Le riforestatrici, di Gabrielle Filteau-Chiba, Iperborea 2026, traduzione di Luciana Cisbani, pp. 384
In un mondo nel quale dal 1990 al 2020 la deforestazione ha distrutto una superficie forestale pari al territorio dell’intera Unione europea e gli incendi hanno cancellato intere foreste in più di un continente, piantare un albero può sembrare un gesto minuscolo. In Le riforestatrici, invece, diventa un atto di resistenza, un modo per prendersi cura della terra e, insieme, per riaffermare la libertà degli esseri umani.
È da questa immagine, semplice e potentissima, che Gabrielle Filteau-Chiba costruisce la sua distopia ecologica. Il romanzo, pubblicato in Italia da Iperborea con la traduzione di Luciana Cisbani, porta il lettore in un futuro non troppo lontano nel quale la catastrofe climatica è già avvenuta e la sopravvivenza è diventata il pretesto per un controllo sempre più capillare della vita.
La quindicenne Thalie Rousseau (cognome non del tutto casuale, evidentemente: Jean-Jacques Rousseau è il filosofo del ritorno alla natura) non conosce altro mondo che quello della Città di Sainte-Foy, in Québec, protetta da un muro e sottoposta a una sorveglianza continua. Un microchip sotto la pelle, droni, restrizioni e controllo delle nascite fanno parte della quotidianità. La promessa è quella della sicurezza, ma il prezzo da pagare è la libertà individuale. Anche il corpo, soprattutto quello femminile, è diventato materia da amministrare.
Ogni primavera, però, la madre di Thalie, Sandrine, lascia la città. È una riforestatrice e trascorre mesi nel Nord del Paese, dove i dispositivi tecnologici (OVI) non hanno campo, insieme a un gruppo di donne impegnate a ripiantare gli alberi nelle zone devastate dagli incendi. Le donne a cui, forse, è dedicato il romanzo; “Alle streghe che ci illuminano“, ci dice in esergo l’autrice. Quando finalmente Thalie può accompagnarla, scopre un universo che non conosceva: la foresta, la fatica del lavoro, il contatto con il mondo selvatico, ma soprattutto una comunità femminile nella quale circolano saperi, memoria, libri e idee che la società da cui proviene ha cercato di cancellare.
Il passaggio dalla città alla foresta segna anche la crescita di Thalie. Non è soltanto l’ingresso in un ambiente nuovo, ma l’inizio di una diversa consapevolezza. La ragazza comincia a interrogarsi sulla madre, sulla propria famiglia, sulle regole che ha sempre considerato naturali e sul significato stesso di libertà.
Filteau-Chiba evita però di costruire una semplice contrapposizione fra una città cattiva e una natura salvifica. La foresta è affascinante ma anche dura, pericolosa, faticosa. Riforestare significa lavorare con il corpo, sopportare la fatica, adattarsi alle condizioni del territorio, imparare a convivere con ciò che è rimasto del mondo selvatico. La rinascita dell’ambiente non avviene per magia: richiede tempo, conoscenza, ostinazione e cura.
Ed è proprio qui che l’ecologia si trasforma in politica.
Il controllo esercitato dal regime sulla natura trova infatti il suo corrispettivo nel controllo esercitato sui corpi. La terra è stata sfruttata e impoverita, mentre la vita degli individui viene regolamentata fino alla riproduzione. Il potere stabilisce chi può avere figli e in quali condizioni, trasformando la maternità da scelta personale in questione di interesse pubblico. La difesa del territorio e quella dell’autodeterminazione femminile diventano così due aspetti della stessa battaglia.
L’ecofemminismo di Filteau-Chiba nasce precisamente da questa connessione: non soltanto salvare gli alberi, ma mettere in discussione il modello di potere che considera la natura e i corpi come risorse da amministrare. L’opera esprime, dunque, una critica radicale all’immobilismo sociale e all’accettazione passiva dell’autorità.
A rendere il romanzo più ricco è poi la dimensione generazionale. La storia non appartiene soltanto a Thalie e a Sandrine, ma attraversa tre generazioni di donne. Il passato ritorna attraverso ricordi, traumi, segreti e conoscenze tramandate, mentre la giovane protagonista deve ricomporre una storia familiare che le è stata raccontata solo in parte.
Accanto alle vicende di Thalie e Sandrine si sviluppa quella di Hexa, una donna incinta che attraversa la foresta cercando di sfuggire al sistema. La sua storia, inizialmente misteriosa, si intreccia progressivamente con quella delle altre protagoniste e introduce un ulteriore elemento: la possibilità di mettere al mondo una nuova vita quando il mondo sembra aver perso il proprio futuro.
La maternità, dunque, non è soltanto uno dei temi del romanzo. Diventa una domanda sul futuro: che cosa significa generare e trasmettere la vita dopo una catastrofe? E quale mondo vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi?
In questo senso Le riforestatrici dialoga con una lunga tradizione della narrativa distopica, da Margaret Atwood a Jean Hegland, ma porta la riflessione in una direzione propria. Se Il racconto dell’ancella mette al centro il controllo del corpo femminile da parte di un regime, Filteau-Chiba collega quel controllo alla crisi ambientale. Se Nella foresta di Hegland racconta la sopravvivenza e la ricostruzione del rapporto con il mondo naturale dopo il collasso della civiltà, qui la dimensione individuale si allarga a una comunità che prova concretamente a rigenerare il territorio.
E c’è anche un collegamento interessante con la narrativa ecologica di Richard Powers e Charlotte McConaghy. In Il sussurro del mondo gli alberi ci costringono a cambiare prospettiva e a riconoscere il vivente come qualcosa di molto più complesso della semplice risorsa a nostra disposizione. In Nero come il mare, invece, la crisi degli ecosistemi entra nella storia familiare e diventa una minaccia concreta. Filteau-Chiba compie un passo ulteriore: porta il lettore in un mondo nel quale la crisi si è già consumata e chiede non soltanto che cosa abbiamo perduto, ma come possiamo ricominciare. Inoltre, Le riforestarici condivide con l’opera di Ursula K. Le Guin una profonda e radicale affinità tematica legata all’ecofemminismo, alla fantascienza distopica e alla resistenza ecologica.
Anche la biografia dell’autrice aiuta a comprendere la forza di questo rapporto con la natura. Dopo aver lasciato Montréal, Filteau-Chiba ha vissuto per un periodo in una capanna nel territorio di Kamouraska, esperienza dalla quale è nata la trilogia che l’ha fatta conoscere. Per Hexa, titolo originale del romanzo, ha inoltre sperimentato personalmente il lavoro dei piantatori d’alberi, esperienza che ha contribuito alla sua riflessione sulle modalità con cui si può davvero ricostruire una foresta.

La sua scrittura conserva così una dimensione molto fisica: odori, alberi, animali, freddo, fatica, terra. La natura è un organismo con cui i personaggi devono imparare nuovamente a convivere. Una delle recensioni francesi che ho particolarmente apprezzato ha sottolineato proprio questa capacità di rendere la natura quasi tattile e sensoriale, insieme alla lingua semplice e poetica dell’autrice.
Il romanzo non è però privo di qualche elemento più controverso. La componente simbolica e il tema del cosiddetto femminile sacro possono risultare, per alcuni lettori, più insistiti rispetto alla parte propriamente distopica; anche la struttura narrativa, con il passaggio fra diversi punti di vista e la linea parallela dedicata a Hexa, è stata giudicata da alcuni meno fluida. Ovviamente sono punti di vista.
Personalmente trovo comunque interessante proprio l’ambizione di Filteau-Chiba: non limitarsi a immaginare la fine del nostro mondo, ma provare a immaginare la possibilità di una rinascita. Perché la parola decisiva del romanzo, alla fine, non è distruzione. È rigenerazione.
Le riforestatrici lavorano in un territorio ferito e non hanno la certezza che gli alberi che piantano riusciranno a crescere. Eppure li piantano. Il loro gesto contiene una piccola lezione politica e insieme ecologica: il futuro non è qualcosa che si aspetta, ma qualcosa che si costruisce attraverso azioni che forse non vedremo compiute. In un’epoca nella quale la crisi climatica rischia di trasformarsi in assuefazione, questa è forse la parte più interessante del romanzo. Riforestare significa credere che valga ancora la pena preparare il terreno per chi verrà dopo di noi.

