La potenza delle mosche, di Lydie Salvayre, Prehistorica editore 2026, traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, pp.240

Avevo incontrato Lydie Salvayre con Non piangere (vai alla mia recensione), romanzo che mi aveva conquistata per la capacità di intrecciare la memoria privata e la grande Storia, restituendo alla guerra civile spagnola una voce insieme appassionata e irriverente. Con La potenza delle mosche, pubblicato da Prehistorica, ritrovo una scrittrice altrettanto incisiva, forte della sua irriverenza, ma questa volta il viaggio conduce in territori decisamente più oscuri, dove la violenza si annida nelle pieghe dell’esistenza e la ragione sembra un fragile appiglio.

Il protagonista è un uomo detenuto per omicidio. Davanti a giudici, avvocati e medici chiamati a interrogarlo, prende la parola e racconta la propria storia. O, meglio, costruisce un lungo monologo nel quale passato, ossessioni e giustificazioni si intrecciano, componendo lentamente il ritratto di un’esistenza segnata dalla violenza. A guidarlo, almeno apparentemente, è il pensiero di Blaise Pascal, filosofo del quale è stato appassionato conoscitore e guida al museo di Port-Royal.

Ma quanto c’è di lucido nelle sue riflessioni? E quanto, invece, di delirante?

Salvayre affida il romanzo a questa voce disturbante, che procede per associazioni, digressioni, ragionamenti talvolta vertiginosi e talvolta grotteschi. Il lettore si trova così nella posizione di chi ascolta un uomo che cerca di spiegarsi, ma che, nel tentativo di dare ordine alla propria esistenza, finisce per svelarne le contraddizioni. La parola diventa insieme confessione, difesa e spettacolo: un monologo che cattura e respinge, che provoca e disorienta.

Il titolo, La potenza delle mosche, richiama una delle intuizioni pascaliane sulla sproporzione fra la grandezza del pensiero umano e la sua fragilità. Basta una mosca a disturbare il filosofo, a interromperne il ragionamento, a ricordargli quanto sia vulnerabile la sua presunta superiorità. Una presenza minuscola, capace di mettere in crisi persino la ragione più sofisticata.

È una metafora che sembra attraversare l’intero romanzo. L’uomo, convinto di poter interpretare il mondo e giustificare le proprie azioni, è continuamente esposto alle forze che lo governano: impulsi, paure, traumi, desideri. E forse proprio la violenza, che vorrebbe spiegare attraverso la filosofia, è ciò che più sfugge al suo controllo.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è il modo in cui Salvayre affronta la trasmissione del male. La famiglia, l’infanzia, il rapporto con il padre e le ferite che si sedimentano nel tempo diventano elementi di una storia in cui la violenza non nasce improvvisamente, ma sembra prepararsi molto prima del gesto che condurrà il protagonista in carcere. La scrittrice non offre facili assoluzioni né spiegazioni rassicuranti: mostra piuttosto quanto sia difficile distinguere fra responsabilità individuale e condizionamenti, fra ciò che ereditiamo e ciò che scegliamo.

Eppure, anche dentro questa materia cupa, Salvayre non rinuncia alla sua arma più affilata: l’ironia. Il suo umorismo nero incrina continuamente la solennità del discorso, smonta le pretese di razionalità del protagonista e mette in luce il ridicolo che può nascondersi dietro le costruzioni più elaborate. La filosofia, anziché offrire una risposta definitiva, diventa un terreno di confronto, talvolta persino una maschera dietro cui nascondersi.

Se Non piangere mi aveva restituito una memoria collettiva attraverso una voce femminile indomita, La potenza delle mosche mi mette di fronte a una voce maschile che tenta disperatamente di governare il proprio racconto, senza riuscire davvero a dominarlo. Due libri molto diversi, ma accomunati dalla capacità di Salvayre di interrogare la Storia e l’esistenza senza mai accomodarsi nelle certezze.

Leggendo La potenza delle mosche mi è tornato alla mente La caduta di Albert Camus. Anche qui la confessione di un uomo diventa un territorio ambiguo, nel quale il racconto di sé si trasforma progressivamente in una forma di giudizio e di provocazione. Ma mentre Clamence costruisce un discorso che coinvolge il suo interlocutore fino a farne uno specchio delle proprie colpe, il protagonista di Salvayre sembra cercare nella filosofia una spiegazione alla propria esistenza, senza riuscire a sottrarsi alle contraddizioni che la attraversano. In entrambi i romanzi la parola non chiarisce definitivamente il male: lo rende, semmai, ancora più inquietante.

La potenza delle mosche è un romanzo breve, ma tutt’altro che semplice o pacificante. Ci lascia con una domanda che continua a ronzare anche dopo l’ultima pagina: siamo davvero padroni dei nostri pensieri e delle nostre azioni, oppure basta una mosca a mandare in frantumi la nostra idea di razionalità?

Con questo libro (scritto nel 1995 ma tradotto solo adesso in Italia), Lydie Salvayre conferma la sua capacità di trasformare la scrittura in un luogo di confronto e di provocazione. Una lettura che non cerca di rendere il male comprensibile o accettabile, ma che ci costringe a guardarlo da vicino, senza la comodità delle risposte già pronte.
Forse è proprio questa la forza di Lydie Salvayre: mettere in discussione ciò che crediamo di sapere, costringerci a guardare le nostre fragilità e ricordarci che, talvolta, il delirio più pericoloso è quello che si traveste da ragione.

Lydie Salvayre nasce nel 1948 a Autainville (Francia centrale) da genitori spagnoli rifugiati, sfuggiti alla guerra civile. Ha studiato Lettere moderne all’Università di Tolosa e si è poi laureata in medicina, specializzandosi in psichiatria e lavorando in una clinica a Bouc-Bel-Air prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.
Esordisce nel 1990 col romanzo La Dichiarazione, insignito del premio Hermès, dando subito prova di una straordinaria verve stilistica.
Ha pubblicato circa venti romanzi, tradotti in numerose lingue. Tra i suoi lavori più celebri figura Non piangere, con cui ha vinto nel 2014 il Premio Goncourt.

Personalmente ho molto apprezzato anche Sette donne, in cui Lydie Salvayre rende omaggio a sette scrittrici che hanno segnato la sua vita e nutrito la sua opera: Emily Brontë, Colette, Virginia Woolf, Djuna Barnes, Marina Tsvetaeva, Ingeborg Bachmann e Sylvia Plath. Non soltanto grandi autrici ma donne vive, indocili e incandescenti, la cui voce continua a risuonare ben oltre la pagina.