Vita sommersa di Tara Menon, Gramma Feltrinelli 2026, traduzione di Clara Nubile, pp. 224

In Vita sommersa, romanzo d’esordio di Tara Menon, il dolore privato di una giovane donna si misura con un mondo naturale che, sotto la sua apparente eternità, rivela tutta la propria fragilità. Memoria, perdita, amicizia e trasformazione dell’ambiente si compenetrano fino a diventare parti di una medesima storia: quella di ciò che scompare e, tuttavia, continua ad abitare chi resta. Il romanzo si muove così sul confine sottile tra il lutto per una persona e quello, più difficile da nominare, per un mondo che cambia davanti ai nostri occhi.

E il mare è il luogo nel quale questa tensione trova la sua forma più compiuta. Non soltanto perché la storia conduce Marissa su un’isola delle Andamane, dove il padre prosegue le ricerche della moglie sulle mante, ma perché l’acqua custodisce l’intera grammatica del romanzo: immersione e riemersione, presenza e assenza, memoria e oblio. Ciò che affonda non è necessariamente perduto, così come ciò che crediamo di avere lasciato alle spalle può tornare improvvisamente a galla.

La vicenda di Marissa, segnata da perdite che ne interrompono il naturale percorso di crescita, prende forma dunque dentro un paesaggio che non è mai semplice scenario. L’isola, il mare, le barriere coralline e le loro creature partecipano alla sua storia quanto gli esseri umani che la abitano. Ed è proprio in questa sovrapposizione tra geografia esteriore e paesaggio interiore che Vita sommersa trova la sua voce più originale: la climate fiction diventa romanzo del lutto, la catastrofe naturale diventa esperienza intima, e la fragilità del pianeta finisce per riflettere quella, altrettanto irrimediabile, delle nostre vite.

Tara Menon non racconta dunque soltanto ciò che abbiamo perduto, ma il modo in cui continuiamo ad appartenere a ciò che non c’è più. E ci pone davanti a una domanda che il romanzo lascia sedimentare lentamente: come si può immaginare il futuro quando anche il mondo che abbiamo ereditato non è più immutabile? Tara Menon affronta questa domanda senza trasformare il romanzo in una tesi ecologista. La crisi ambientale rimane profondamente intrecciata alla dimensione emotiva e psicologica dei personaggi, dando vita a una forma di climate fiction intima, nella quale il cambiamento del pianeta diventa anche una storia di memoria, identità e sopravvivenza.

La protagonista è Marissa, un nome che deriva dal latino maris, “del mare”. Anche il nome, quindi, contiene già una sorta di destino narrativo. Quando è ancora bambina, Marissa perde la madre e si trasferisce con il padre, un biologo, su una piccola isola delle Andamane. Il padre, biologo, prosegue le ricerche della moglie sulla riproduzione delle mante. Per la bambina è l’inizio di una nuova esistenza, lontanissima da quella precedente . È qui che Marissa conosce Arielle, una ragazza di origine thailandese con cui costruisce un’amicizia profondissima.

Le due bambine condividono un mondo quasi acquatico: esplorano insieme le foreste, le spiagge, le barriere coralline. Imparano a immergersi e a trattenere il respiro, osservano le mante durante la stagione della riproduzione e fanno del mare il loro territorio di scoperta. Sono anni di libertà e meraviglia, raccontati attraverso una natura ancora capace di apparire sconfinata. Il mare, soprattutto, è per loro uno spazio di conoscenza e di appartenenza. Ma questa dimensione dell’infanzia viene bruscamente spezzata dallo tsunami del 26 dicembre 2004. L’onda travolge l’isola e Arielle muore. Marissa sopravvive, ma quella sopravvivenza ha un prezzo: una parte della sua vita rimane legata per sempre a ciò che è accaduto quel giorno.

Otto anni dopo la ritroviamo a New York, dall’altra parte del mondo e apparentemente lontana dalla bambina che era stata sull’isola. Marissa è cresciuta, ma la sua crescita sembra essersi fermata in qualche modo al giorno della morte di Arielle. Lavora per una rivista di viaggi rivolta a un pubblico benestante, un impiego che la porta a raccontare luoghi, esperienze e paesaggi destinati a essere consumati e dimenticati con la stessa rapidità con cui vengono scoperti. È una curiosa ironia, considerando quanto il rapporto con i luoghi sia invece legato, per lei, alla memoria e alla perdita.

La sua vita nella metropoli appare così mobile e insieme profondamente immobile. Marissa si sposta, incontra persone, vive relazioni occasionali, attraversa la città e il mondo senza riuscire davvero a sentirsi parte di nessun luogo. Quella che dovrebbe essere una nuova esistenza sembra piuttosto una forma di sospensione: il passato non viene affrontato, ma nemmeno abbandonato.

Arielle continua infatti a occupare uno spazio silenzioso nella sua memoria. Marissa non ha soltanto perso un’amica: ha perso insieme a lei un’intera stagione della propria vita, quella dell’infanzia sull’isola, della scoperta del mare e della natura, di un’esistenza nella quale il futuro sembrava ancora aperto a infinite possibilità. La sua difficoltà a costruire un presente sembra allora nascere anche da questo: andare avanti significherebbe accettare che quel mondo non tornerà.

Quando l’uragano Sandy arriva a New York, sconvolgendo la città, il passato torna improvvisamente a galla. L’acqua che invade le strade della metropoli riattiva nella memoria di Marissa l’altra acqua, quella dello tsunami, e mette in relazione due momenti della sua vita che sembravano separati. È come se la catastrofe naturale del presente aprisse una crepa nella superficie sotto la quale Marissa ha cercato per anni di tenere nascosto il proprio dolore.

È difficile non vedere nella struttura del romanzo una precisa corrispondenza fra l’acqua e la memoria. Marissa impara da bambina a immergersi, a trattenere il respiro e a muoversi sott’acqua. È una competenza che appartiene alla sua infanzia, ma diventa anche una delle immagini attraverso cui possiamo leggere la sua storia. Il dolore per Arielle non è scomparso. È stato sommerso. Rimane sotto la superficie dell’esistenza adulta, apparentemente lontano, fino a quando un nuovo evento naturale non lo riporta in primo piano.

Anche il titolo, Vita sommersa, acquista così una pluralità di significati. C’è naturalmente la vita del mare, quella delle mante e degli ecosistemi marini, ma c’è anche una vita interiore che continua a esistere sotto ciò che appare. Il passato non è morto: è semplicemente rimasto immerso. Il mare è allora contemporaneamente vita e minaccia, bellezza e distruzione, memoria e cancellazione. La stessa acqua che ha rappresentato per Marissa e Arielle la libertà dell’infanzia è quella che porterà via Arielle. Questa ambivalenza attraversa tutto il romanzo e impedisce alla natura di ridursi a un semplice paesaggio.

Più procede la lettura, più diventa evidente che il mare è il vero linguaggio simbolico del romanzo. È ciò che separa e ciò che unisce. È il luogo dell’infanzia e quello della tragedia. È un ecosistema da proteggere, ma anche la materia attraverso cui Marissa deve confrontarsi con il proprio passato. E soprattutto è qualcosa che non possiamo controllare.Possiamo immergerci, osservare, studiare, cercare di comprenderlo. Possiamo persino imparare a trattenere il respiro e a muoverci al suo interno. Ma non possiamo dominarlo.

In questo senso il mare diventa anche una metafora della memoria: possiamo cercare di tenere tutto sotto controllo, possiamo mettere a tacere il passato, possiamo convincerci di avere superato un dolore. Ma ciò che è sommerso non necessariamente è scomparso. Prima o poi può tornare in superficie.

Il lutto di Marissa per Arielle è individuale, concreto, intimo. Ma accanto a questo dolore si sviluppa progressivamente un’altra forma di perdita: quella degli ecosistemi, delle barriere coralline, delle specie animali minacciate dal cambiamento ambientale. Il romanzo mette in comunicazione queste due dimensioni senza confonderle.

Perdere una persona amata e assistere alla scomparsa di un ecosistema non sono evidentemente la stessa cosa. Ma esiste una familiarità emotiva fra le due esperienze: in entrambi i casi ci troviamo davanti alla scoperta dolorosa che ciò che avevamo considerato stabile e permanente è invece fragile. È una sensibilità che appartiene profondamente al nostro presente e che negli ultimi anni ha trovato anche una definizione: eco-grief, il dolore legato alla consapevolezza della perdita degli ambienti naturali, della biodiversità e di un mondo che sta cambiando sotto i nostri occhi.
Menon parte proprio da questa relazione fra perdita personale e cambiamento ecologico. E lo fa senza appesantire il romanzo con una dimensione didascalica: la crisi ambientale non viene spiegata, ma vissuta dai personaggi.

È anche per questo che considero Vita sommersa una lettura particolarmente interessante all’interno della climate fiction, o cli-fi, uno dei territori più vivaci della narrativa contemporanea. Negli ultimi anni molti romanzi hanno raccontato il cambiamento climatico attraverso scenari distopici, catastrofi future e società trasformate dalla crisi ambientale. Tara Menon sceglie invece una strada più intima. Nel suo romanzo la catastrofe non appartiene a un futuro ipotetico. È già accaduta.
Lo tsunami del 2004 e l’uragano Sandy del 2012 sono eventi reali che entrano nella biografia di Marissa e diventano parte della sua esperienza personale. La crisi ambientale non è dunque una profezia, ma una realtà già presente nella memoria di una generazione. Questo sposta completamente la prospettiva. Non si tratta più soltanto di chiedersi quale sarà il mondo di domani, ma di osservare come il cambiamento del pianeta stia già modificando il nostro modo di vivere, ricordare e immaginare il futuro.

Definire Vita sommersa semplicemente un romanzo sul cambiamento climatico sarebbe però riduttivo. È piuttosto una climate fiction intima, nella quale la questione ambientale passa attraverso l’amicizia, il corpo, la memoria e il lutto. La crisi del pianeta e la crisi della protagonista procedono su piani differenti, ma finiscono per riflettersi l’una nell’altra. È una scelta che mi interessa particolarmente perché evita uno dei rischi della narrativa ecologica: trasformare un tema urgente in un romanzo costruito attorno a un messaggio. Qui il messaggio non viene imposto al lettore. È la storia stessa a renderlo evidente. Marissa non deve soltanto elaborare la morte di Arielle. Deve imparare a vivere in un mondo nel quale anche ciò che ama intorno a lei è esposto alla perdita.

Le possibili parentele letterarie

All’interno della narrativa contemporanea, Vita sommersa può essere avvicinato a opere molto diverse fra loro. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Namwali Serpell, soprattutto per il modo in cui nei suoi romanzi ambiente, storia, corpi e trasformazioni naturali finiscono per diventare inseparabili. Non è un caso che Serpell abbia accolto con grande entusiasmo l’esordio di Menon, definendolo un romanzo “sublime”.

Un altro riferimento possibile è Joan Didion, in particolare L’anno del pensiero magico. Qui il punto di contatto non è l’elemento ambientale, ma il modo in cui la scrittura affronta il lutto e quella condizione particolare nella quale la persona perduta continua a occupare uno spazio concreto nella mente di chi rimane.

Anche Barbara Kingsolver rappresenta un accostamento interessante, soprattutto per La collina delle farfalle, dove la protagonista assiste a uno spettacolo apparentemente inspiegabile: una gigantesca colonia di farfalle monarca che ha modificato il proprio percorso migratorio a causa dei cambiamenti climatici. Da quell’evento apparentemente straordinario nasce una riflessione molto concreta sulla crisi climatica, sulla scienza, sulla religione, sul negazionismo e sul modo in cui le persone interpretano ciò che accade intorno a loro. Kingsolver ha saputo portare la crisi ambientale dentro la vita quotidiana dei suoi personaggi, evitando di trattarla come una questione astratta. Anche in Vita sommersa il cambiamento dell’ambiente diventa una componente concreta dell’esistenza.

Sono naturalmente accostamenti, non sovrapposizioni. Tara Menon è al suo esordio e sta ancora costruendo una voce personale. Ma questi riferimenti aiutano a comprendere il territorio nel quale si muove: una narrativa contemporanea nella quale il rapporto fra individuo e ambiente non può più essere considerato separatamente.

La cosa che ho apprezzato maggiormente in Vita sommersa è proprio la capacità di tenere insieme queste diverse dimensioni senza sacrificare la storia dei personaggi alla riflessione ambientale. Il romanzo parte da una bambina, da un’amicizia e da un’isola e progressivamente allarga il proprio campo visivo: una persona, due ragazze, una famiglia, un’isola, una città, un ecosistema, il pianeta. Sono cerchi concentrici costruiti intorno alla stessa parola: perdita. E forse è proprio questo il punto più interessante del romanzo.

Tara Menon ci ricorda che il cambiamento ambientale non riguarda soltanto le statistiche, le temperature o la scomparsa delle specie. Riguarda anche la nostra esperienza emotiva del mondo. Riguarda i luoghi che amiamo, i paesaggi che ricordiamo, gli animali che abbiamo conosciuto, le generazioni future alle quali consegneremo un ambiente diverso da quello che abbiamo ricevuto.

Vita sommersa riesce così a portare la climate fiction fuori dal territorio della pura catastrofe e dentro quello, molto più difficile da raccontare, della quotidianità. È un romanzo sul lutto, certo. È un romanzo sull’amicizia e sulla memoria. È anche un romanzo profondamente legato alla crisi ecologica. Ma soprattutto è un romanzo sulla sopravvivenza: sulla possibilità di tornare a respirare dopo essere stati sommersi e sulla necessità di imparare a vivere in un mondo che, intanto, continua a cambiare. E il mare resta lì, sotto la superficie.Con la sua bellezza, le sue creature, le sue ferite e tutto ciò che ancora non abbiamo imparato a vedere.

Anche la biografia di Tara Menon contribuisce a rendere interessante il suo esordio. Nata in India e cresciuta a Singapore, Menon ha vissuto per molti anni a New York e oggi vive a Cambridge, nel Massachusetts, dove insegna letteratura inglese all’Università di Harvard. Prima di arrivare al romanzo ha scritto di letteratura per testate come The New York Times Book Review, The Paris Review e Public Books.

Vita sommersa di Tara Menon, nella traduzione di Clara Nubile, è pubblicato da Gramma Feltrinelli, nella collana Gramma, dedicata alla narrativa contemporanea e alle voci più interessanti della letteratura internazionale. Un esordio che trova così posto in un catalogo particolarmente attento alle nuove scritture e alle storie capaci di attraversare i confini geografici e culturali.

Gramma deriva dal greco grámma (γράμμα) e significa “segno”, “lettera”, “scrittura”. Feltrinelli ha scelto questo nome proprio per sottolineare l’idea della scrittura come qualcosa di più potente della semplice comunicazione: un luogo di riflessione, immaginazione e invenzione.
C’è anche una ragione culturale più precisa dietro la scelta del termine. Giuseppe Russo, direttore editoriale di Gramma, ha spiegato che il nome si richiama alle riflessioni del linguista Émile Benveniste sulla nascita della scrittura come momento fondativo della civiltà: con la scrittura il linguaggio smette di essere soltanto uno strumento di comunicazione e diventa uno spazio di creazione, invenzione e pensiero.

E trovo particolarmente significativo che il concetto di segno sia alla base del nome: la scrittura come qualcosa che lascia una traccia. In fondo, è proprio questo che Gramma dichiara di cercare nei libri che pubblica: opere capaci di lasciare un segno nel presente, oppure di farci rileggere il passato alla luce di ciò che siamo oggi. Il progetto editoriale lo dice esplicitamente: cercare “le forme nuove della riflessione, dell’immaginazione e dell’invenzione” e, insieme, quelle opere del passato che “ci parlano ancora”