Kolchoz, di Emmanuel Carrère, Adelphi 2026, traduzione di Francesco Bergamasco, pp. 435
Ho iniziato Kolchoz con una certa diffidenza, accompagnata da quella forma di timore che a volte si prova davanti agli autori che si è osservato a lungo da lontano senza averli mai realmente letti. Emmanuel Carrère era, per me, uno di questi. Avevo sempre rimandato l’incontro, forse perché temevo una scrittura troppo esibita, troppo consapevole di sé. Sono invece contenta di aver finalmente vinto le mie resistenze, perché Kolchoz mi è piaciuto moltissimo e mi ha fatto scoprire uno scrittore molto diverso da quello che avevo immaginato.
Il libro nasce dalla morte della madre, Hélène Carrère d’Encausse, scomparsa il 5 agosto 2023, a novantaquattro anni. Storica della Russia, prima donna a ricoprire il ruolo di segretario perpetuo dell’Académie française, Hélène era una figura pubblica di grande prestigio. Carrère apre infatti il libro con la solenne cerimonia agli Invalides, dove Emmanuel Macron celebra la bambina apolide diventata una delle figure più rappresentative della Repubblica francese.
Orgogliosa delle sue ascendenze aristocratiche e cosmopolite, si presentava, a ragione, come un prodotto autentico della meritocrazia repubblicana e un modello di integrazione, Francese d’adozione, era patriottica fino allo sciovinismo.
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Ma quella scena ufficiale dura poco. Carrère sposta quasi subito lo sguardo dalla gloria pubblica alla materia più privata e incandescente: una famiglia segnata dall’esilio, dalla vergogna delle origini, dal bisogno di riconoscimento e da una Russia che è stata per Hélène, e in parte per suo figlio, insieme eredità, appartenenza e ferita.
Da quella morte prende forma una ricerca che è allo stesso tempo genealogica, familiare e politica. Carrère ripercorre la storia della famiglia materna e di quella paterna, risalendo fino ai bisnonni e utilizzando anche l’enorme quantità di documenti e testimonianze raccolti dal padre nel corso degli anni. Fotografie, lettere, ricordi, documenti e racconti diventano tessere di una storia che attraversa la Rivoluzione russa, l’emigrazione, l’Europa del Novecento, l’Occupazione e la Francia del dopoguerra.
La genealogia, qui, ha quasi una funzione chirurgica: non serve soltanto a ricostruire un albero familiare, ma a mostrare come la Storia continui ad agire molto tempo dopo che gli eventi sono finiti, insinuandosi nei nomi, nelle identità, nei silenzi e perfino nei rapporti tra genitori e figli. E il punto più doloroso di questa ricerca è Georges Zourabichvili, il padre di Hélène, collaborazionista durante l’Occupazione e probabilmente fucilato alla Liberazione.
È una figura che porta con sé una colpa senza una vera conclusione, perché la sua sorte resta avvolta nell’incertezza e la sua memoria diventa, per la famiglia, qualcosa con cui fare i conti. Carrère aveva già affrontato questa storia in Un romanzo russo, dove la rivelazione sulla vicenda del nonno materno aveva provocato due anni di gelo tra lui e la madre. In Kolchoz quella stessa ferita torna, ma viene riletta alla luce della vita che Hélène ha costruito dopo la tragedia.
Se devo conservare un suono del mio passaggio sulla terra, è questo: lo scricchiolio della ghiaia sotto i passi di mio padre che mi porta in braccio, una notte d’estate.
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In questa storia anche il padre di Emmanuel occupa una posizione più discreta, ma tutt’altro che secondaria. È lui ad aver raccolto per anni documenti e testimonianze sulla storia delle famiglie, lasciando al figlio un enorme archivio attraverso cui ricostruire il passato. Carrère racconta anche il loro rapporto, fatto di distanze e incomprensioni, ma vissuto con affetto e con una sorta di malinconica tenerezza: gli dispiace per quell’uomo che sembra essere rimasto a lungo in posizione subalterna rispetto alla personalità della moglie, guardandola con ammirazione e, insieme, con una certa soggezione. Se Hélène è stata la presenza forte e dominante della famiglia, il padre appare più silenzioso e appartato, e proprio per questo Emmanuel sembra guardarlo con particolare partecipazione. Anche attraverso di lui torna così al centro la figura della madre.
Ed è proprio attraverso il confronto tra queste due figure che Emmanuel torna a interrogarsi sulla donna che ha dominato il paesaggio della sua infanzia e della sua vita: Hélène. La sua ascesa, da bambina apolide nata da una famiglia georgiana e russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, fino ai vertici della cultura francese, appare allora anche come una lunga risposta alla precarietà e alla vergogna delle origini. Quasi un riscatto perseguito con una determinazione incrollabile.
È proprio qui che il ritratto di Hélène acquista spessore. Carrère ama sua madre, ma non la protegge. La espone con la stessa attenzione con cui ne racconta la forza, la dignità davanti alla morte, l’intelligenza e quella straordinaria capacità di trasformare la propria esistenza in un destino. Ma lascia emergere anche le sue rigidità, la durezza nei confronti del marito, le contraddizioni, le zone d’ombra e quell’attaccamento alla Russia che, alla luce della guerra in Ucraina, diventa sempre più difficile sostenere.
Hélène rimane così una figura irriducibilmente contraddittoria: capace di tenerezza e crudeltà, lucidità e accecamento, generosità e ostinazione. Ed è proprio questa compresenza a dare al libro il suo nervo. Carrère sembra suggerire che l’amore filiale non coincida con l’assoluzione. Forse, al contrario, la forma più difficile dell’amore è guardare davvero, fino in fondo, anche quando ciò che si vede non corrisponde all’immagine che avremmo voluto conservare.
Con la guerra in Ucraina il libro esce poi dal perimetro della famiglia e torna alla grande Storia. La Russia, per Carrère, non è soltanto il Paese studiato dalla madre: è una sorta di lingua interiore, un patrimonio ricevuto insieme all’infanzia, nutrito dalla letteratura di Dostoevskij e Čechov, dai viaggi, dai racconti familiari e da un rapporto culturale che sembra appartenere alla sua stessa identità.
Dopo il 24 febbraio 2022, però, quella fedeltà si incrina. I viaggi in Ucraina e in Georgia lo costringono a guardare la Russia da un’altra prospettiva, quella dei popoli che ne hanno conosciuto il peso e la violenza. Il libro cambia così lentamente prospettiva: la Russia che per generazioni era stata soprattutto una patria culturale diventa anche una responsabilità morale.
Anche la Georgia, quasi marginale nel racconto materno, acquista allora un significato nuovo. Diventa un’origine tardiva, una parte della genealogia che torna a chiedere di essere riconosciuta, anche attraverso la figura della cugina Salomé Zourabichvili, già presidente della Repubblica georgiana. È uno dei passaggi più significativi di Kolchoz: la storia personale e quella politica finiscono ancora una volta per sovrapporsi, e ciò che sembrava un’eredità culturale indiscutibile deve essere ripensato alla luce del presente.
Eppure, dopo aver attraversato la Russia, la Georgia, l’Ucraina, la Francia e tutto il Novecento che abita queste pagine, Carrère torna al punto da cui era partito: la madre.
Il titolo del libro nasce infatti da una parola di casa. Quando il padre era lontano per lavoro, Emmanuel e le sue due sorelle dormivano nella stanza di Hélène, raccolti intorno al suo letto. La madre chiamava quel piccolo rito familiare “fare kolchoz”. Una parola sovietica, nata per indicare la proprietà collettiva, diventa così il nome privato di una comunità infantile raccolta attorno al corpo materno. La grande Storia entra nella stanza dei bambini e si trasforma in una parola affettuosa, in un codice familiare.
È un’immagine che, dopo tutto ciò che abbiamo letto, assume un significato ancora più profondo. Alla fine il kolchoz dell’infanzia si ripete davanti alla morte, con i tre figli nuovamente intorno al letto della madre. La disposizione dei corpi è quasi la stessa, ma tutto è cambiato. Quello che un tempo era il centro protettivo della famiglia è diventato il centro vuoto lasciato dalla sua scomparsa.
Nonostante tutto quello che ci aveva divisi, allontanati, nell’ora della sua morte contava su di me e, se avessi saputo ancora pregare, avrei pregato di essere pronto quando quell’ora fosse arrivata. Di essere capace, allora, di incrociare il suo sguardo, e di aver meno paura dell’amore tra noi.
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Carrère chiude gli occhi a Hélène e, da quel gesto, comincia davvero il lavoro del libro: raccogliere una vita enorme, attraversarne le ombre, sottrarre il ricordo tanto alla celebrazione quanto al rancore. Non c’è una devozione che cancella le contraddizioni, ma una forma più difficile di fedeltà, quella che prova a dare ai morti una forma esatta invece di una forma consolatoria.
Ed è anche qui che ho trovato la scrittura di Carrère particolarmente interessante. La sua prosa è diretta, limpida, aderente alla realtà. Non cerca di abbellire ciò che racconta e nemmeno di nascondere la presenza dell’autore dietro una costruzione narrativa troppo elaborata. Al contrario, sembra procedere insieme alla materia del racconto: documenti, fotografie, ricordi, conversazioni, dubbi, scarti della memoria. La storia si costruisce davanti agli occhi del lettore, attraverso continue verifiche, ritorni e ripensamenti.
Questa apparente semplicità, però, non ha nulla di semplice. Dietro una frase che sembra limitarsi a raccontare un fatto si apre spesso una domanda morale, una contraddizione, qualcosa che non può essere risolto. Carrère è dentro la storia e contemporaneamente la osserva, senza pretendere di possedere una verità definitiva.
Carrère, certo, parla anche molto di sé. Non soltanto come figlio, ma come uomo e come scrittore. Racconta il suo rapporto con Nicolas, il fratello della madre divenuto uno dei suoi più stretti amici – cosa che ha creato ulteriori motivi di frizione con la madre. Parla del suo amore per la musica (elemento che ricorre nella storia familiare), per il cinema. Racconta i suoi periodi di depressione e il modo in cui la malattia ha attraversato la sua vita, condizionando i rapporti con le compagne, con la madre e con le sorelle, e racconta le difficoltà che hanno accompagnato il suo lavoro di scrittore, i momenti in cui scrivere è diventato quasi impossibile. Tornano anche i suoi libri, soprattutto Un romanzo russo, che aveva già portato alla luce le zone più dolorose della storia familiare, e L’avversario, legato a una delle esperienze più radicali e perturbanti della sua attività letteraria. I libri precedenti entrano così nella narrazione non come semplici riferimenti, ma come parti della sua stessa storia: Carrère li rilegge alla luce del tempo trascorso, mostrando come anche ciò che è stato scritto possa cambiare significato quando cambia lo sguardo di chi l’ha scritto.
È una presenza, dunque, tutt’altro che marginale. Eppure, proprio questo mi ha sorpreso, arrivando a lui per la prima volta. Mi aspettavo uno scrittore molto presente, quasi ingombrante, e ho trovato invece un autore che, pur mettendo a nudo se stesso, sembra progressivamente arretrare per lasciare spazio alla propria famiglia, ai morti, ai documenti e alla Storia. Parla di sé, ma non sempre per occupare il centro della scena: a volte lo fa per togliersi dal centro. La sua voce è ovunque, ma è una voce che sembra soprattutto ascoltare, interrogare, mettere in discussione ciò che credeva di sapere. Ed è forse questa posizione, così esposta e insieme così discreta, a rendere Kolchoz un libro tanto intimo quanto sorprendentemente aperto al mondo.
E alla fine Kolchoz mi è sembrato molto più di un libro sulla madre. È il tentativo di capire quanto di una persona continui a vivere in chi resta: nei ricordi, nelle parole, nelle colpe ereditate, nelle passioni trasmesse e perfino nelle cose da cui, a un certo punto, sentiamo il bisogno di prendere le distanze.
Forse è proprio per questo che lo considero un libro così riuscito. Perché Carrère non cerca di mettere ordine nella propria storia familiare, ma di starci dentro senza semplificarla. E mentre racconta una madre, un padre, dei nonni, una famiglia dispersa tra la Russia, la Georgia e la Francia, finisce per raccontare qualcosa di molto più universale: il nostro ostinato bisogno di capire da dove veniamo e la scoperta, spesso dolorosa, che le nostre origini non sono un luogo in cui tornare, ma una domanda che continuiamo a portarci dentro.
Qui potete leggere l’incipit del libro.
Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. Scrittore, giornalista, sceneggiatore e regista, è tra le voci più originali della letteratura francese contemporanea. Carrère ha ridefinito i confini della non-fiction e della letteratura autobiografica. I suoi libri mescolano il reportage giornalistico, l’inchiesta profonda, il saggio e il memoir. Trasforma spesso se stesso in un “personaggio aperto” e indaga la psicologia di figure estreme, ambigue o borderline, esplorando il confine labile tra realtà e finzione, identità e menzogna.
Tra le sue opere più importanti Limonov (2011), vincitore del Prix Renaudot, L’avversario (2000), dedicato alla vicenda di Jean-Claude Romand, Un romanzo russo (2007), La settimana bianca (1995), Il Regno (2014), Yoga (2020) e V13 (2022), nato dal lungo lavoro sul processo per gli attentati di Parigi del 2015. Ha inoltre diretto alcuni film, tra cui L’amore sospetto e Ouverture. Ha collaborato alla sceneggiatura de Il mago del Cremlino, tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli, nel quale compare anche brevemente in un piccolo cameo all’inizio del film.
Con Kolchoz, Carrère torna alla materia familiare già esplorata in Un romanzo russo, ma la affronta questa volta dalla prospettiva della morte della madre e della ricostruzione di una genealogia che attraversa un intero secolo europeo.

