Dato il periodo, possiamo restare in ambito calcistico e dire che anche le parole hanno il loro campionato. Alcune sono titolari inamovibili, altre vengono chiamate in causa sempre più di rado, pur avendo qualità indiscutibili. Pusillanime e astruso fanno parte di queste ultime: parole eleganti, precise e ancora capaci di giocare una partita che molti termini più generici affrontano con minor efficacia.

Le accomunano l’origine latina e una lunga storia nella nostra lingua, ma descrivono realtà molto diverse. Pusillanime riguarda il carattere e il modo di affrontare le difficoltà; astruso, invece, si riferisce alle idee, ai ragionamenti e ai discorsi che risultano oscuri o difficili da comprendere. Due parole diverse, entrambe preziose, che vale la pena riscoprire.

Pusillanime, /pu·ṣil·là·ni·me/: agg. e s. m. e f. [dal lat. tardo pusillanimis, comp. di pusillus «meschino» e anĭmus «animo»]. Il significato letterale è quindi di animo piccolo. Vile, pavido, meschino, privo di volontà e di forza d’animo.

Si definisce pusillanime chi si lascia vincere dal timore, esita davanti alle difficoltà o rinuncia ad agire per mancanza di coraggio. Non è un semplice sinonimo di pauroso. La paura è un’emozione naturale; la pusillanimità descrive invece un atteggiamento abituale, una disposizione a sottrarsi alle responsabilità o alle sfide anche quando si avrebbero le capacità per affrontarle. Oggi è una parola soprattutto letteraria o giornalistica, ma conserva tutta la sua efficacia.

Nel pensiero medievale la pusillanimità era considerata il contrario della magnanimità. Se il magnanimo aspira a grandi imprese confidando nelle proprie capacità, il pusillanime si ritrae, sottovalutando se stesso e lasciandosi frenare dalla paura. Per Tommaso d’Aquino la pusillanimità non consisteva tanto nell’avere paura, quanto nel non riconoscere o non mettere a frutto i talenti ricevuti.

Astruso, \a·strù·ṣo\: agg. [dal lat. abstrusus, part. pass. di abstrudĕre «spinger via, nascondere, occultare»]. Difficile a intendersi per troppa sottigliezza o astrattezza.

L’idea originaria è quella di qualcosa di nascosto; da qui il significato moderno di ciò che è difficile da penetrare con l’intelligenza. Si dice astruso un ragionamento, un testo, una spiegazione o una teoria particolarmente complicati, oscuri o poco comprensibili.
La parola non indica necessariamente qualcosa di profondo o intelligente. Anzi, talvolta suggerisce che la difficoltà dipenda più dal modo di esprimersi che dall’argomento stesso.
È frequente quando si parla di libri, lezioni, norme giuridiche o linguaggi specialistici.

Astruso e difficile non sono sinonimi perfetti. Un problema matematico può essere molto difficile, ma spiegato con chiarezza. Un regolamento, invece, può essere astruso pur trattando questioni semplici, se è scritto in modo inutilmente contorto. La parola ci ricorda che complessità e oscurità non sono la stessa cosa.

Pusillanime e astruso sono due esempi di quanto l’italiano sappia essere preciso. La prima parola descrive una persona che difetta di coraggio; la seconda un discorso che difetta di chiarezza.

Forse è proprio questa precisione il motivo per cui vale la pena rimetterle in gioco. In fondo, se una parola riesce a dire esattamente ciò che pensiamo, perché lasciarla in panchina?