C’è un premio che, ogni anno, mi piace particolarmente seguire perché ha qualcosa di molto bello nel suo DNA: quello di andare alla ricerca di scrittori e scrittrici esordienti, di quelle prime opere nelle quali spesso si intravede già una voce capace di farsi strada nella narrativa italiana.

È il Premio John Fante Opera Prima, nato nel 2008 e assegnato nell’ambito del John Fante Festival “Il dio di mio padre”, che si svolge a Torricella Peligna, il paese abruzzese da cui proveniva Nicola Fante, padre dello scrittore italoamericano. Il premio prende idealmente le mosse proprio da Arturo Bandini, il giovane protagonista di Fante che sogna di diventare scrittore.

E quest’anno il premio va a Marina Zucchelli, con il suo romanzo d’esordio Latte, pubblicato da Rizzoli.

La proclamazione è avvenuta il 22 agosto a Torricella Peligna, durante la XXI edizione del John Fante Festival, in una serata condotta dal giornalista Carlo Paris.

A scegliere la terna dei finalisti è stata la Giuria degli Esperti, presieduta da Marino Sinibaldi e composta da Carola Carulli, Remo Rapino e Marta Aidala, vincitrice della precedente edizione con La strangera.

Ma il percorso del premio è più articolato di quanto possa sembrare. Le opere candidate vengono infatti sottoposte a una prima selezione affidata a cinque gruppi di lettura universitari, appartenenti all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, all’Università di Teramo e all’Università di Roma Tor Vergata. Da questa prima fase sono emersi sette semifinalisti, successivamente ridotti ai tre finalisti dalla Giuria degli Esperti. La terna è stata infine sottoposta alla Giuria popolare, composta da lettori del territorio abruzzese.

Quest’anno la sfida finale era tra tre opere molto diverse tra loro:

Luca Mastrantonio, Piombo e latte, Bompiani
Elisa Menon, Guance bianche e rosse, Einaudi
Marina Zucchelli, Latte, Rizzoli.

Tre libri che affrontano la memoria, la storia e le ferite individuali e collettive attraverso strade narrative differenti.

Di Guance bianche e rosse la giuria ha sottolineato la capacità di sfumare il confine tra vittime e carnefici, restituendo umanità alle “ombre della Storia”. Di Piombo e latte ha invece apprezzato la contaminazione tra linguaggio giornalistico e narrativo, attraverso la ricostruzione di un celebre episodio di cronaca avvenuto in Corsica e delle sue molteplici implicazioni storiche, psicologiche e sociali.

E poi c’era Latte. La motivazione della giuria, già al momento della selezione tra i finalisti, aveva messo in luce il cuore del romanzo:

Latte, romanzo dove la scrittura va intesa, essenzialmente, come forma d’ascolto.

Una definizione che trovo particolarmente significativa, perché racconta bene il modo in cui Marina Zucchelli costruisce la sua storia: attraverso una pluralità di voci, gesti, corpi, sentimenti e silenzi.

La vicenda si svolge soprattutto nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta e mette in scena una Storia osservata dal basso, attraverso esperienze appartenenti tanto alle classi subalterne quanto a quelle dominanti. La giuria ha parlato di una “Storia lacerata”, sottolineando anche il valore politico, nel senso più ampio del termine, di un romanzo che restituisce centralità alla marginalità e alla figura femminile.
Ed è proprio qui che Latte diventa particolarmente interessante.

Siamo a Bologna, nel 1959. Nella stessa casa vivono due donne che sono madri, seppure in modi profondamente diversi, dello stesso bambino.
Olimpia appartiene alla borghesia, è istruita e cresciuta secondo l’idea di una femminilità moderna ma ancora rigidamente legata al matrimonio e alla maternità. Dopo il parto, però, il suo corpo sembra sottrarsi a ciò che da lei ci si aspetta e la maternità apre una frattura nella sua identità.
Ada arriva invece dalla Ciociaria. È una ragazza del popolo che lascia la propria famiglia e una vita povera, ma fatta anche di affetti, per diventare balia del figlio di Olimpia. È stata scelta per il suo corpo forte e per la capacità di allattare e, nella nuova casa, impara a diventare quasi invisibile. Ma mentre nutre il bambino di un’altra donna, dentro di lei continua a vivere il pensiero della figlia dalla quale è stata separata.

Tra Olimpia e Ada nasce così una relazione complessa, fatta di distanza e vicinanza, differenze sociali, dipendenza, gelosia e solidarietà. Due donne apparentemente lontanissime si incontrano proprio attraverso il corpo e attraverso quel latte che diventa nutrimento, ma anche legame, perdita, lavoro e forma di maternità.
Accanto a loro c’è Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia e osserva con discrezione ciò che accade nella casa.
E poi c’è un’altra storia, quella di Pietro, un bambino abbandonato al brefotrofio di Roma durante il Ventennio, la cui vicenda attraversa il romanzo come un filo misterioso e porta in superficie una memoria familiare che risale nel tempo.

Zucchelli recupera così una realtà poco raccontata della storia italiana: quella delle balie ciociare, donne che lasciavano temporaneamente i propri figli per allattare quelli delle famiglie più ricche. Una pratica che appartiene alla storia sociale del Novecento e che nel romanzo diventa la porta d’ingresso per parlare di maternità, classe sociale, lavoro femminile, corpo, famiglia e identità.

Il titolo, allora, acquista una quantità di significati. Il latte è nutrimento, ma è anche separazione; è qualcosa che appartiene al corpo, ma che può diventare una forma di lavoro; unisce due esseri umani e contemporaneamente racconta una distanza. E soprattutto mette in discussione una domanda apparentemente semplice: che cosa significa davvero essere madre?

Marina Zucchelli è nata nel 1986 ed è cresciuta in Ciociaria. Vive a Roma e lavora come autrice televisiva freelance, occupandosi soprattutto di documentari per Rai3. Scrive inoltre per il teatro.
Per costruire Latte ha attinto anche alla memoria familiare e all’incontro con una delle ultime balie ciociare, conosciuta durante la realizzazione di un documentario televisivo. È interessante, quindi, che il suo percorso professionale nel mondo del documentario abbia preceduto quello narrativo: forse non è un caso che la giuria abbia individuato proprio nell’ascolto uno degli elementi distintivi del romanzo.

Latte è il suo primo romanzo e, nel giro di pochi mesi dalla pubblicazione, ha già raccolto riconoscimenti importanti: prima il Premio Letterario Città di San Salvo, dove ha ottenuto sia il primo posto della Giuria Tecnica sia quello della Giuria Popolare, e ora il Premio John Fante Opera Prima 2026.
È dunque un esordio che arriva al lettore con una storia apparentemente piccola: una casa, due donne, un bambino, un corpo che produce latte e un altro che non riesce più a produrne.
Ma dentro quella casa entra tutto un Paese.
La storia delle donne, delle differenze sociali, delle famiglie, delle maternità, dei figli affidati ad altri, dei corpi considerati strumenti di lavoro. E soprattutto entra quella parte della Storia che spesso rimane ai margini dei grandi racconti e che la letteratura ha il compito prezioso di riportare alla luce.

Forse è proprio questo il punto di forza di Latte: ascoltare le voci che per molto tempo hanno parlato sottovoce.