Ci sono storie che la cronaca racconta attraverso una data, un luogo, un nome e una fotografia. Poi arriva la letteratura e prova a restituire tutto ciò che quella fotografia non contiene: una vita prima della morte, le persone intorno, le circostanze, le domande senza risposta. È quello che aveva fatto Nicola Lagioia con La città dei vivi, pubblicato da Einaudi nel 2020 e costruito intorno all’omicidio di Luca Varani, il ventitreenne ucciso a Roma nel marzo 2016 da Manuel Foffo e Marco Prato.

Ora quella stessa storia arriva al cinema con un’operazione tutt’altro che scontata. Edoardo Gabbriellini non porta semplicemente sullo schermo il libro di Lagioia: ne raccoglie l’eredità e cambia prospettiva. Il suo film, presentato in concorso nella sezione Orizzonti della 83ª Mostra del Cinema di Venezia e nelle sale dal 1° ottobre, sceglie infatti di raccontare soprattutto Luca, la sua famiglia, la fidanzata, gli amici, le sue incertezze e quella normalità destinata a essere brutalmente interrotta. E il confronto fra le due opere diventa così particolarmente interessante.

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia, nato a Bari nel 1973, è una delle voci più importanti della narrativa italiana contemporanea. Dopo l’esordio con Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), ha pubblicato Occidente per principianti, Riportando tutto a casa, La ferocia, vincitore del Premio Strega nel 2015, e La città dei vivi. È stato inoltre direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino dal 2017 al 2023.

IL LIBRO

Con La città dei vivi cambia però registro. Il punto di partenza è un fatto di cronaca reale: la morte di Luca Varani, ucciso dopo ore di torture nell’appartamento di Manuel Foffo al Collatino. Ma Lagioia non si limita alla ricostruzione del delitto. Il libro allarga progressivamente il campo.

Entrano nella narrazione le famiglie dei tre ragazzi, i luoghi di Roma, i giornalisti, gli investigatori, i magistrati, le persone che hanno conosciuto i protagonisti. E, soprattutto, entra lo stesso autore, che racconta anche il proprio rapporto con quella vicenda e il modo in cui il delitto riattiva ricordi personali. Il risultato è un libro difficile da classificare con una sola etichetta: romanzo, inchiesta, reportage, ricostruzione giudiziaria, riflessione sul male e sulla colpa. Forse è proprio questa sua natura ibrida a renderlo così potente.

Lagioia parte dalla cronaca nera ma finisce per interrogare qualcosa di molto più vasto: come nasce il male? Quanto possiamo conoscere davvero una persona? E soprattutto, quanto siamo disposti a riconoscere che il male non arriva necessariamente da un luogo separato dal nostro mondo quotidiano?

Roma, nel frattempo, diventa qualcosa di più di un’ambientazione. È una città attraversata da differenze sociali, periferie, ricchezza, solitudine, desideri e occasioni mancate. Una città reale e insieme quasi metafisica, nella quale le traiettorie di persone che normalmente non si incontrerebbero finiscono per incrociarsi nel modo più tragico possibile.

Per collocare La città dei vivi bisogna uscire dai confini della narrativa tradizionale. Il riferimento più immediato è naturalmente A sangue freddo di Truman Capote, il grande modello della non-fiction novel. Ma il confronto è interessante proprio perché Lagioia segue una strada diversa: non cerca tanto di entrare nella mente degli assassini quanto di ricostruire una rete di persone, ambienti e circostanze.

Un altro accostamento significativo è quello con L’avversario di Emmanuel Carrère. Anche qui un fatto criminale reale diventa l’occasione per interrogarsi sulla costruzione dell’identità, sulle zone oscure dell’individuo e sulla distanza quasi inconcepibile fra ciò che una persona appare essere e ciò che è capace di fare.

E c’è poi una tradizione italiana nella quale La città dei vivi può essere collocata: quella di una narrativa che parte dalla realtà e la utilizza per leggere il Paese, le sue contraddizioni e le sue periferie umane. Ma Lagioia evita di trasformare la storia in una spiegazione sociologica. Il delitto resta, in fondo, irriducibile. E forse è proprio questa impossibilità di trovare una risposta definitiva a rendere il libro inquietante.

IL FILM

Edoardo Gabbriellini torna alla regia con La città dei vivi dopo un percorso iniziato molto presto anche come attore, segnato tra l’altro da Ovosodo di Paolo Virzì. Il film è liberamente tratto dal libro di Lagioia e dura circa 103 minuti. La regia è di Gabbriellini, la fotografia di Amine Messadi, il montaggio di Jacopo Ramella Pajrin. Nel cast troviamo Emanuele Maria Di Stefano nel ruolo di Luca, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e Valerio Mastandrea.

Ma la vera scelta di Gabbriellini è un’altra. Raccontare la vita invece della morte.

Edoardo Gabbriellini

Il film segue Luca a 23 anni, nella sua quotidianità: la famiglia adottiva, il padre, la fidanzata, gli amici, la scuola serale, il lavoro, la ricerca di una propria strada. Luca è un ragazzo come tanti, con qualche incertezza, qualche ambizione, qualche contraddizione. Ha una vita ancora tutta da costruire. E proprio per questo il film diventa doloroso. Perché noi sappiamo che quella vita verrà interrotta. Luca invece no.

La definizione utilizzata dallo stesso Gabbriellini è particolarmente efficace: un racconto di formazione interrotto. È questa forse la chiave per comprendere il film. Luca non viene presentato come “la vittima di un caso di cronaca”. Prima di essere una vittima è un ragazzo: ama, litiga, lavora, fa progetti, ha una fidanzata, una famiglia, amici, desideri e debolezze.

La macchina da presa rimane dunque lontana dalla spettacolarizzazione della violenza. Non vediamo il delitto nella sua brutalità. Non è l’orrore a occupare lo schermo. È ciò che l’orrore ha cancellato. Una scelta che Gabbriellini ha esplicitamente rivendicato parlando di uno sguardo pudico, non morboso. Anche Valerio Mastandrea, che interpreta il padre di Luca, ha sottolineato la necessità di andare oltre la narrazione giornalistica, oltre la semplice contrapposizione fra vittima e carnefici.

LIBRO E FILM: DUE SGUARDI SULLA STESSA FERITA

Ed è qui che il confronto diventa davvero interessante. Lagioia guarda la storia da molte angolazioni. Gabbriellini sceglie un solo punto di vista. Il libro è corale, investigativo, analitico. Cerca di ricostruire ciò che è accaduto e, contemporaneamente, di capire il mondo nel quale è potuto accadere. Il film fa una scelta molto più radicale: lascia sullo sfondo gli assassini e porta Luca in primo piano.

Nel libro il lettore è costretto a confrontarsi con il male, con la colpa, con le responsabilità individuali e con le domande che il delitto apre. Nel film il male rimane quasi fuori campo.Ed è proprio questa assenza a renderlo così presente.La tragedia non viene mostrata: viene preparata attraverso la normalità. Una cena, una conversazione, un gesto affettuoso, una giornata qualunque acquistano un significato diverso perché sappiamo che non si ripeteranno. Il cinema può fare una cosa che il libro fa in maniera diversa: può farci vedere il tempo che passa davanti a una vita che non sappiamo ancora essere già condannata.

Anche la città cambia. La Roma di Lagioia è una città stratificata, quasi un organismo malato nel quale convivono mondi sociali differenti che raramente comunicano. Quella di Gabbriellini è invece soprattutto la Roma quotidiana di Luca: periferie, strade, casa, lavoro, amici, luoghi familiari. Non è la Roma monumentale. È una città vissuta. Ed è importante perché il titolo La città dei vivi acquista così un significato quasi paradossale. La città continua a vivere, mentre una delle sue vite viene improvvisamente cancellata.

La scelta di Gabbriellini comporta inevitabilmente delle rinunce. Il libro è molto più ampio. Contiene testimonianze, ricostruzioni, riflessioni, l’indagine dell’autore e una complessa esplorazione delle responsabilità e della colpa. Il film non può e non vuole contenere tutto questo. Ma forse non avrebbe senso chiederglielo. Perché Gabbriellini non sembra voler “illustrare” Lagioia. Vuole dialogare con il suo libro prendendo una strada laterale. Il confronto, alla fine, non porta a stabilire quale delle due opere sia “migliore”. Sono due lavori che utilizzano la stessa vicenda per porsi domande differenti.

La città dei vivi di Nicola Lagioia è un libro più ambizioso e stratificato: parte da un delitto e progressivamente lo trasforma in un’indagine sulla colpa, sull’identità, sulla responsabilità e sulla società che circonda i protagonisti. La sua forza sta proprio nell’impossibilità di ridurre quella vicenda a una spiegazione semplice.

Il film di Gabbriellini compie invece una scelta più circoscritta e, proprio per questo, molto precisa: toglie la morte dal centro della storia per rimetterci la vita. È una scelta che inizialmente potrebbe sembrare quasi paradossale per un film nato da uno dei più noti casi di cronaca nera italiana degli ultimi anni. Ma è anche ciò che gli permette di evitare la trappola del true crime spettacolare.

Emanuele Maria Di Stefano dà a Luca una presenza quotidiana, fragile, irrequieta; Valerio Mastandrea, nel ruolo del padre, porta nel film una sofferenza trattenuta che diventa tanto più forte quanto meno viene esibita.

E forse il titolo acquista così il suo significato più profondo: La città dei vivi non è soltanto la città nella quale è avvenuto un delitto. È quella che continua a esistere dopo, fatta delle persone che restano, dei ricordi, degli affetti e delle giornate normali che improvvisamente acquistano un valore enorme.