La fabbrica delle donne, di Manuela Faccon, Feltrinelli 2026, pp. 272

Forse era questo, la vita: un calmo fluire verso l’ignoto, lasciandoti dietro brandelli di memoria, sentendo svanire quel che più avresti voluto fermare, trattenere, conservare per sempre, mentre una forza sconosciuta ti spinge avanti, cancella le certezze, le sensazioni, i porti sicuri.

Pag. 243

Il rumore dei telai accompagna Elsa per gran parte della sua vita. È un rumore incessante, quasi ipnotico, che dovrebbe raccontare il progresso della modernità industriale e che invece, nelle pagine di Manuela Faccon, restituisce soprattutto la fatica, la paura e l’ingiustizia di chi dentro quella modernità ci lavora. Siamo nei primi anni Venti del Novecento, a Valsarto, immaginario paese del Nord Italia, dove il lanificio Frizzi è la principale fonte di lavoro. Qui le giornate sono scandite da turni massacranti, salari insufficienti, ritmi esasperati e dal timore costante che una protesta, una distrazione o anche soltanto una richiesta possano costare il posto di lavoro.

È dentro questo mondo che prende forma Elsa, protagonista di La fabbrica delle donne, una giovane operaia che, rimasta orfana, ha dovuto troppo presto conoscere la durezza della vita e che proprio dal lavoro impara, lentamente, a riconoscere il valore della propria voce. La sua non è una ribellione astratta: nasce da ciò che vede ogni giorno accanto a sé, dai corpi stanchi delle compagne, dai rischi a cui sono esposte, dall’arbitrio dei padroni. E cresce fino a trasformarsi nella convinzione che per cambiare le cose non basti sopportare: bisogna parlare, organizzarsi, scioperare, pretendere diritti.

La fabbrica è uno dei luoghi più importanti del romanzo, un personaggio collettivo. Faccon ne restituisce l’atmosfera con grande concretezza: il rumore continuo dei telai, la fatica fisica, le ore trascorse in piedi, i ritmi imposti dalle macchine, la sorveglianza, la paura delle sanzioni e dei licenziamenti. Il rapporto fra padroni e lavoratori è segnato da una profonda disparità di potere: chi possiede la fabbrica decide, chi vi lavora deve obbedire. E per le donne la condizione è ancora più fragile, perché allo sfruttamento economico si aggiunge una posizione sociale subordinata che rende più difficile far sentire la propria voce.

Elsa però comincia a capire che quella condizione non è immutabile. La sua inquietudine diventa consapevolezza e la consapevolezza diventa organizzazione. Le riunioni con le compagne, l’elenco delle rivendicazioni, il tentativo di convincere le altre lavoratrici a non accettare passivamente ogni imposizione sono passaggi importanti della sua crescita. Faccon riesce così a raccontare qualcosa che va oltre la vicenda individuale: il momento in cui una lavoratrice smette di considerare la propria sofferenza come un destino personale e la riconosce come un problema collettivo.

Non è casuale che nel romanzo venga evocato lo sciopero delle piccinine di Milano del 1902 (vi segnalo anche il romanzo La piccinina di Silvia Montemurro, di cui vi ho parlato QUI). Quelle giovanissime lavoratrici delle sartorie di Milano (parliamo di bambine dagli otto ai tredici anni) scesero in strada per chiedere condizioni meno dure, orari più umani, salari migliori e carichi di lavoro più sopportabili. Per Elsa quella vicenda diventa un precedente, una prova che anche chi sembra non avere alcun potere può decidere di farsi ascoltare. Il riferimento acquista ancora più forza perché negli anni in cui è ambientata la storia il movimento operaio italiano sta vivendo una stagione di fortissime mobilitazioni: nel 1919 vengono conquistate importanti riduzioni dell’orario di lavoro e nel 1920 le agitazioni coinvolgono anche il settore tessile e laniero. La storia di Elsa si innesta quindi in un terreno storico reale, attraversato da scioperi, rivendicazioni e conflitti sempre più aspri.

La battaglia di Elsa non si ferma però ai cancelli della fabbrica. Il suo desiderio di ottenere condizioni di lavoro più giuste si lega progressivamente a una domanda ancora più radicale: perché le donne devono lavorare, pagare, obbedire, mandare avanti famiglie e fabbriche, ma non possono decidere attraverso il voto?  Ecco che prende sempre più forma la sua consapevolezza che la dignità sul lavoro non può essere separata dalla possibilità di essere cittadina a pieno titolo. A guidarla c’è anche ciò che scopre sulle suffragette inglesi e americane, grazie a Ellen, l’attivista incontrata alla pensione di Iris. È attraverso questi incontri e queste letture che Elsa comprende che la propria esperienza non è isolata: altre donne, in altri Paesi, hanno già trasformato la richiesta di autonomia in una battaglia politica.

Il diritto di voto diventa così per Elsa quasi un’ossessione, ma un’ossessione profondamente coerente con il percorso che sta compiendo. Non vuole soltanto essere trattata meglio in fabbrica: vuole poter decidere della propria vita e partecipare alle decisioni della comunità a cui appartiene. Il romanzo coglie bene questa saldatura fra emancipazione economica, diritti sociali e cittadinanza. E la storia, ancora una volta, aggiunge una nota amara: la legge del 1925 introdusse l’elettorato amministrativo femminile, ma in forma fortemente limitata e senza che le donne potessero concretamente esercitarlo prima della soppressione delle elezioni amministrative. Il suffragio femminile pieno sarebbe arrivato nel 1945, e le donne avrebbero votato per la prima volta a livello nazionale nel 1946. Elsa dovrà quindi aspettare molto più di quanto immagini per vedere realizzato quel sogno che considera quasi elementare: entrare in un seggio e votare.

Sul fondo della vicenda privata e sociale avanza intanto il fascismo. Il clima cambia progressivamente e la violenza politica entra nelle vite dei personaggi. Anche Italo, il fidanzato di Elsa, ne rimane coinvolto direttamente. La sua vicenda mostra quanto rapidamente il dissenso possa trasformarsi in una colpa agli occhi di chi pretende uniformità: non allinearsi al fascismo significa esporsi alla prevaricazione, alla violenza e alle conseguenze che questa può avere sulla propria vita. Anche il rapporto fra Elsa e Italo viene così attraversato dalla Storia, che entra nella loro vicenda sentimentale e ne condiziona inevitabilmente le scelte.
Il fascismo entra nel romanzo come una presenza che si fa gradualmente più ingombrante, fino a modificare i rapporti fra le persone, a restringere gli spazi di libertà e a rendere sempre più rischiosa qualsiasi forma di dissenso. La protesta operaia, già difficile in una società fortemente gerarchica, diventa ancora più pericolosa quando il fascismo comincia a imporre il proprio modello di obbedienza.

Accanto alla storia collettiva resta però sempre la storia di Elsa, ed è uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente nel romanzo. Faccon non ha fretta di raccontarla tutta. Il passato emerge per gradi, senza bruschi salti temporali e senza spiegazioni che interrompano il filo della narrazione. Conosciamo Elsa attraverso ciò che fa, ciò che pensa, le persone che incontra, le amicizie che costruisce e le ferite che si porta dietro. Scopriamo così la morte dei genitori, la povertà che l’ha costretta a lavorare, la solitudine e poi quella misteriosa valigetta che il nonno Michelangelo, le lascia in eredità. All’inizio sembra soltanto un’eredità singolare; poco alla volta diventa invece una porta aperta sul passato. Il suo contenuto permette a Elsa di ricostruire una storia familiare che non conosceva e di comprendere che le sue idee, il suo desiderio di emancipazione e la sua ostinazione nel voler cambiare le cose hanno radici più profonde di quanto immaginasse.

La valigetta è forse uno degli espedienti narrativi che ho trovato più interessanti proprio perché non ha un valore economico. È un oggetto della memoria, un piccolo archivio familiare capace di svelare identità, legami e una parte della storia delle donne che l’hanno preceduta. Anche le copie della rivista legata al primo movimento femminista milanese contenute nella valigetta acquistano così un significato particolare: il passato non è più qualcosa da subire, ma qualcosa da conoscere per capire chi siamo e chi possiamo diventare.

Anche il trasferimento a Comacchio, dopo la fuga da Valsarto, amplia il romanzo senza spezzarne il filo. Elsa approda nella fabbrica dove vengono lavorate e affumicate le anguille e cambia il paesaggio, ma non cambia la sostanza del problema: ancora una volta il lavoro è duro, il corpo delle lavoratrici è sottoposto a ritmi pesanti e la necessità di guadagnarsi da vivere rende difficile sottrarsi alle condizioni imposte. La Manifattura dei Marinati appartiene del resto alla storia reale del territorio comacchiese: nei primi decenni del Novecento la lavorazione delle anguille rientrava fra le attività dell’Azienda Valli e coinvolgeva numerose maestranze durante il periodo della lavorazione.

Questa attenzione alla dimensione concreta del lavoro è uno degli aspetti che ho apprezzato di più nella scrittura di Faccon. La fabbrica non è una semplice scenografia, così come non lo sono i turni, i telai, la fatica, gli odori, i rischi. Il lavoro entra nei corpi e nelle relazioni, determina il modo in cui le persone vivono e amano, stabilisce gerarchie e paure. E proprio per questo diventa il terreno dal quale può nascere la ribellione.
Mi è piaciuto anche il modo in cui l’autrice tiene insieme la dimensione storica e quella narrativa. La fabbrica delle donne è frutto di una scrittura attenta alla ricostruzione del periodo, ma non sacrifica mai i personaggi alla documentazione. La storia resta sempre filtrata attraverso Elsa, Italo, le compagne di lavoro e gli altri protagonisti, attraverso le loro paure, i desideri, gli errori e le scelte.

Manuela Faccon, nata a Padova nel 1968, vive a Este. È laureata in Lingue e letterature straniere moderne e ha conseguito un dottorato di ricerca in Filologia e letteratura; insegna Lingua e cultura spagnola ed è studiosa di manoscritti e appassionata di storia. Nel 2023 aveva pubblicato per Feltrinelli Vicolo Sant’Andrea 9, il suo romanzo d’esordio, anch’esso nato da un lungo lavoro di ricerca. Con La fabbrica delle donne conferma una particolare capacità di intrecciare ricerca storica e vicenda individuale. Il romanzo procede senza forzature, lasciando che la vita di Elsa si sveli poco alla volta, mentre intorno a lei cambia il Paese. E proprio questo andamento mi è sembrato uno dei punti di forza della narrazione: non abbiamo l’impressione di assistere a una lezione di storia, ma di accompagnare una giovane donna mentre scopre se stessa, il proprio passato e il proprio posto nel mondo.

Il titolo, alla fine, assume un significato che va ben oltre il lanificio Frizzi. La fabbrica è certamente il luogo dello sfruttamento, della fatica e della paura, ma è anche il luogo nel quale Elsa e le altre donne imparano a riconoscersi, a fare fronte comune, a trasformare una sofferenza individuale in una richiesta collettiva. Una fabbrica che, suo malgrado, contribuisce a costruire donne consapevoli. E Elsa, con la sua ostinazione, i suoi slanci e anche i suoi errori, resta al centro di tutto. Una donna che ha imparato che la propria voce può essere fragile, ma che proprio per questo non deve essere spenta.

Qui potete leggere l’incipit.

Consiglierei La fabbrica delle donne a chi ama i romanzi storici capaci di raccontare un’epoca attraverso le vite dei suoi personaggi, ma anche a chi è interessato alla storia del lavoro, alle prime battaglie sindacali, all’emancipazione femminile e alla nascita dei movimenti per il diritto di voto. Può piacere anche a chi cerca una storia in cui la dimensione privata e quella collettiva procedano insieme: la famiglia, l’amore, l’amicizia e la ricerca delle proprie origini si intrecciano con una pagina importante e drammatica della storia italiana. Soprattutto, è un romanzo per chi ama seguire personaggi che non ricevono in eredità un mondo migliore, ma provano, con ostinazione, a costruirselo.