Questo non è il nostro mondo con gli alberi dentro. È un mondo di alberi, nel quale gli esseri umani sono appena arrivati.

A volte per cambiare il nostro modo di guardare il mondo basta spostare il punto di vista. Richard Powers lo fa con una frase semplice e potentissima, che mette in discussione una delle nostre convinzioni più radicate: quella di essere al centro della natura, quasi che il pianeta fosse stato costruito intorno a noi e tutto il resto fosse soltanto un paesaggio da abitare, sfruttare o contemplare.

La frase appartiene a Il sussurro del mondo, romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 2018 con il titolo The Overstory, e già contiene, in poche righe, il cuore del libro. Gli alberi non sono lo sfondo delle nostre vite. Sono parte di una storia molto più antica della nostra. Esiste un mondo naturale vasto, complesso e interconnesso che abbiamo imparato a considerare quasi invisibile, mentre noi, esseri umani, siamo comparsi sulla scena soltanto da pochissimo.

Il sussurro del mondo racconta le vite di nove persone, apparentemente lontane tra loro, che nel corso del romanzo finiscono per essere unite dal rapporto con gli alberi e dalla consapevolezza della loro straordinaria importanza. Le loro storie si intrecciano con una grande storia naturale che attraversa secoli, generazioni e continenti, fino ad arrivare alle battaglie ambientaliste contro la distruzione delle foreste.

Powers costruisce il romanzo seguendo una struttura che richiama quella di un albero: Radici, Tronco, Chioma e Semi. Anche la forma del libro, dunque, sembra ricordarci che tutto è collegato. Le singole vite sono come rami che si separano e poi si incontrano nuovamente, mentre sotto la superficie agiscono legami invisibili, proprio come accade in una foresta.

Il titolo originale, The Overstory, è particolarmente interessante. In botanica indica la parte superiore della foresta, quella formata dalle chiome degli alberi. Ma Powers sfrutta anche il significato letterario della parola: una storia che sta “sopra” le altre storie, una storia più grande che comprende quelle degli esseri umani. Lo stesso autore ha spiegato che il titolo allude proprio a una storia che va oltre quella umana e ne costituisce il contesto più ampio. E allora anche il titolo italiano, Il sussurro del mondo, acquista un significato particolare. Quel sussurro è la voce di una natura che abbiamo dimenticato di ascoltare.

Powers non scrive un saggio sull’ambiente, ma un romanzo. Ed è forse proprio questa la sua forza. Le informazioni scientifiche, la storia degli alberi, la distruzione delle foreste e le conseguenze delle nostre azioni entrano nella narrazione attraverso i personaggi, le loro scelte e le loro esperienze. Il libro ci costringe così a fare i conti con una domanda tutt’altro che comoda: quanto del mondo naturale riusciamo davvero a vedere?

Un albero può essere legno, carta, frutta, ombra, materia prima. Oppure può essere un essere vivente con una storia che precede di milioni di anni la nostra presenza sulla Terra. Cambiare questa prospettiva significa cambiare anche il modo in cui guardiamo ciò che ci circonda. La natura, nel romanzo di Powers, non chiede soltanto di essere salvata perché serve agli esseri umani. Chiede di essere riconosciuta nel suo valore intrinseco. E questa è forse la parte più radicale del suo messaggio: proteggere una foresta non significa soltanto proteggere noi stessi, ma riconoscere il diritto di esistere a qualcosa che non siamo noi.

Nato negli Stati Uniti nel 1957, Richard Powers è uno degli scrittori americani contemporanei più interessati al rapporto fra esseri umani, scienza e tecnologia. Nei suoi romanzi ha affrontato temi come la genetica, l’intelligenza artificiale, la musica e l’ambiente, intrecciando conoscenze scientifiche e grandi questioni esistenziali.
Il sussurro del mondo è il suo dodicesimo romanzo; nel 2018 è stato tra i finalisti del Booker Prize e nel 2019 gli è valso il Premio Pulitzer per la narrativa. La giuria lo ha definito un’opera dalla struttura ingegnosa, modellata sulle ramificazioni e sulla chioma degli alberi che ne sono al centro, capace di evocare con forza il mondo naturale e le connessioni che legano tra loro esseri umani e ambiente.

La frase di Powers continua a tornarmi in mente perché contiene una piccola rivoluzione dello sguardo, mettendo in discussione il nostro punto di vista antropocentrico. Non siamo noi ad avere gli alberi nel nostro mondo. Siamo noi ad avere il privilegio di abitare, per un tempo brevissimo, un mondo che era già qui prima di noi.
Guardare un bosco in questo modo cambia qualcosa. Un albero abbattuto non è più soltanto un albero in meno. È un pezzo di una storia molto più lunga della nostra che scompare. E una foresta non è semplicemente un insieme di piante: è una comunità, una rete di relazioni, un patrimonio vivente che abbiamo ricevuto e che, per quanto possibile, dovremmo consegnare a chi verrà dopo di noi. Forse la tutela dell’ambiente comincia proprio da qui: dal riconoscere che la Terra non ci appartiene. Siamo noi ad appartenere alla Terra.