Nero come il mare, di Charlotte McConaghy, Fazi 2026, traduzione di Stefano Tummolini, pp. 358
A Shearwater il futuro è già cominciato, e non ha un volto rassicurante. L’isola, un piccolo lembo di terra sperduto verso l’Antartide, viene lentamente divorata dall’oceano: le coste si sgretolano, le tempeste diventano sempre più violente, il mare guadagna terreno. Eppure proprio qui, in questo luogo destinato a scomparire, si trova il più importante deposito di semi del mondo, una gigantesca riserva di biodiversità affidata alla memoria del futuro.
È da questa contraddizione che prende forma Nero come il mare di Charlotte McConaghy, un romanzo che attraversa ecofiction, thriller e atmosfere gotiche, ma che trova il suo centro più autentico nella storia di una famiglia spezzata. Perché mentre Shearwater lentamente sprofonda, anche la famiglia Salt comincia a sgretolarsi. E il parallelismo fra la rovina dell’isola e quella dei suoi abitanti è forse una delle intuizioni più riuscite del romanzo.
Shearwater è un’isola immaginaria, liberamente ispirata a Macquarie Island, il remoto territorio australiano situato fra la Tasmania e l’Antartide, popolato da foche, pinguini e uccelli marini. Nel romanzo era stata scelta come sede di una base di ricerca scientifica e del deposito che custodisce i semi di innumerevoli specie vegetali. Un tempo vi abitavano numerosi ricercatori; ora, a causa dell’innalzamento del livello del mare e del progressivo abbandono della struttura, sono rimasti soltanto Dominic Salt e i suoi tre figli, Fen, Raff e Orly.
Non sono arrivati sull’isola per spirito d’avventura. Dopo la morte di Claire, moglie di Dominic e madre dei ragazzi, hanno cercato qui una forma di consolazione, lontano dal mondo e da tutto ciò che poteva ricordare loro la vita precedente. Shearwater diventa così rifugio, ma anche luogo della memoria: un posto dove il dolore può essere custodito insieme ai ricordi, nella speranza che il silenzio riesca a fare ciò che il tempo non ha ancora fatto. Ma il dolore non sempre si lascia mettere a tacere.
Dominic vive ancora immerso nel lutto e nel senso di colpa, fino a parlare con il fantasma della moglie. I figli reagiscono alla perdita in modi differenti e fra loro si crea un equilibrio fragile, reso ancora più precario dall’isolamento. Il più piccolo, Orly, è un bambino precoce e sensibilissimo, quasi permeabile a ciò che accade intorno a lui. Arriva a sentire le voci delle foche uccise per le loro pellicce, come se la sofferenza del mondo naturale riuscisse a penetrare attraverso le pareti dell’isola e a raggiungerlo.
È in questo nucleo familiare già ferito che irrompe Rowan. Una violenta tempesta trascina sulla spiaggia una donna quasi in fin di vita. Rowan è arrivata a Shearwater cercando il marito, un botanico del deposito di semi misteriosamente scomparso dopo averle inviato alcune mail nelle quali raccontava di essere in pericolo. Il suo arrivo cambia immediatamente gli equilibri. La donna porta con sé domande alle quali nessuno sembra avere una risposta e, soprattutto, una storia che non coincide necessariamente con quella che gli abitanti dell’isola si sono raccontati.
Da questo momento Nero come il mare assume con maggiore decisione la fisionomia del thriller. Le radio vengono sabotate, emergono lugubri tombe scavate di recente e il passato dell’isola sembra nascondere qualcosa che qualcuno ha interesse a non far venire alla luce. Mentre il tempo per abbandonare Shearwater si accorcia, cresce anche il dubbio più inquietante: di chi ci si può fidare?
McConaghy dosa bene le informazioni e soprattutto i colpi di scena. Non li accumula per stupire a ogni pagina, ma li fa emergere nei momenti opportuni, aggiungendo progressivamente nuovi elementi alla storia e alimentando una tensione che rimane viva fino alla fine. Il mistero del botanico scomparso e quello delle tombe si intrecciano così alla vicenda familiare, senza trasformare i personaggi in semplici strumenti dell’intreccio.
È proprio la loro psicologia, infatti, uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente. Dominic, Fen, Raff, Orly e Rowan sono personaggi segnati dalla perdita e dalla paura, ma ciascuno reagisce in modo diverso a ciò che è accaduto e a ciò che sta accadendo. Nessuno sembra completamente trasparente, nemmeno a se stesso. Il romanzo gioca quindi non soltanto sulla domanda “che cosa è successo?”, ma anche su una domanda più intima: quanto siamo disposti a conoscere davvero le persone che amiamo?
La struttura narrativa contribuisce molto a questo effetto. McConaghy alterna le voci dei diversi abitanti dell’isola e lascia al lettore il compito di ricomporre progressivamente il quadro. Ogni capitolo aggiunge una prospettiva, un ricordo, una paura, un frammento di verità. Le voci si completano ma talvolta sembrano anche contraddirsi, e il lettore deve orientarsi fra ciò che viene raccontato e ciò che viene taciuto.
È una scelta particolarmente efficace perché rispecchia, ancora una volta, la struttura stessa del romanzo: una famiglia spezzata, un’isola che si sgretola e una verità che arriva per frammenti. Nulla è completamente integro, nulla viene consegnato in un unico pezzo.
Accanto al thriller e alla componente ecologica, McConaghy introduce inoltre una vena gotica che rende Shearwater un luogo sempre più perturbante. Le tombe che affiorano dal terreno sembrano restituire un passato che qualcuno aveva cercato di seppellire. L’isola stessa assume quasi una volontà propria: custodisce, nasconde, conserva e infine restituisce. Il mare, intanto, continua la sua opera di erosione, indifferente alle vicende degli uomini.
E proprio qui si trova la dimensione ecologica del romanzo, che ho trovato particolarmente interessante. L’innalzamento del livello del mare, la distruzione degli habitat, la sofferenza degli animali e la perdita della biodiversità non costituiscono soltanto lo sfondo di un’avventura ambientata alla fine del mondo. Sono parte integrante della storia e dialogano continuamente con la vicenda dei Salt.
L’isola che scompare è infatti lo specchio della famiglia che si disgrega. Da una parte c’è un pianeta che perde pezzi, specie, territori e possibilità; dall’altra ci sono persone che cercano di fare i conti con ciò che hanno perduto. L’intimità dell’amore e della perdita che attraversa la famiglia Salt fa eco all’amore e alla perdita collettivi che proviamo davanti a un pianeta ferito.
In questo senso, il deposito dei semi acquista un valore simbolico. Mentre intorno tutto sembra destinato alla distruzione, qualcuno conserva ciò che potrebbe servire a ricominciare. I semi sono memoria, ma anche promessa: custodiscono un futuro possibile proprio nel luogo che sembra non avere futuro.
Ho apprezzato molto la capacità di Charlotte McConaghy di mettere insieme un dramma familiare insolito con gli elementi del thriller, senza sacrificare né l’uno né gli altri. La tensione cresce attraverso colpi di scena ben dosati, mentre la dimensione ecologica amplia progressivamente la portata della storia. La scrittura è evocativa, soprattutto quando racconta la natura selvaggia dell’isola, il vento, il mare e le tempeste, e riesce a trasformare il paesaggio in una presenza quasi fisica, inquietante e insieme bellissima. Ma al centro rimangono sempre i personaggi, con le loro ferite, le loro contraddizioni e il bisogno, ostinato e umano, di trovare un posto nel quale sentirsi ancora al sicuro. Il problema è che Shearwater non può più esserlo.
Bisogna andarsene prima che l’isola venga inghiottita dal mare. Ma lasciare quel luogo significa anche tornare nel mondo dal quale i Salt erano fuggiti. E dopo anni trascorsi ai margini di tutto, dopo il lutto, i segreti e ciò che hanno scoperto, come si può tornare alla vita di prima quando la vita di prima non esiste più?
Forse Nero come il mare parla proprio di questo: della difficoltà di lasciare andare ciò che amiamo, anche quando sappiamo che non possiamo salvarlo. E della possibilità, fragile ma necessaria, di conservare qualche seme del passato per provare a far nascere qualcosa di nuovo.
Nero come il mare può piacere a chi cerca un thriller capace di andare oltre il semplice meccanismo del mistero e della suspense. È una lettura adatta agli amanti delle storie familiari intense e dei personaggi psicologicamente sfaccettati, ma anche a chi apprezza i romanzi in cui il paesaggio non è semplice sfondo e la natura diventa parte integrante della vicenda. Potrebbe conquistare in particolare chi ama l’ecofiction, le atmosfere isolate e perturbanti del romanzo gotico e le narrazioni corali nelle quali la verità emerge poco alla volta, attraverso prospettive diverse. E, naturalmente, chi cerca un thriller con colpi di scena ben dosati, una forte componente emotiva e una scrittura evocativa.
Qui potete leggere l’incipit del romanzo.
Charlotte McConaghy. Autrice australiana pluripremiata, le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e sono in fase di adattamento televisivo e cinematografico. Ha conseguito un master in Sceneggiatura e vive con i due figli e il marito a Sydney. Nero come il mare, il suo terzo romanzo, è un bestseller in fase di pubblicazione in trentadue paesi; ha vinto l’Indie Book Award come miglior romanzo e miglior libro dell’anno e il premio Dymocks come miglior libro dell’anno; è stato finalista, tra gli altri, alle Andrew Carnegie Medals for Excellence, al Women’s Prize e all’Edgar Award.

