bel romanzo, dal respiro epico, profondo e capace di emozionare. Due protagoniste perfettamente messe a fuoco, di cui si impara a conoscere il carattere e per le quali, inevitabilmente, si prendono le parti. Un’opera che racconta con sincerità e partecipazione un passato travagliato ma con lo sguardo ad un futuro foriero di speranza nel cammino verso la libertà.

Qui potete leggere l’incipit.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAyesha Harruna Attah è nata ad Accra (Ghana) nel 1983, sotto il regime militare, ma in una famiglia di giornalisti molto aperta in cui le storie erano il pane quotidiano. Ha studiato alla Columbia University e alla New York University, per poi tornare in Africa e cominciare a scrivere. I suoi primi due libri sono stati finalisti di premi prestigiosi (Commonwealth Writers’ Prize, Kwani? Manuscript Project) e i suoi testi sono stati pubblicati sul «New York Times Magazine». La prima scintilla dei Cento pozzi di Salaga è il ricordo di una trisavola, venduta come schiava sul mercato di Salaga nel Ghana precoloniale, negli anni cruciali dell’aggressione europea. Celebrato in Africa per la profondità della ricostruzione storica e per la forza delle due protagoniste femminili, è in corso di pubblicazione in nove paesi. Ayesha Harruna Attah vive in Senegal ed è considerata una tra le voci più forti della narrativa africana di oggi.